Tra cenci e dolci la Mater testoriana di Arianna Scommegna

GIULIA MURONI | «Un sì per poter in su la terra vivare / dillo ai qui stanti spettatori / fede che abbiano / oppure invece no». Gli attimi prima della morte possono essere gonfi di senso, soprattutto quando ci si affida a un ipotetico aldilà, come nel caso di Giovanni Testori il quale, in fin di vita in ospedale, ha composto i “Tre Lai”, tre lamenti funebri. Dal finire della frase tuttavia si ravvisa l’apertura nei confronti di possibilità altre.

I “Tre Lai” sono monologhi che danno centralità e parola a tre figure femminili: Cleopatra, Erodiade e la Madonna. Dopo “Cleopatras” Arianna Scommegna porta in scena, attraverso la regia di Gigi dall’Aglio, “Mater Strangosciàs”, visto presso la rassegna Schegge, al Cubo Teatro di Torino.

Una Madonna umile, velata, contadina assume finalmente la parola e narra a partire da sé, in quanto madre, la parabola di Cristo. Possiede la parlata di chi non è avvezzo a esprimere ciò che prova, a dare parole ai sentimenti e rintraccia perciò i propri riferimenti semantici nella concretezza di un immaginario contadino. L’atteggiamento infatti rivela commossa rassegnazione ma non indugia in commiserazione o elucubrazioni di sorta. Scalzata dai piedi della croce dove la voleva Testori, viene inquadrata in un modesto spazio domestico, intenta a compiere lavori manuali e raccontare. Illuminate da un cerchio di luce, sul palco è con  Giulia Bertasi la quale con la sua fisarmonica fa da contraltare al racconto. Pochi oggetti: uno sgabello, un piccolo forno a gas, una tavola e la sedia alata sulla quale poggia la musicista.

ScommegnaDove il “saper fare” prende il posto della conoscenza, è il corpo ad essere soggetto narrante e attraverso una sapienza artigianale la Mater forgia la materia: dall’impasto il dolce, dal tessuto la cucitura. Il cencio da cucina diventa una Sindone con cui la madre colloquia amorevolmente con il figlio perduto. La storia è toccante: si tratta di sfidare lo sgomento della morte di un figlio, il sacrificio di Cristo, scandalo per eccellenza. Navigando lontani dalle prospettive di trascendenza a cui solitamente la vicenda mariana è ancorata, qui si osserva un ritratto del femminile, declinato nella preziosa attitudine all’immanenza, immerso in un universo schiettamente materiale. Il gioco con Giulia Bertasi e le sue incursioni sonore funziona bene e propone una forma altra di dialogo, una sorellanza complice.

La regia fa interventi discreti, puntuali e di senso e, mantenendo il testo nella sua integrità, leviga la rappresentazione sulle affettuose tonalità materne, senza mai inciampare nel patetismo. La lingua testoriana stratificata, impreziosita di tanti prestiti da altri idiomi e dialetti, nel corpo e nella voce di Arianna Scommegna si mostra giocosa e dolorosa insieme, ironica e grave. L’attrice – premio Ubu 2014 – padroneggia con garbo il rimbalzo tra registri e gradazioni differenti, riflettendo sul corpo quella padronanza di gesti propria di chi conosce prima di tutto con le mani e dando vita a una interpretazione notevolissima. Lo spettacolo, riuscito, concentra nell’essenzialità e nel tocco lieve la propria ragion d’essere.

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