“Enduring freedom”, il Butoh dell’abisso di Imre Thormann

Enduring freedom @ Julian Vega Lavado

Enduring freedom @ Julian Vega Lavado

MATTEO BRIGHENTI | È un corpo asciugato nella sua esistenza nuda che invoca una ribellione della carne per essere reinventato. Un corpo danzato all’origine, al di là delle convenzioni quotidiane. Tensione, fremito, fermento. Imre Thormann, uno dei più prestigiosi maestri Butoh del mondo, è il rigore, la fatica e la gioia di una libertà permanente. E proprio Enduring freedom si chiama l’ultima creazione del danzatore di Berna classe 1966, studioso di arti marziali come Aikido, Kung Fu, Tai Chi e Taekwon Do, dopo una carriera senza successo in una punk band, e allievo in Giappone del fondatore del Butoh, Kazuo Ohno, e poi di Michizou Noguchi. L’altrove di un movimento perpetuo ci ha scossi a tal punto da entrare in comunione con quanto accadeva a un palmo dai nostri occhi, dimenticando le sirene delle ambulanze o le urla dei bambini nel giardino di Villa Rossi Martini, a Genova, sede dell’evento in prima nazionale per la VII edizione del festival “Testimonianze ricerca azioni” promosso da Teatro Akropolis. Occhi rimasti in ascolto di “scoprire la profondità delle cose che accadono e possono ancora accadere”, come scrivono i direttori artistici Clemente Tafuri e David Beronio a proposito dell’identità della manifestazione sul volume che ne segue intenzioni ed esiti, Teatro Akropolis – Testimonianze ricerca azioni (AkropolisLibri).
Un rettangolo di neon su un pavimento di marmo a scacchi bianchi e azzurri è lo spazio in cui entra, con fare normale, Imre Thormann. È vestito come tutti i giorni, come resterà anche dopo lo spettacolo, a cena: gessato blu scuro a coste strette, vicine al pari di noi spettatori seduti sui quattro lati, scarponcini neri, camicia bianca, cappello nero a tesa larga. Sembra un sicario, un killer o una spia, non venuta dal freddo come il protagonista del romanzo di Le Carré, ma dal Sol levante. Va a sedersi in un angolo, su una sedia tale e quale alla nostra, e dopo un respiro di silenzio si spoglia con calma solennità. Una volta in piedi, Thormann si scioglie nella pienezza di una danza che le parole possono cercare di restituire a patto di farsi organi, ossa e muscoli di forze ancestrali, quasi divine, di non rappresentare la realtà, ma creare nuova realtà. L’uomo ridotto a niente può tutto.
Enduring freedom è un viaggio di liberazione interiore ed esteriore. Il Butoh, infatti, richiede l’esternazione del proprio, più autentico modo di sentire, e, lontano dal formalizzarsi in una tecnica, si fonda su una relazione profonda tra corpo e natura. Lo stesso termine è formato dagli ideogrammi “bu” e “toh”. “Bu” si riferisce agli arti superiori e indica il contatto con il cielo, l’apollineo, mentre “toh” rimanda agli arti inferiori, al calpestio dei piedi e al legame con la terra, il dionisiaco. Il danzatore è spinto quindi a guardarsi dentro, ad ascoltarsi e poi a esprimersi attraverso il movimento e i suoi principi base (la spirale, l’onda, la gravità, l’emozione), abbandonando concetti come “bellezza” o “armonia” per andare incontro a un approccio fluido all’azione fisica, svincolata così da forme predefinite.

Foto di Giusi Lorelli

Foto di Giusi Lorelli

Incurvato, scarnito, contratto, le gambe magre, il ventre piatto, la testa pelata, Imre Thormann si riscopre primo uomo sulla Terra in continua metamorfosi, Adamo che esce dal Giardino dell’Eden, e avanza e abbraccia e ride e gira e si contorce in tutto quello che è. Riesce a farsi piccolissimo e grandissimo, sembra non avere mai fine. Si butta in terra di schianto, si trascina ancorato alle ginocchia, si accascia, si muove non solo fuori, ma anche, soprattutto, dal suo di dentro. Il sudore gli cola dalla testa alle guance e al collo, sono le lacrime dello sforzo e del controllo assoluto del gesto. I colpi per terra diventano l’unica musica presente nella stanza. I colpi e il suo respiro. Le mani in alto, la bocca tirata come una maschera giapponese, poi i piedi in alto, e continua a rotolare, a saltare, a sbattere sul pavimento, che non reagisce (non può), ma neanche il corpo si spezza. È un reggersi cadendo, uno scivolare aggrappandosi, un uso dinamico del vuoto. Siamo storditi, tramortiti, annichiliti, un ragazzo piange lacrime irrefrenabili, eppure non possiamo fare a meno di guardare, perché quell’abisso in cui Imre Thormann è sceso ri-guarda noi, voragine di falene attratte dal lume dell’egoismo che prescinde la compassione, baratro di uomini sul tavolo di marmo del dottor Mengele dello sfruttamento economico o sotto le macerie della democrazia esportata con le bombe dell’operazione Enduring freedom, avviata dopo l’11 settembre 2001 dall’allora presidente USA George W. Bush contro i Talebani in Afghanistan (l’omonimia con lo spettacolo non è un caso).
La testa del danzatore ora è una colata di sudore che invade il corpo, rosso per le botte prese. Rotola verso la sua sedia nell’angolo, ritrovandosi in posizione fetale. Quando si rialza e va rivestirsi ci coglie un sussulto di vita, torniamo a respirare come un unico, grande polmone che ha trattenuto il fiato fino a quel momento: Thormann è ancora vivo, anzi, è di nuovo vivo. Allora anche noi possiamo sopravvivere, anche noi abbiamo la forza di resistere e rinascere.
Ciò che prima ci sembrava impossibile l’abbiamo visto succedere con i nostri occhi. Gli applausi, tanti, accoglienti e grati, dicono che abbiamo capito e non lo dimenticheremo: il cambiamento è scritto nel nostro corpo. Un braccio, una gamba possono bastare, per dire e fare tutto.

Enduring Freedom
di e con Imre Thormann
Visto sabato 16 aprile nella Villa Rossi Martini, a Genova, all’interno della VII edizione del festival “Testimonianze ricerca azioni”.

Comments

  1. L’ha ribloggato su simonapolvani e ha commentato:
    Un bell’articolo su PAC di Matteo Brighenti su Enduring Freedom, la performance estasiante, nella sua fragile e forte umanità ,del danzatore butoh Imre Thormann, vista a Genova al festival “Testimonianze ricerca azioni”. Tutto da leggere. Nel nome del #butoh

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