Risata, allusione, disincanto: l’Amore secondo Scimone e Sframeli

untitledMARTINA VULLO | A dispetto delle poco lusinghiere notizie che ultimamente ci pervengono dai teatri siciliani (recentissimo l’annuncio del ritardo dei pagamenti di stipendio ai dipendenti del Teatro Biondo, che attenderanno per la propria retribuzione fino a data da destinarsi), un grande fermento creativo continua a caratterizzare la produzione artistica dell’isola, che sembra quasi contraddistinguersi per un particolare modus operandi che accomuna le poetiche dei suoi diversi teatranti: mi riferisco alla vena di ironia e di disincanto che convivevano nel ‘900 in Pirandello e continuano a persistere in realtà del calibro di Emma Dante o dei messinesi Scimone e Sframeli. Questi ultimi in particolare hanno recentemente fatto mostra del proprio percorso artistico, durante una personale bolognese che si è tenuta dall’11 al 16 Aprile, fra il Centro studi universitario La Soffitta e il teatro Arena del Sole.

In programma quattro dei loro spettacoli (due dialettali, due in lingua italiana), l’adattamento cinematografico della storica pièce Nunzio e due giorni di laboratorio rivolti a studenti universitari. Se i veterani avevano già avuto modo di conoscere il lavoro della compagnia, non è mancato anche per questi un momento all’insegna della novità, costituito dal nuovo spettacolo, portato il 13 Aprile sul palco dell’Arena del Sole.

Se le tematiche dichiarate o sottotraccia, che costellano il teatro di Spiro Scimone e Francesco Sframeli sono svariate (si parla di amicizia, famiglia, rapporto genitori-figli, ma anche in modo relativamente più velato di malavita e piaghe sociali), il tema principale del loro ultimo lavoro è deducibile dal titolo: Amore. Un amore, in questo caso, legato al tema della morte, come si evince dalle due lapidi al centro della scena oscura, con pannello sullo sfondo, dal quale emergono alberi stilizzati a rafforzare l’atmosfera cimiteriale dell’ambientazione.

Non ci troviamo di fronte a un teatro di stampo naturalista. È lo stesso uso delle lapidi, ora adibite a punto d’appoggio per due simpatici vecchietti immersi nella quotidianità e che dialogano in modo surreale, ora trasformate in comodi letti – con tanto di lenzuola, cuscini e croci mortuarie laterali a fungere da abatjour – a testimoniarlo. Il dramma in questione si consuma in un contesto sospeso, quasi onirico, simil-beckettiano, che ha per protagonista, insieme agli anziani di cui sopra, un’ulteriore coppia formata da vigile del fuoco e capitano, che per parte dello spettacolo si muovono, l’uno alla guida e l’altro all’interno di un carrello per la spesa, provvisto di sirena lampeggiante, finto volante giocattolo e sportellino ad uso auto.

Osservarli ci farà sorridere, complici i giochi di parole tipici dei dialoghi inventati da Scimone, la musicalità e le inflessioni dialettali marcate negli interpreti (Spiro Scimone, Francesco Sframeli, Gianluca Cesale e Giulia Weber) e ancora i continui squarci di assurdo e comicità provenienti dal basso, che si alternano al senso di noia e di routine tematizzati dalla pièce. Le due coppie non sono legate fra loro da soli richiami terminologici (come quello all’elemento comico e materico del pannolone che la donna cambia continuamente al marito per ingannare il tempo e a cui allude uno dei pompieri, in riferimento a una crema post-ricambio che propone di spalmare al capitano). Tutto si gioca sulla rievocazione di antichi ricordi: la donna cercherà di ricordare al marito dimentico, dei loro baci e gesti in grado di bruciare il mondo. Gesti intensi e mai più replicati di cui hanno memoria i vigli del fuoco, perennemente costretti a interrompere i propri timidi tentativi di approccio, per spegnere gli incendi causati dai due.

Alla mancata intimità della prima coppia incapace di gestire il proprio fuoco, si alterna quella della seconda, mai abbastanza coraggiosa per farsi avanti e interrotta nei suoi timidi tentativi da altre urgenze. Intimità negate fino alla fine della storia, che vede i quattro personaggi rispettivamente nelle proprie tombe/letto, alle prese con un paradossale tentativo di andare fino in fondo, durante il quale mentre si osservano reciprocamente, continuano a dirsi di voler difendere la propria intimità. Dichiarano di volersi «scaldare fino al silenzio», perché come sosterranno i personaggi e come mostrerà l’ultima scena, «sotto le lenzuola non resta che il silenzio».

Uno spettacolo di 45 minuti, che sembra consumarsi nel tempo di un soffio: suggestione che si sposa bene ad una pièce che evidenzia il rapido procedere di una vita insufficiente all’uomo per imparare a fare i conti con i propri sentimenti.

Una piéce aderente a una poetica fedele a se stessa, dove l’elemento surreale, la semplicità apparente e la comicità si fanno taglienti strumenti di uno sguardo disincantato sul mondo. Fondamentale in questo processo il ruolo degli attori di cui il pubblico percepisce l’energia e il divertimento sopra il palco. In fondo, come ha dichiarato nel corso della rassegna Francesco Sframeli, «Fare teatro è come fare l’amore. Bisogna donarsi e solo quando questo accade il teatro si fa ventre di madre».



AMORE 

di Spiro Scimone
regia Francesco Sframeli
con Spiro Scimone, Francesco Sframeli, Gianluca Cesale, Giulia Weber
scena Lino Fiorito [realizzazione scena nino zuccaro]
disegno luci Beatrice Ficalbi
regista assistente Roberto Bonaventura
direttore tecnico Santo Pinizzotto
amministrazione Giovanni Scimone
compagnia Scimone Sframeli
in collaborazione con Théâtre Garonne – Tolosa
spettacolo presentato in collaborazione con Centro La Soffitta-Dipartimento delle Arti, Università di Bologna

Visto il 13 Aprile al Teatro Arena del Sole di Bologna

 

 

 

 

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