Chiedi al cemento: frammenti di Roma nello sguardo di Eleonora Danco

ANGELA BOZZAOTRA “E porto me stesso in una parte sporca della città, dove i miei affanni non possono essere visti”, recita più o meno così il brano Head On di Jesus & Mary Chain, descrivendo quello stato d’animo contrastante del voler rimanere da soli mimetizzandosi nella folla, andandosene dove non si è conosciuti, dove nessuno ti chiede “Che fai nella vita?”, ma al massimo:“C’hai da accendere?”.

Eleonora Danco, autrice, scrittrice e regista (il suo film N-Capace è nelle sale in questi giorni), porta con sé gli spettatori in tali luoghi, tra le fermate degli autobus notturni, sulle scale di piazza Trilussa, nelle vie di San Lorenzo, che rivivono sul palco di fortuna dell’Angelo Mai, uno degli ultimi avamposti della sperimentazione teatrale indipendente della capitale. Ben due spettacoli in forma di assoli, Intrattenimento Violento e Squartierati, uno di fila all’altro. Nemmeno un colpo di tosse, né un attimo di disattenzione, da parte dei numerosissimi spettatori accorsi; vi è un’ identificazione pura nei personaggi animati dal corpo e dalla voce di Eleonora, che come in un rap contest, di quelli nudi e crudi, mitraglia versi, dialetto slang e invocazioni, su di un palco vuoto ad eccezione di un numero imprecisato di bicchieri di plastica. Il primo dei due assoli, Intrattenimento, nella sua versione “one woman band” (fu presentato nel 2012 al Teatro Ambra Jovinelli con altre tre attrici in scena), tratta di storie e personaggi che rappresentano un sottobosco fitto e contorto, andando a costituire tanti ritratti che vanno a formare un unico quadro a più voci di un’umanità sull’orlo di una crisi di nervi.

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foto tratta dal film N-Capace, regia di Eleonora Danco, 2015

Nello specchio frammentato che viene fuori, dove “l’inganno delle facce rende soli”, lo sguardo restituito è quello di ognuno, compito che nell’ultimo periodo il teatro sembra avere perso. La capacità di essere “di tutti”, di mandare a farsi benedire i riferimenti colti (spesso celanti un vuoto di idee e di ideali), di raggiungere dalla prima all’ultima persona, uomo o donna, anziano o giovane, senza per questo compiacere. Il lavoro della Danco sul corpo, sui gesti e sui movimenti, sulla voce, sul testo, è mirato essenzialmente a lasciare un messaggio, una traccia, andando incontro anche a un giudizio, al fallimento, allo schianto al suolo dopo un volo lirico oltre la rischiosa banalità delle storie narrate.

L’opera è figlia bastarda di una città impazzita, che ha perso i suoi riferimenti e i suoi cantori, dove le ultime generazioni non trovano pace, vagando senza direzione tra isolati urbani in cerca di una risposta, trovando porte chiuse e fantasmi di un tempo che non c’è più. Dopo la perdita della poesia, dopo lo stupro del paesaggio con colate di cemento, non rimane altro che il banale, il dettaglio mortificante che mette in mutande e rende frivolo il chiaro di luna. Cosa c’è nel frigorifero? Quanto a male stanno andando le tue banane? Cosa ne pensi di mangiare o meno la carne? Lavori? Perchè non lavori? Bisogna lavorare in tempo di “crisi”! Si era in “crisi” senza saperlo, quando moriva Pasolini, quando cambiava la classe dirigente, quando la forza lavoro perdeva il proprio valore. E non era il 2016, era molto prima, come ripetuto dalla Danco nel corso della performance. La generazione degli anni Novanta, rappresentata da uno dei suoi migliori talenti, è ora qui, di fronte ai più giovani e ai più vecchi a raccontare la sua e degli altri rovina, di relazioni mai arrivate al matrimonio, di quarantenni che ancora vivono con le madri nelle gabbie protettive delle case di proprietà, di una moltitudine indistinta di gente (“La” ‘ggente) che si alza alle cinque di mattina e si consuma lavorando a cinque euro l’ora, che c’ha da fa, insomma. E allora l’Intrattenimento Violento della Danco – tuta sportiva e giubbotto di pelle, capelli arruffati e corpo iperattivo – è un frenetico spit it out di volti oggetti situazioni invettive esortazioni, con una musica ritmica e ossessiva che accompagna gli altrettanto martellanti versi e gesti dell’interprete, in un vortice che si conclude con un impossibile urlo di salvezza, accompagnato dal desiderio di trovarsi in un altro luogo, esotico pacifico vivibile. Si ride, ma non fa realmente ridere.

É un bizzarro rito sociale, in fondo, che culmina con il secondo Squartierati, inno triste al quartiere di San Lorenzo. Qui, dove aveva inizio “La Storia” di Elsa Morante, tra le cui vie Victor Cavallo è ormai un fantasma privo di eredi, dove a fine anni Ottanta si cantava “Alphabet St.” di Prince. E oggi? I luoghi sono svuotati di memoria, dall’officina antica al centro mentale di Via dei Reti; chi dopo i corsi universitari non ha solcato quelle strade che si sono già distrutte – “Gli appalti, si distribuivano solo appalti”- in cerca di uno spacciatore o di alcol a buon prezzo? Dove tra i palazzi si affanna a cercare uno squarcio di cielo, e la luce abbacinante ti colpisce verso le tredici e si rifrange sul cemento, si svolge ogni giorno l’incessante oblìo ed eterna festa di tutti gli universitari, mescolati tra impiegati e famiglie. Parallelamente ha luogo la lotta tra immigrati e abitanti del posto, a colpi di dosi di alcol, coca, fumo e auto sfondate. Il giorno dopo restano solo i bicchieri di plastica, le bottiglie di vetro e i mozziconi di sigaretta, a ricordare che qualcosa c’è stato, ma cosa? Nessuno lo ricorda, di base: nessuno se ne importa. Ambientato in uno scenario marginale e problematico, Squartierati manifesta un bisogno vitale e urgente di ricordare, attraverso le parole e la memoria del corpo, di far uscire allo scoperto tutto quello che è nascosto, inconscio: dall’impeto di rabbia alle pulsioni sessuali, dal rapporto con i genitori alle relazioni fallimentari. La poesia allora nella sua accezione di “pratica” nasce dal fare proprie le voci le urla le lamentele, introiettandone il ritmo cadenzato e violento come marcia di massa indistinta che entra-ed-esce da uno scompartimento della metropolitana. Eleonora Danco, tomboy – donna che con una faciltà impressionante può diventare uomo la cui poetica appare immutata dal Me vojo sarvà del 2005 – si rivolge talvolta direttamente gli spettatori, a quella gente di cui ha fatto versi scritti e poi interpretati, tra pause, calci alla sedia, gesticolare inarrestabile, e infine, dietro il palco che aggiusta in continuazione perché costituito alla buona da quadrati neri, si sveste, perché come ammetteva Bataille “Io scrivo come una donna che si toglie i vestiti”. Lights Off. É di questo che si sente il bisogno, di atti poetici che non hanno la presunzione di voler lasciare il segno, e proprio per questo, riescono a costituirsi come atti lirici, per chi, non accontentandosi (mai) dei prodotti preconfezionati venduti come grandi opere intellettuali, ha ancora sete di poesia, quella vera. E resta impressa, tra le tante, quell’invocazione pasoliniana alla madre: “Tu non esisti. Per questo, come lieve condanna, in me non svanisci”.

Intrattenimento violento, Squartierati

Di e con ELEONORA DANCO
Musiche scelte da: MARCO TECCE
Luci e Suono MICHELANGELO VITULLO
Aiuto Regia NATALIA LA TERZA
Assistente MARIA VITTORIA PELLECCHIA
Costume MARISA DI MARIO
Progetto Grafico di MATTEO SCARDUELLI
Si ringrazia Teatro Spazio NO’HMA, Fondazione Teresa Pomodoro

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