I diversi realismi della nuova scena emiliana, fra Parma e Reggio Emilia, da Aldrovandi a Pepe

RENZO FRANCABANDERA | Ultimi due mesi e a Milano arrivano due produzioni targate Emilia, quell’Emilia che si trova poco dopo il confine con la Lombardia e che per alcuni anni era uscita un po’ dalla geografia della circuitazione teatrale. Sicuramente aveva resistito Teatro Due con quella sua doppia natura di istituzione attenta al linguaggio dell’età giovane e le produzioni, con un’attenzione al classico. Ma da tempo l’istituzione cercava un’intelligenza giovane con cui confrontarsi e a cui affidare forse qualcosa in più della semplice regia estemporanea. Ne è testimonianza la nuova produzione, Fool for love, che debutta in questi giorni a Parma.

Meno strutturate e con meno storia certamente, ma con quella audacia e freschezza da Via Emilia 2.0 le realtà che stanno nascendo intorno al Reggio: dagli esperimenti di teatro e società di Corte Ospitale e Gualtieri, a giovani compagnie come MaMiMò, fino al talento già segnalato in più d’un concorso per drammaturghi di Emanuele Aldrovandi, giovane ma con una capacità immaginifica e di costruzione letteraria non comune.
Sicuramente le storie di Parma e Reggio da questo punto di vista sono lontane e non destinate magari nel breve ad incontrarsi, o chissà. Ma questa prossimità lontana, ha forse anche ragioni di linguaggio e di tradizione, per come appaiono a chi guarda il fenomeno da lontano, che si concentrano anche sul tipo di “realismo” che questi due mondi mettono in scena, sull’esigenza intima e sul tipo di linguaggio. Questioni non banali.
SCUSATE 1Prendiamo ad esempio Scusate se non siamo morti in mare, spettacolo prodotto da Mamimò (andato in scena al sempre attivo e combattente Teatro della Cooperativa), come il precedente e fortunatissimo Omicide House, nato anche quello dalla penna di Aldrovandi. Si tratta di una regia del giovanissimo Pablo Solari interpretato da Luz Beatriz Lattanzi, Marcello Mocchi, Matthieu Pastore, Daniele Pitari. Lo spettacolo è stato finalista al Premio Scenario 2015 e il testo finalista al Premio Tondelli 2015 e presentato in anteprima in lingua catalana al Festival PIIGS 2015 di Barcellona. Il testo, costruito attorno agli attori, finanche alla loro fisicità, racconta la storia di tre emigrati, ma non dall’Africa o dal Medio Oriente all’Europa, ma dall’Europa ormai impoverita verso altri continenti. Effetti della crisi economica, forse. O magari realtà non troppo lontana. Fatto sta che Aldrovandi lascia a Pastore il ruolo del traghettatore di anime, e agli altri tre interpreti la parte dei viaggiatori, scelti ambiguamente con un fisico che può tradirne una provenienza non europea. Ma tant’è: per tutto lo spettacolo il gioco è proprio l’equivoco, il bilico fra miraggio e incubo, in cui alla narrazione realistica dei tre migranti se ne alterna un’altra, asettica e tassonomica del Caronte, che pare dare avulse definizioni tipo Wikipedia, esplodendo come in un pop up insignificanti dettagli della trama principale, come fossero note a piè di pagina in stile Foster Wallace. Ad un certo punto un incidente in mare nel trasbordo e la drammaturgia deflagra, generando una dimensione di relazioni caotiche, il classico mondo in cui senza un governante dittatore, le cose paradossalmente invece che andare meglio prendono la strada dell’assurdo, del tutti contro tutti. Il testo ha caratteristiche di meccanica dei personaggi simile a Omicide House e anche qui il non luogo appare la scelta giusta per la messa in scena. Bene Pastore, in un testo ritagliato praticamente su di lui, e Pitari, che ha quel fare quasi da terrorista infiltrato che di questi tempi suggestiona. La regia sviluppa alcune idee con originalità ma lascia un po’ in bilico la risoluzione del tutto, tanto che persino il finale della drammaturgia, nella versione stampata per i tipi Cue Press, e la versione proposta in scena, paiono divergere, a testimonianza che qualche irrisolto ancora c’è su vari fronti.

Diverso dal realismo magico di Aldrovandi, quello neorealistico che Fulvio Pepe propone a Teatro Due con  Gyula, una piccola storia d’amore (ospitato a Milano al Teatro dell’Elfo). Il drammaturgo-regista formatosi con un percorso d’attore alla Scuola di Recitazione dello Stabile di Genova, fa un doppio salto mortale, debuttando in questa produzione coraggiosa come drammaturgo e regista a teatro. Al cinema invece (dopo un’interessante percorso ibrido fra palco e tv) ricordiamo la vittoria nel 2008 al Torino Film Festival nella sezione cortometraggi con A chi è già morto a chi sta per morire, da lui scritto e diretto.

Da anni in ambiente parmense, Teatro Due ha deciso di dare la possibilità di una prova di maturità che ha consentito all’attore di rovesciare completamente il suo punto di vista, portandosi alla guida di una compagine d’esperienza e qualità, diversi da sempre legati a Parma, con alcuni interessanti inserti, e composta da Ilaria Falini (Gyula), Orietta Notari, Gianluca Gobbi, Enzo Paci, Alberto Astorri, Nanni Tormen, Ivan Zerbinati, Alessia Bellotto, Pietro Bontempo, Laura Cleri, Massimiliano Sbarsi.

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E’ la storia di un ragazzo con alcune disabilità cognitive e motorie, curato con vivace dolcezza dalla mamma Eliza, che vive in una Russia assoluta, una periferia cechoviana, abbandonata dalla possibilità concreta di scambio con il mondo esterno, che infatti avviene per mezzo della radio, con cui la comunità, seguendo l’unico canale disponibile, viene informata sul mondo. Ma sopratutto ascolta la musica classica, unico passatempo per Gyula prima che gli venga offerto un magnanimo posto di lavoro nella vecchia falegnameria. Una comunità di lavoratori esausti che si incontra al bar, dove non si va troppo per il sottile, in una parata di umanità semplice: gli operai e il capo cantiere, il tranviere e il barista, l’ubriacona e il violinista con l’artrite alle mani, sposato con Tania. Ed è il violinista, in un interessante (sia scenicamente che drammaturgicamente) conflitto con il giovane disabile, a costruire di fatto la trama. Prima cercando di soffiare il posto in falegnameria al ragazzo, poi in un finale ricco di pathos, in cui Gyula viene chiamato al quiz radiofonico e come in Million Dollar Baby rovescia il destino suo e della comunità. La prova corale è positiva, ben riuscita, anche nel neorealismo scenico cui si adopera con intelligenza Mario Fontanini, coadiuvato dalle sempre belle luci di Pasquale Mari. E’ un piccolo mondo antico, che vive di poco, in un villaggetto di umanità di confine, un confine che potrebbe essere dovunque, ma è in molte nostre esistenze, in qualche tempo del nostro vissuto. La cosa interessante di questo testo (e per molti versi anche della sua declinazione scenica), infatti, è il suo descrivere personaggi che sono sfaccettature di anima, possibili declinazione dell’indole umana, dall’ingenuità alla frustrazione, dalla generosità alla cattiveria, dall’invidia all’altezzosità, dal cinismo alla bontà.

Finisce bene, e lo si capisce già da qualche battuta prima del finale, con il capo della falegnameria che fa il filo in modo un po’ grasso alla mamma di Gyula, ma un finale drammatico non avrebbe stonato, anzi, quasi l’abbiamo sperato per un po’, in una costruzione possibilmente shakespeariana in cui la notizia della salvezza arriva dopo l’omicidio. Il sottotitolo già fa intuire che qui si voglia far prevalere la speranza. Ed è un finale che in fondo nulla toglie al grosso lavoro di allestimento e anche di interpretazione (bravissima la Falini, ma tutti contribuiscono alla nota di realismo magico della favola).

Una buona prova di Pepe che infatti, come dicevamo all’inizio, ha subito avuto offerto il bis da Teatro Due. Seguiremo per vedere se lo sguardo lucido di questa prima direzione rimane e in che modo va ulteriormente a proporsi.

GYULA
drammaturgia e regia Fulvio Pepe
spazio scenico Mario Fontanini
realizzazione costumi Simone Jael Hofer, Chiara Teggi
con Ilaria Falini, Orietta Notari, Gianluca Gobbi, Enzo Paci, Alberto Astorri, Nanni Tormen, Ivan Zerbinati, Alessia Bellotto, Pietro Bontempo, Laura Cleri, Massimiliano Sbarsi
luci Pasquale Mari
produzione Fondazione Teatro Due

SCUSATE SE NON SIAMO MORTI IN MARE

produzione Ass. Centro Teatrale MaMiMò
in collaborazione con Arte Combustibile
in collaborazione con LaCorte Ospitale – progetto Residenze 2015 /2016
di Emanuele Aldrovandi
con Luz Beatriz LattanziMarcello MocchiMatthieu Pastore e Daniele Pitari
regia Pablo Solari
scene Maddalena Oriani, Davide Signorini
sound Designer Alessandro Levrero
locandine Francesco Lampredi

Testo finalista Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli” 2015
Spettacolo finalista Premio Scenario 2015
Testo presentato in anteprima in lingua catalana al Festival PIIGS 2015 di Barcellona con il titolo Balenes

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