Mizan senza scarpe corre dietro il dramma dell’immigrazione

Scarpe di Mizan 02BENEDETTA BARTOLINI | Il teatro, l’arte della mimesi e della catarsi, può – più che la mera informazione giornalistica- creare immedesimazione tra chi non sa, perché non può immaginare, e il protagonista di una storia, che assurge ad emblema di tutte le altre storie di viaggi infiniti e travagliati. È questo il tema de Le scarpe di Mizan –  traversata sulla fuga e altri fossi scritto e diretto da Daniele Marino e Marina Cavalierte e interpretato dallo stesso Marino, spettacolo che, dopo essere andato in scena al Nuovo teatro Sanità e al Theatre de Poche, è stato ripresentato dall’11 al 13 marzo allo spazio ZTN-Zona Teatro Naviganti, una piccola e giovane realtà nel cuore di Napoli con tanti interessanti appuntamenti in scena fino al 29 maggio.

A darci il “benvenuto” è la porta simbolica posta sulla soglia d’ingresso del nostro continente, il varco verso un futuro radioso in cui tutti sono welcome, come indicato dall’inscrizione che vi è su di essa. Mizan è tutti gli immigrati che arrivano nel nostro Paese e varcano quella soglia nella speranza che le loro vite cambino in meglio. Come tutti loro, Mizan è arrivato su un gommone uscendone miracolosamente vivo e ha con sé soltanto uno zaino, semivuoto, ma reso comunque pesante da tutti i ricordi della sua vita. Il passaggio dall’inziale gioia d’esser arrivato sano e salvo in Europa alla consapevolezza di non esser nessuno in quest’Europa, è breve. «Niente che è fatto è ricordato per quello che era», ripete spesso Mizan. Mizan è tutti gli immigrati ma, come ognuno di loro, non è nessuno nella nostra Europa. Non viene accolto, non viene ascoltato, non viene considerato in nessun modo, può soltanto continuare a camminare, con le sue scarpe ormai consumate, in un Paese che non lo riconosce come essere umano. Così si rivolge direttamente al pubblico in sala raccontando episodi della sua vita, mostrando cosa deve fare per sopravvivere nel Paese che avrebbe dovuto salvargli la vita e cosa deve fare, alla fine, per fuggirne. Lo smascheramento finale avviene nel mostrare l’incoerenza tra ciò che l’Europa dice di sé, come nelle pubblicità progresso di cui Mizan riderà con rancore, e ciò che essa realmente offre a chi vi chiede asilo, cioè qualcosa prossimo al nulla.

Daniele Marino e Marina Cavaliere, giovani autori e registi dello spettacolo, rappresentano il problema oggetto della messinscena sia attraverso alcuni interventi metateatrali dell’autore stesso all’interno dello spettacolo, sia attraverso il linguaggio del corpo che supera barriere e steccai di comprensione per mezzo della lingua dell’inesprimibile e svela così i sentimenti più profondi di Mizan fino a mostrare la sua disillusione per un’Europa che è appunto il contrario di ciò che vuole far credere. Le musiche e le luci sono narrative quanto la parola. Le prime risultano perfettamente riuscite nel loro interpolarsi ai momenti in cui Mizan ci parla poeticamente col corpo, aggiungendo senso e mettendo in profondità passaggi di vita. Esse accompagnano con note dolci i momenti dei ricordi, e con ritmi incalzanti i momenti della fuga. Le luci, invece, risultano, nei loro cambi repentini e disarmonici, a volte incoerenti rispetto ad una messa in scena più essenziale, creando anche a causa di problemi tecnici, una caoticità superflua.

Lo spettacolo risulta più riuscito in alcuni passaggi e meno in altri, soprattutto nell’uso eccessivo di oggetti sulla scena che non sempre sono funzionali alla resa visiva. L’impossibilità di restituire completamente il dramma dell’immigrazione è dichiarata, ma lo spettacolo riesce a creare comunque in modo poetico e tragico uno spaccato di verità e a donare un senso di amara consapevolezza nello spettatore e, grazie all’impatto emotivo, a scuotere le coscienze spesso inermi di fronte alle notizie che scorrono lontane e che invece ci camminano accanto ogni giorno.

 

SCARPE DI MIZAN

Traversata sulla fuga e altri fossi

 

drammaturgia

Daniele Marino Marina Cavaliere

 

con Daniele Marino

aiuto regia  Marina Cavaliere

disegno luci  Gianni Porcaro

spazio scenico Barbara Veloce

graphic design  Armando Ianuale

foto di scena  Giuseppe Carfora

ufficio stampa Antonella D’Arco

regia  Daniele Marino

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