Duramadre: il tempo zero secondo Fibre Parallele

ESTER FORMATO | La scena di “Duramadre” è di un assoluto biancore; nella sala resta sospeso del fumo che pervade l’assito le cui quinte sono completamente coperte da lenzuola bianche. Evidenti, sin da prima dell’inizio, segni che ci proiettano in una coordinata spazio-temporale pari, diremmo, a zero, quale summa di inizio e fine. È una sorta di punto O quello che si vuol rappresentare visivamente e che sta per origine del mondo o ipotetica Apocalisse. Il suono di un vento glaciale accompagna lo schiudersi di sacche di placenta dalle quali fuoriescono tre corpi nudi, pur essi bianchissimi; una nascita, dunque, preannunciata da un prologo di voce fuori campo, una litania di apposizioni e attributi alla “Madre potente e inferma insieme che incarna un mito arcaico, matrona “congelata” in questo livore etereo ed il cui trono è dietro ad una macchina per cucire collocata su un tavolo gigante, posto in posizione angolare rispetto a tutta quanta la scena. 

Nera regina è Licia Lanera il cui urlo echeggia come i tonfi prodotti dai suoi gesti, quando i suoi nati iniziano a riconoscere se stessi rispecchiandosi l’un l’altro, giocando con le palle di gomma che si stagliano sul singolare paesaggio come uova di ere glaciali mentre imparano progressivamente l’articolazione del linguaggio.
La “madre con il ventre stanco e duro”, “di parto e di volere matrigna” occlude ogni ipotesi di un corrispettivo maschile; vedendola così annulla in noi ogni supposizione dell’esistenza di un dio; è invece da quell’alto e grottesco trono – così comune a tutte le progenitrici delle nostre terre, magari fino a qualche decennio fa – che dando “forma all’informe”, cuce brandelli di abiti sulla “libera carne” dei tre figli surrogando una sorta di processo educativo. Una madre dittatore che con un banale fischietto (altro oggetto di grottesca comicità) mette in riga la prole che si trascina, gioca, si scopre entro questo non-luogo nel quale la sproporzione e la presenza stessa degli oggetti ci suggeriscono uno strano ludico processo di riflessione dell’uno con l’altro e consapevolezza che i tre maschi compiono.
Un Eden che è un’anti-Eden, un’Eva che è un’anti-Eva, detentrice della volontà altrui, “sarta, arbitra e carceriera” che sostituisce ai Comandamenti quelli consoni alla propria tempra di soffocante matriarca e che ha bisogno di rendere incompleti i propri figli perché ne sia parte irremovibile. Possessore delle chiavi con le quali tiene rinchiusa un’altra sua creatura, una femmina mai fuggita – come apprendiamo da ella stessa – insieme ad ulteriori figli, vige in quelle vesti e in quella lingua così meridionali, un’essenza fiabesca, come a riallacciarsi a quelle matrigne di cui la letteratura per bambini è costellata. I suoi passi e voce sembrano corrispondere a micromovimenti tellurici – di contro i figli ed in particolare la figlia prigioniera i cui gesti a l’articolazione della parola richiamano schemi dell’assurdo – ponendone in evidenza la presenza ingombrante ma al contempo fragile ed effimera; fragile ché muore della sua stessa volontà di potenza, effimera perché sostanzialmente necessaria la sua fine affinché la prole fuoriesca da quella atavica dimensione.

Un allestimento che, prediligendo l’astrazione ed il concetto nella sua scenografia, pone al centro tutta la preponderanza del corpo e del gesto; per questo, si ha l’impressione che la drammaturgia trascenda da una concezione puramente testuale in favore di elementi visivi, del gesto, interpretazioni protese ancora verso un’enfasi che contrasta con una struttura narrativa chiusa, che nel complesso rischia di apparire distante e probabilmente  semplicistica, una sorta di parabola mitica. È, questo lavoro,  ancora lontano dal respiro testuale più profondo e strutturato delle successive scritture, come “Lo splendore dei supplizi”, dove è possibile leggere una maturità di pensiero e di idee testuali che giovano all’equilibrio dell’esito scenico.

DURAMADRE
di Riccardo Spagnulo
con Mino Decataldo, Danilo Giuva, Licia Lanera, Marialuisa Longo
Simone Scibilia
voce Rossana Marangelli
costume Luigi Spezzacatene – Artelier Casa d’Arte Bari
luci Giuseppe Dentamaro
realizzazione scene Mimmo e Michele Miolli, Modesta Pece
assistenti alla regia Elio Colasanto, Rossana Marangelli
regia e scene Licia Lanera
produzione Fibre Parallele
in coproduzione con il Festival Internazionale Castel dei Mondi di Andria e il Festival Operaestate di Bassano del Grappa
con il contributo della Regione Puglia
con il sostegno di Res Extensa, Ass. Cult. Explorer, Es. Terni Festival, PimOff

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