Vuccirìa Teatro: apocalittici senza Amore

LAURA NOVELLI | Corpi esplosi, bruciati, feriti, sanguinanti. Corpi svuotati dei loro organi. Corpi, viceversa, scolpiti fino all’inverosimile. Grotteschi. Violati nel diritto sacrosanto di crescere, vivere, consistere in modo naturale. Corpi del nostro millennio così paurosamente confuso e fragile. Corpi che ci parlano di oggi, di bombe esplose nel cuore di Parigi e Bruxelles, di concorsi di bellezza per bambine/bambole truccate come fossero prostitute. Di guerre mai troppo lontane per non pensarle vicine. Prevede questa anticamera/video Yesus Christo Vogue (tragedia impossibile in atto unico), nuovo spettacolo della compagnia palermitana Vuccirìa Teatro presentato in questi giorni all’Orologio di Roma. YESUS%20CHRISTO%20VOGUE_2387[1]E la prevede come adeguato preludio alla visione apocalittica e fosca (malgrado l’indubbia forza catartica dell’epilogo) di un lavoro il cui tema dominante coincide con lo spaesamento umano di fronte alla perdita dell’Umano, con l’angoscia di un’epoca che non solo ha smarrito il suo afflato trascendente ma non sa più riconoscere quella primaria, istintiva, volontà di amare – e di Amore – che ci tiene in vita da millenni.

Dopo il successo di Io, mai niente con nessuno avevo fatto e Battuage, la scrittura e l’orchestrazione registica di Joele Anastasi sembrano prendere qui una direzione del tutto diversa e “ri-cercare” una lingua espressiva coraggiosamente lontana da quella che aveva caratterizzato le due prove precedenti. Se già le immagini del video iniziale comunicano una profonda impressione nel pubblico, entrando nella piccola Sala Orfeo dello spazio capitolino il buio ci accoglie intenso, feroce, lasciandoci intravedere un palcoscenico coperto di terra e fango e una figura maschile, anch’essa cosparsa di terra nera, accovacciata in un angolo della platea (lo stesso Anastasi). La musica è già alta, bellissima: il Lacrimosa del Requiem di Mozart sublima l’atmosfera pietosa e compassata di questo avvio di spettacolo riempiendo con vigore il silenzio attonito del primo quadro. Che è concentrato esclusivamente sul Cristo di Anastasi. Un Cristo inselvatichito dal barbarico rifiuto che l’uomo gli ha mosso. Un Cristo che recita la sua stessa disperazione, il suo dolore di morto privato del senso ultimo della Resurrezione, della Compassione.
Ma non si capirebbe questa simbologia cristologia se la si distaccasse dai brani evangelici e biblici (quelli emblematici della Passione) scelti per introdurre i diversi episodi della performance, e soprattutto se si slegasse la parabola di questo personaggio, ridotto a icona e a voce recitante, da quella dei due protagonisti: l’ultimo uomo e l’ultima donna rimasti sulla Terra dopo un’ecatombe di proporzione enorme che ha fatto estinguere la nostra razza consegnando ai sopravvissuti un universo cupo, mortifero, secco, polveroso, ostile.

In questo scenario post-atomico e incenerito, che tanto fa pensare al film The day after e che lo scenografo Giulio Villaggio disegna come una scatola velata di nero, lui/Enrico Sortino (molto equilibrato, consapevole, maturo) e lei/Federica Carruba Toscano (ancora una volta straordinariamente intensiva, fluida nei passaggi emotivi, votata ad una fisicità che si fa linguaggio nel linguaggio) combattono contro l’ossessione di quel destino furioso che li ha condannati alla solitudine eterna, ad una morte impossibile e, nel contempo, ad una rinascita impossibile. Sembrano esseri primitivi, mitologici (ma di un mito selvaggio, pre-Olimpico), animali sguaiati, recintati in un lembo di terra tempestata di avvoltoi.
Vorrebbero suicidarsi, ammazzarsi a vicenda. Lottano tra loro. Forse però esistono e resistono proprio perché in due. A tratti piangono come bambini indifesi. Si avvicinano. Si sfiorano. L’uomo poi innesca la miccia della rivoluzione: vuole un figlio perché solo un figlio darebbe senso al loro trovarsi lì, fuori dalla Storia, dopo la Storia, lontani da Cristo, lontani dall’Amore.
Il rifiuto iniziale della donna, cadenzato da violente botte al ventre e da parole degne di Medea, cede ad una progressiva accettazione. E sta in questo “sì” la chiave di volta della loro vicenda/simbolo: sono infatti proprio le scene dell’allattamento al seno e quella finale dei due corpi nudi che, come un Adamo e un’Eva rinati dall’Apocalisse, si avvicinano al Gesù diseredato e lo accarezzano, i momenti forse migliori, più luminosi e ottimisti, di questa veglia funebre dell’Umanità.
Operazione complessa – mi vengono in mente certe atmosfere della Socìetas Raffaello Sanzio prima maniera – e direi persino complicata, dove si avverte una certa disomogeneità tra la lingua, troppo lirica e retorica, e una resa scenica che, pur nel suo astrattismo metaforico, aspira a un realismo espressivo in più punti compromesso.
Motivo per cui, fermo restando il bisogno autentico di trattare temi altissimi mettendo insieme materiali diversi in un impianto che sia più performativo che teatrale, il complesso di questo allestimento risulta faticoso e non omogeneo. Va, secondo me, reso più compatto, più lineare, meno enfatico nel dialogo e soprattutto meno ripetitivo. Perché si sa che il teatro non perdona: le situazioni e le parole, una volta “poste”, sono già capaci di risuonare nella testa del pubblico. Sono già altro: pensiero, memoria personale, esperienza. Perché porle di nuovo?

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