Fra lettere e focacce: il grano nutriente del Teatro delle Ariette

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ph. Stefano Vanja

MARTINA VULLO | «Chi di voi scrive ancora delle lettere? Vi ricordate dell’ultima che avete scritto? E se vi obbligassi adesso a elaborarne una, a chi la indirizzereste?»: strane domande da sentirsi rivolgere oggi. Nel tempo della velocità e della “comunicazione”, in cui le parole sono diventate ridondanti e le emozioni scritte sulla carta si sono trasformate in emoticon digitali da adattare alle varie circostanze, è infatti più raro scrivere delle lettere e probabilmente lo è anche fermarsi ad ascoltare. Eppure la sera del 22 Marzo, al teatro delle Moline di Bologna, mentre le Ariette esordivano col primo studio di Tutto quello che so del grano, il tempo sembrava davvero essersi fermato.

La creazione di questo spettacolo ha rappresentato per la compagnia una delle tappe di un progetto di più ampio raggio, che durante la residenza alle Moline, durata dal 2 al 24 Marzo, si è composto di laboratori aperti al pubblico, della proiezione dei videoclip di Stefano Massari su momenti di tournée della compagnia,  di incontri con gli spettatori e di testimonianze di persone amiche. Un progetto articolato su diversi livelli con cui le Ariette hanno voluto fare il punto su di sé.

Come Stefano Pasquini, uno dei tre attori, ha dichiarato parlando dello spettacolo, «per andare avanti bisogna fare i conti con ciò di cui si è fatti». Ecco allora che all’interno di questo teatro, in cui il cibo da sempre rappresenta un elemento essenziale, l’ingrediente del grano – emblema di una memoria legata alla terra – è stato sapientemente mescolato alle forme della lettera, del racconto e del dialogo, per dare vita ad una pièce dal sapore nostalgico e di grande sostanza, con una ricetta ancora in farsi.

Elementi scenografici semplici e di grande valore drammaturgico, come l’antico setaccio che, fra tavoli e oggetti da cucina, emerge su un lato della scena, o come la bacinella bianca con i chicchi di grano all’interno. Accadeva già nel teatro di Eduardo che certi oggetti si facessero portatori di antiche memorie e ancora più forte è la vicinanza a De Filippo se si pensa all’importanza del cibo sulla scena, alla rievocazione della famiglia di “una volta” e soprattutto al forno della cucina in cui sono state infornate delle focacce che, un po’ come il ragù fumante di Sabato Domenica Lunedì, hanno avvolto l’ambiente con la loro genuina fragranza.

Certo il modo di fare teatro della compagnia romagnola è decisamente diverso. L’inizio è “rock”, con musica ad alto volume e corsa sfiancante sul posto di Maurizio Ferraresi e Paola Berselli. I due attori con gli sguardi persi nel vuoto, sembrano automi travolti in uno strano vortice (che sia quello della frenesia dell’oggi?). Stefano Pasquini al centro, col microfono alla mano, si atteggia a speaker e dopo una breve dichiarazione di intendi l’atmosfera si trasforma. Le Ariette, non rappresentano ma si presentano e così fa Stefano leggendo le sue lettere: ognuna con un titolo proiettato alla parete. Mentre le condivide con il pubblico, indossa un grembiule rosso e inizia a lavorare della pasta. Alla fine della prima lettera, scritta alla moglie Paola e in cui parla del prezioso valore delle origini rurali che tanto le invidia, il panetto per la focaccia è già impastato. Alla seconda lettera, che racconta del rapporto con la terra, la pasta viene stesa nelle teglie. Paola gli si alterna con dei monologhi intimi attraverso cui ripercorre la propria biografia. Per ogni fase di vita e aneddoto ricorre a specifici espedienti, come il camminare nello spazio lanciando grano a terra in un gesto di grande forza scenica o l’indossare un cappello, piuttosto che una parrucca o la parte anteriore di un vestito bianco a fiori, attaccato al collo quasi come una collana.

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ph. Stefano Vanja

Alla dolcezza si mescola l’ironia, così al divertente dialogo al mulino, in cui i due coniugi con cappelli in testa e seduti l’uno di fronte all’altra, ironizzano sulla sana società che combatte i radicali liberi e al grano preferisce cereali più trend, si alterna la quasi sacralità di una bellissima scena in cui Paola, quasi come una santa, seduta e avvolta in un lenzuolo con bandana in testa e luci di natale a forma d’arco dietro, rievoca con infinita dolcezza il ricordo della madre, mentre intinge i propri piedi nel secchio pieno di grano.

Ciò che colpisce in questo studio di pièce è la totale messa in gioco di se stessi da parte degli attori, l’empatia prodotta dall’espressività della Berselli, la sensazione di convivialità data dall’intimità dell’ambiente e dal reale scambio fra i presenti durante il banchetto finale. Resta una riflessione sul teatro quale luogo di sospensione del tempo e strumento di rielaborazione delle esperienze. E poi, se è vero che una focaccia cambia gusto sulla base di chi la prepara, perché chi impasta vi mette dentro un po’ di sé, questa è la conferma del valore dell’esperienza umana che sta dietro al teatro delle Ariette: quella focaccia era buonissima.

TUTTO QUELLO CHE SO DEL GRANO primo studio
di Paola Berselli e Stefano Pasquini
con Paola Berselli, Stefano Pasquini e Maurizio Ferraresi
produzione Teatro delle Ariette
Visto il 22 Marzo presso il Teatro delle Moline di Bologna

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