Bull e il perverso piacere dell’umiliazione

GIULIA TELLI | Il plot è molto semplice: due impiegati e colleghi si coalizzano con spietata ferocia contro il terzo collega, la vittima designata a essere la testa che sarà fatta saltare in un momento di recessione. Questo meccanismo di vessazione del più debole è lo stesso che dai banchi di scuola può ripetersi, con gli stessi immutati meccanismi infantili, in qualsiasi contesto lavorativo “adulto”.

Il testo Bull, del giovane drammaturgo inglese Mike Bartlett, è restituito sulla scena con pungente intelligenza dal giovane regista Fabio Cherstich e dai quattro attori, i cui ruoli sono perfettamente cuciti addosso, Linda Gennari (impettita e frigida Isabel), Pietro Micci (scattante e arrivista fascio di nervi Tony), Andrea Narsi (timido e goffo Thomas) e Alessandro Quattro (furbo tagliatore di teste Carter).

La sala del Teatro Franco Parenti, dove lo spettacolo è andato in scena, ben si presta a completare, con la sua struttura a gradoni che circonda i quattro lati del perimetro della stanza, la scenografia di un ring: gli attori occupano ora il centro e ora gli angoli di un fulgido quadrato bianco illuminato da quattro listoni al neon appesi al soffitto, che ricreano un ambiente artificiale e asettico, un non-luogo, che può ricordare indistintamente una anonima sala riunioni così come una sala operatoria.

Non ha infatti alcuna importanza ricreare realisticamente l’ufficio dove è ambientata la pièce, ciò che realmente conta è la dinamica vittima-carnefice che si respira in questo contesto aziendale.

Bull sembra voler dimostrare la teoria darwiniana della sopravvivenza della specie: se un pesciolino è buttato nella vasca dei piranha, il suo destino di morte è irreversibile. Il processo di selezione naturale per salvare la specie (in questo caso il team aziendale) dall’estinzione deve eliminare l’anello debole della catena. Non c’è spazio per le categorie protette, per i falliti, i perdenti e gli inetti.

Il piano dell’astrazione è dunque non solo congeniale ma anche necessario a rappresentare questo gioco al massacro che in tre round mette al tappeto Thomas, vittima sacrificale esposta sull’altare del potere, che si fa presto abuso e sopruso nonché violenza psicologica brutale ed efferata.

Bull è senz’altro una commedia spietata e politicamente scorretta, un cinico ritratto della società moderna insaziabile fagocitatrice di reality show come “Apprentice” (citato nel testo di Bartlett) che appagano l’atavico desiderio del pubblico di identificarsi nel vincitore, compiacendosi per la disfatta dei perdenti.

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In Bull tuttavia questa dinamica è rovesciata. Il cattivo è così spietatamente brutale e galvanizzato dall’affondare l’avversario, sferzando contro la “preda” fendenti verbali che feriscono come pugnali, che anche lo spettatore con più pelo sullo stomaco non avrebbe il coraggio di mettersi dalla parte del più forte. La vittoria è così facile e scontata per quest’ultimo che il gusto della sfida è annullato, ed è insieme svilita anche l’adrenalina della competizione.

Non resta altro che cum-patire, soffrendo insieme a lui, il povero dileggiato e auspicare almeno in un finale a lieto fine – che però non arriva.

Il pubblico non può che prendere inesorabilmente le difese del più debole e vulnerabile. Tuttavia, è proprio nel momento in cui il pubblico si crede “assolto”, perché si reputa incapace di un tale comportamento che imputa solo alla “cattiveria altrui”, che dovrebbe invece sentirsi “coinvolto”. Già nel 1971, attraverso il noto “esperimento carcerario di Stanford” lo psicologo Philip Zimbardo dimostrò che siamo tutti vittime e carnefici, a seconda della divisa che indossiamo.

L’agonizzante Thomas domanda alla sua aguzzina se non si senta in colpa a essere così spietata con lui. La risposta di lei è illuminante per una rilettura “altra” di tutto lo spettacolo: “No, perché sei tu che mi provochi questa cattiveria, e se non ci fossi io, ci sarebbe un’altra persona a farti lo stesso”.

Lo stesso titolo Bull offre una duplice lettura: quella che vede i due picaderos infilzare il toro – “Bull” in inglese per l’appunto – prima dell’arrivo del matador, oppure, quella nota come la pratica sessuale del “Bull” che consiste nella partecipazione dell’uomo ad incontri a tre con coppie eterosessuali. Durante l’amplesso l’uomo si impossessa fisicamente della donna mentre il partner di quest’ultima osserva impotente. L’eccitazione consiste proprio nel vedere umiliato il partner maschile della coppia che, consenzientemente, si fa umiliare.

Esiste allora una corresponsabilità non dichiarata, e da una parte l’uomo è ancora l’indiscusso “faber fortunae suae”. Thomas inciampa e precipita nel ruolo di vittima che gli è stato imposto e, sebbene cerchi goffamente di reagire e difendersi, non lo fa con abbastanza convinzione e continua a prestare il fianco ai suoi aguzzini, cadendo puntualmente e stupidamente in tutte le trappole che loro gli tendono.

Nel tripudio dell’umiliazione finale cede addirittura all’abbraccio da reality show che Tony gli offre in questa farsa grottesca. A pesare quindi non è solo l’indubbio e gratuito sadismo del cattivo, ma anche l’incapacità del buono, in questa polarizzazione manichea di bene e male, “di essere lui per primo – citando Gandhi – il cambiamento che vuole vedere nel mondo”.

BULL

traduzione di Jacopo Gassmann
regia e spazio scenico Fabio Cherstich
con Linda Gennari, Pietro Micci, Andrea Narsi, Alessandro Quattro
si ringrazia Vincenzo Latronico per la consulenza drammaturgica
Produzione Teatro Franco Parenti

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