Conversazione con Daniele Albanese: il ciclo di trasformazione e l’arte

FRANCESCA GIULIANI | In occasione della residenza creativa per la produzione del nuovo spettacolo abbiamo incontrato il coreografo e danzatore Daniele Albanese – Compagnia Stalker, al teatro Petrella di Longiano. Random Title Goes Here (Selachimorpha 04) /Assolo è il titolo provvisorio del progetto che ha vinto – insieme ad Artificious (non qui non ora) del performer albanese Glen Caci – “Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi”, un progetto condiviso da Teatro Petrella di Longiano e L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, con l’obiettivo di favorire la produzione di nuove opere contemporanee nell’ambito della danza d’autore.

Come è nato e su cosa riflette Selachimorpha, il progetto che è stato selezionato per questa residenza? C’era una produzione da tempo fissata per un festival e un centro coreografico francese ad Avignone, “Les Hivernales”. A questa produzione si sono aggiunti altri partner tra i quali la regione, il tavolo regionale della danza e Torino Danza. Ho iniziato il progetto con una residenza a Bruxelles a novembre 2015 alla quale è seguita la seconda alla Lavanderia a Vapore 3.0 di Torino in febbraio-marzo e questa a Longiano è la terza. Il debutto è previsto nel febbraio 2017 ad Avignone. Il lavoro è già a uno stadio avanzato. Ha già delle strutture: un duo con Marta Ciappina e Giulio Petrucci, un mio solo e un progetto collaterale con la mia assistente Virginia Canali che, a lato, farà un suo solo. La tematica principale sulla quale stiamo lavorando stumblr_inline_o5u65cwn8h1rhquk2_500ono le forze. È un ambito vasto ma cerchiamo di essere molto concreti. Per fare degli esempi dal mondo naturale: c’è il vento che muove qualcosa attraverso una forza invisibile; ci sono i magneti, l’attrazione e la repulsione dei campi magnetici. Ci interessa capire come funzionano le forze sui corpi: riflettiamo sia sulla dinamica sia sulla trasformazione. Da una parte c’è la ciclicità, il gioco sulle forze, la ripetizione; dall’altra la trasformazione, la mutazione del corpo, dello stato psicofisico.

Come lavori alla scrittura coreografica? Parti dalle forze che lavorano sul corpo per creare delle forme o al contrario parti dall’immaginario di forme per costruire il movimento? Come fissare i materiali è per me una tematica centrale. C’è il metodo classico in cui fissi il movimento A, B, C e li leghi nella sequenza. È quello che fai nella lezione di danza, lo faccio anch’io quando insegno perché è utilissimo ma è un po’ limitante. Il movimento non sarà mai uguale, anche se attraversiamo la strada allo stesso modo non faremo mai un gesto uguale all’altro. Mi interessa capire come si può fissare una cosa che cambia sempre. Ci sono tanti sistemi. Si può lavorare sulle direzioni, le sensazioni e cercare di ricordarle ed è una cosa che ho fatto per tanto tempo. Un altro sistema, che ho usato anche nell’insegnamento, è quello di immaginare dei percorsi “energetici” – parola abusata che cerco di non usare troppo: immaginiamo delle forze invisibili nello spazio e il corpo le segue. Non è importante la scrittura fisica. Ripetendo l’azione, si fissa una sequenza di movimento partendo dall’esterno, visualizzando altro. Di recente, in questo lavoro e soprattutto nel duo, mi sono chiesto se ci siano delle forme che servono a far aumentare l’intensità e a far circolare le forze per permettergli di creare il ciclo di trasformazione che ci interessa. Allora stiamo lavorando su alcune forme particolari come il cerchio, o la combinazione di due cerchi. È una doppia lettura dall’interno e dall’esterno.

Lo spazio, la musica e la danza: come avviene il confronto creativo? Il movimento è lo spazio. Il cambiamento dello spazio influenza il comportamento del corpo. Il suono è molto importante perché crea paesaggi completamente differenti. In questa residenza la relazione suono-corpo è stata centrale e l’incontro con il musicista Luca Nasciuti ne è stato il tema. Avevamo intuito di avere dei sistemi di pensiero molto simili e qui abbiamo avuto una conferma. Entrambi lavoriamo su piani differenti che cerchiamo di far intersecare o sincronizzare e ci interessa molto il passaggio da un piano all’altro. Io lo faccio a livello fisico, a livello di direzioni, di sensazioni a cui cerco di accedere, di pensieri sullo spazio, lui lo fa a livello sonoro e le due cose sono in stretta comunicazione. La cosa interessante è che c’è un pensiero di composizione simile.

Selachimorpha è il titolo di questa residenza e si rifà all’immagine dello squalo che rimanda all’idea di forza predatoria del movimento. Questo immaginario può essere una metafora per leggere il mondo artistico o in generale il mondo contemporaneo? Questo era l’incipit del progetto. Sicuramente il titolo non sarà più questo ma cambierà. Selachimorpha più che titolo provvisorio è un’idea un po’ generale per racchiudere tutta una serie di ricerche e di eventi tra i quali una rassegna di danza che inizierà tra poco a Parma e che sto curando con Europa Teatro. Selachimorpha è anche il titolo di questa rassegna di danza perché può essere appunto un tema, una metafora della danza e del movimento nel mondo di oggi. È il volersi riappropriare di uno spazio di espressione. La danza contemporanea in Italia è sempre stata una delle ultime arti a differenza di altre nazioni; questa metafora potrebbe servire per illuminare un’altra visione, un’altra possibilità, una presa di spazio del movimento e di quest’arte.

Come vedi la situazione della danza d’autore nel nostro paese rispetto a quando hai iniziato e rispetto all’estero? Si avverte una diversità da dieci anni a questa parte. Il cambiamento del panorama della danza è indubbio. Ci sono degli ottimi coreografi, degli ottimi programmatori e degli ottimi spazi. Dieci anni fa probabilmente non era così. Sta cambiando la cultura generale. È ovvio che siamo indietro, soprattutto economicamente. Non si può fare un discorso culturale senza fare un discorso economico. C’è ancora una grandissima discrepanza. Le residenze pagate in Italia stanno iniziando ora, con l’art. 45, all’estero era la base. Essere in residenza non è solo avere a disposizione uno spazio ma significa avere la diaria: questo è un grosso cambiamento. Poi ci sono differenze di base come ad esempio il valore economico di un assolo: a Berlino viene pagato, come minimo, 40 mila euro. In Italia con 11 mila euro viene pagato un trio. Il problema è che tu sarai sul mercato, nel resto del mondo, con questa differenza e la tua responsabilità artistica non sarà valutata considerando lo scarso contributo italiano ala creazione. Quello che manca in Italia è anche un senso di comunità tra gli artisti e i programmatori. Manca un senso di appartenenza a un movimento. Con tutte le differenze possibili, le reazioni di altre compagnie a un lavoro possono essere feconde quando c’è il senso di essere alla ricerca di qualcosa di comune. Invece spesso ci sono delle differenze, delle guerre. L’Italia è fatta di campi isolati, è difficile fare sistema; e questo in generale è una caratteristica del nostro paese in arte, in politica.

 

 

 

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