Sanghenapule: Saviano e Borrelli e la fondazione della Napoli contemporanea

thumb_56efc1943f309272678b47fb_default_xxlarge.jpegRENZO FRANCABANDERA | Come Virgilio nell’Eneide pretendeva di individuare nei valori del mitico fondatore Enea gli stessi che la città di Roma incarnava, almeno per quello che appariva al suo tempo, così in molti casi la scrittura cerca di raccontare fortune e sventure del presente attraverso il passato remoto.
Va dunque letto come esercizio artistico ma anche stilistico Sanghenapule, il lavoro che unisce in questi giorni Roberto Saviano e Mimmo Borrelli sul palco del Piccolo Teatro di Milano, che lo produce. Ma è anche volontà, quasi politica di ragionare su alcune questioni del presente.

L’esperimento è composito e polisemico: merita di essere raccontato più approfonditamente, dopo il debutto chiusosi in maniera trionfale alcune ore fa.

Che struttura ha lo spettacolo? La creazione è un’ibridazione fra i generi artistici finora maggiormente praticati in solitaria dai due protagonisti con riferimento agli esiti scenici, ovvero la narrazione per Saviano e il poema dialettale per Borrelli. Entrambi sono, prima ancora che persone di teatro, persone di parola, scrittori. Il primo ha una passione per  la ricostruzione dei fatti, la ricerca delle cause, il secondo è un descrittore di spazi d’emozione, di sentimentalità alterate che poi traduce in scena, con quella tecnica recitativa dello “jiètta fora”, in cui l’interprete pare quasi posseduto dal personaggio, cifra che ovviamente si esalta quando il personaggio ha caratteristiche borderline, frangente che la scrittura di Borrelli peraltro cerca. In questa evidente differenza fra la misura indagatrice (e quasi scientifica) del primo e la passionale cifra letteraria e poetica del secondo sta il cuore della riflessione che qui intendiamo favorire.

Saviano ha composto una partitura che ha incipit nelle vicende di Ianuarius, Gennaro, il santo con cui la città del Vesuvio ha un rapporto devozione che sfiora l’assurdo, ed arriva fino alla Napoli d’oggi. Il giornalista scrittore usa, nella parte di testo di cui gli è ascrivibile la paternità, quel sangue che si liquefa, che scorre, come metafora del tentativo dell’uomo di non rinunciare al sogno, anche quando sa che è utopico e irrealizzabile.

Passa, l’argomento, per la rivoluzione partenopea di fine Settecento, soffocata nel sangue con la morte delle intelligenze di calibro assoluto che le diedero vita, e forse, in modo appena appena accennato, sulla vicenda personale, cui pare alludere nel finale, quando appunto dice che in fondo ogni sognatore di una realtà diversa per Napoli, da Ianuarius ai giorni nostri (evidentemente lui compreso), sa che non vincerà la guerra ma almeno avrà vissuto una vita degna di tale nome, non rinunciando all’utopia, vero lume del percorso umano. In questa distinzione, la drammaturgia di Saviano si infila nelle pieghe della storia, da quella dei pochi ma illuminati che cercarono di cambiare, i fautori dell’unica rivoluzione italiana, quella del 1799 a Napoli e che ispirò con i suoi principi finanche la costituzione americana, a quella dei molti anonimi, napoletani e non solo, che alla fine del secolo successivo e per molti decenni ancora emigrarono dal molo dell’Immacolatella, passando sotto il braccio teso della statua di Gennaro che pareva salutarli, per abbracciare un destino per molti anche infelice, di morte in mare. Trenta milioni di persone in tutto.

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E da Ianuarius all’emigrante anonimo, dal medico rivoluzionario Cirillo, che volle dirsi uomo davanti alla corte giudicante di servi della restaurazione, fino a Lucifero che sprofondando nell’abisso sparse qui e lì pezzi di Paradiso creando il golfo di Napoli e il Vesuvio, Borrelli incarna i personaggi del racconto di Saviano.
In un’eterna nenia che dal verso metrico in grammelot-latinese fino al rap di Gennaro che canta la Napoli d’oggi, l’ “altro drammaturgo” (e anche regista) ripercorre in versi questa storia millenaria, con le musiche dal vivo del fidato Antonio Della Ragione e di Gianluca Catuogno che sviluppano una sorta di tema popolare, che poi riverbera lungo l’intero spettacolo.

La scena è quella del piccolo ceppo dove venne decapitato Ianuarius e da cui gronda il sangue, contenuto all’interno di un emiciclo semovente che, chiudendosi, diventerà un ulteriore ceppo grondante sangue. Su questa struttura semicircolare dall’apparenza diroccata di circa due metri e mezzo d’altezza, dal soffitto incombe una ramificata venatura, in apparenza radici d’albero, ma in realtà citazione di un’altra epifania del genio settecentesco napoletano Raimondo di Sangro principe di Sansevero, con i suoi esperimenti alchemici e i due scheletri con le vene mummificate che ancora oggi è possibile vedere nella cappella fra i vicoli di Napoli, e metafora di quel sangue fermo che si contrappone evidentemente al sangue capace di liquefarsi di Ianuarius e di tutti gli interpreti del “sogno partenopeo”, azzarderemmo di poter ipotizzare. Insomma un sangue di millenni, rappreso in apparenza, ma capace di liquefarsi, come la lava del Vesuvio: queste dunque le suggestioni anche se, sia nel contrappunto musicale che nell’impianto scenico, la didascalia fa capolino.

In un intreccio che certo non lesina i talenti di entrambi nella loro massima espressione, forse una regia “terza” rispetto alle intelligenze che hanno scritto e che interpretano avrebbe potuto rendere ancor più gradevole e misurato un esito sicuramente d’impatto e che avrà evidentemente successo di pubblico ovunque.
Entrambi, infatti, nel rispetto delle diversità, decidono di sfrondarsi l’un l’altro appena appena, ma senza incidere nelle scelte artistiche che portano Saviano a scegliere un certo percorso che a volte appare un fiume con qualche ansa argomentativa di troppo, che cerca anche un po’ forzatamente il legame con la Storia pur di sostenere la tesi della rivoluzione capace di continuare sempre.
Borrelli, di converso, ricerca all’interno di quel codice che gli è da sempre familiare, da La madre a Opera pezzentella, nell’eterno bestemmiare e bestemmiarsi, tipico di un liturgico napoletano che forse solo ancora all’ombra del Vesuvio resiste in una modalità così vivace e originale di dialogo con l’oltremondo del sacro; e che fa di Napoli quel laboratorio umano e della fantasia ineguagliabile e ineguagliato al mondo.

Vale la pena di raccontare questa Gennareide per come è stata pensata? Ovviamente si. E’ legittima l’operazione culturale messa in piedi? Certo, lo è, sia per la vicinanza anagrafica dei due protagonisti, sia per quella letteraria e artistica, e sia per i legami di ciascuno con il Piccolo Teatro, con Escobar probabile facilitatore di due cifre diverse ma avvicinabili.
E’ “gradevole” il prodotto? Si, diciamo che dal punto di vista “divulgativo” e di disvelamento dei contenuti è operazione riuscita; per altro verso l’osservazione critica sul linguaggio non può non vedere i margini di evidente pefettibilità per un’amalgama mai facile quando i due codici di prosa e poesia si avvicinano.
Se ne era occupato già Dante con La vita nova, il celebre prosimetro che alternava prosa e versi. Figuriamoci quando a questo melange si aggiunge la musica, la luce, e altri segni scenici di ulteriore complessità. Poteva bastare meno? E’ l’ipotesi di cui siamo sostenitori, insieme a quella della necessità di una regia esterna e distante dai due talenti. E’ vero, Napoli è sempre barocca, eccessiva, ma forse proprio in questo raccontare con meno può stare la soluzione dei nodi che portano poi sia Borrelli a interpretare personaggi che certamente hanno meno familiarità con la sua cifra, sia Saviano a cercare legami fra argomenti in certi momenti anche evidentemente distanti fra loro e in cui il nesso non è proprio immediato.
Abbiamo seguito lo spettacolo con attenzione, anche godendone. Cinque minuti di applausi, il pubblico in piedi. Lasciamo quindi questo stimolo di riflessione critica proprio nella sua necessità di dialogo con il ruolo del pubblico, il secondo ad incoraggiare l’arte, il primo a dialogare con l’arte sull’evoluzione del linguaggio e delle sue forme, specialmente quando ci sono tentativi di ibridazione all’interno di quell’universo simbolico magico che è la parola.

Mimmo Borrelli e Roberto Saviano per il loro spettacolo hanno consultato una vasta bibliografia che è stata fonte dei loro testi ed è consultabile cliccando qui

Rimandiamo invece qui alla nostra video intervista a Mimmo Borrelli, registrata pochi mesi fa, in cui l’artista ripercorre le sue scelte artistiche e parla di alcuni temi legati al sacro e al culto nella città di Napoli. 

 

SANGHENAPULE
Vita straordinaria di San Gennaro 
testo e drammaturgia Roberto Saviano e Mimmo Borrelli
regia Mimmo Borrelli
musiche, esecuzione ed elettronica Gianluca Catuogno e Antonio Della Ragione
scene Luigi Ferrigno
costumi 0770
luci Cesare Accetta
con Roberto Saviano e Mimmo Borrelli
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

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