Il Niño di Caspanello, simbolo di una salvezza negata

Nino3BENEDETTA BARTOLINI | A teatro esiste solo un tempo, il presente di ciò che accade davanti a noi. Così la parola, anche quella che ci parla di eventi passati, nel suo farsi presente sulla scena, viene liberata, espressa, redenta. La redenzione è stata la necessità che ha condotto Tino Caspanello a portare in scena Niño, la storia segreta e taciuta di una donna emigrante, di cui si è fatta interprete Cinzia Muscolino il 2 maggio per il Teatro Cerca Casa. Lo spettacolo si origina da una storia vera avvenuta negli anni ’50, ma conosciuta, per caso, dalla famiglia Caspanello soltanto a distanza di molti anni.

Protagonista di Niño è una donna che ci racconta la sua storia attraverso una sorta di monologo onirico, un viaggio che ripercorre e rivive come se fosse la prima volta, non solo perché esso ha cambiato per sempre la sua vita, ma soprattutto perché è rimasto soffocato nel silenzio del suo pudore. La vicenda ha inizio nel dopoguerra italiano, in una famiglia della media borghesia contadina in cui, nonostante il contesto storico, si conduce una vita abbastanza agiata e serena, vissuta tra l’amato giardino di limoni e la vocazione della donna per l’insegnamento ai bambini di strada. La protagonista si ritrova, per volontà del padre, sposa per procura di un uomo del suo paese emigrato in Argentina e visto soltanto una volta.

Il viaggio in nave è rappresentato sulla scena dal salire in piedi sulla sedia blu, una sedia da cui, per tutta la durata dello spettacolo, l’attrice non scenderà mai. È questa l’immagine di un momentaneo ma lungo purgatorio tra il paradiso lasciato e l’inferno che sta per raggiungere. Al termine di esso, infatti, le arriva tra le braccia da una sconosciuta un fagotto bianco, che a prima vista la donna scambia per un fazzoletto da sventolare al suo uomo che l’aspetta. Ma in quel fagotto è custodito qualcosa di pesante e da esso arrivano degli strani suoni, vagiti, poi un pianto. La donna si ritrova tra le braccia un bambino senza nome e il suo destino cambia per sempre. Il marito che dovrebbe accoglierla, credendo che il bambino sia suo, usa l’avvenimento come alibi per sfogare la sua violenza, psicologica e fisica, e la costringe ad abbandonare il piccolo innocente.

La scrittura di Caspanello è puntellata di metafore e la liricità delle parole viene equilibrata da tempi teatrali lenti e misurati. Le pause, che sono in fondo il recupero di una poetica geografica, legata al mondo siciliano e ai suoi tempi, sono una cifra della sua scrittura, di cui più volte ha fatto uso nei suoi testi. La scelta dell’italiano, e non del dialetto siciliano, è motivata dall’autore nel dibattito post spettacolo, dal non voler sottolineare la regionalità della storia, ma la sua universalità. Anche per questo, forse, nessuno ha un nome in questa vicenda, poiché il nome rappresenta un particolare superfluo rispetto al dramma personale della donna e all’impossibilità di aver conosciuto l’identità di quel bambino innocente tenuto, anche solo per poco, tra le braccia.

Cinzia Muscolino, sola sulla scena, riesce a catturare l’attenzione del pubblico soprattutto nella seconda parte dello spettacolo in cui sfrutta maggiormente i due oggetti presenti nella stanza: la sedia che diventa la nave su cui sogna l’approdo ad una nuova vita, e il suo vestito da sposa che diventa il fagotto in cui è avvolto il niño abbandonato. Bianco è anche il colore che rappresenta la purezza, sua e quella del niño, che presto verrà violata. La Muscolino con un’interpretazione dalla mimica trasognante restituisce tutte le diverse emozioni che il personaggio prova durante il ripercorrere un viaggio che dalla speranza la conduce alla rassegnazione di una vita, in quell’inferno del quale tacerà per sempre. Gli occhi lucidi dell’attrice, sul finale dello spettacolo, sono sia occhi sognanti di attesa e speranza, sia occhi nostalgici del ricordo di casa, sia occhi commossi di dolore per senso di colpa.

Niño comincia come sogno e termina come incubo. Gli eventi travolgono la vita della donna, le cui speranze vengono rimpiazzate da un senso di colpa a cui non può trovare consolazione. Nel presente la protagonista compie sempre gli stessi gesti accompagnati sempre dalle stesse parole: insegna il ricamo, che dev’essere preciso e pulito come la vita che le è stata negata, e legge parole in spagnolo senza riuscire a ricordare quella per lei più importante. Lo spettacolo si chiude com’era cominciato: con l’impossibilità, da parte della donna, di ricordare come si pronuncia la parola “bambino” in spagnolo, niño, che fa riecheggiare nella mente degli astanti il titolo del racconto scenico e accende improvvisamente le luci sull’interlocutore taciuto. Caspanello non ha potuto che liberare così l’animo di questa donna, con la verità della sua storia e l’immagine del suo presente inevitabilmente segnato.

Niño

di Tino Caspanello
con Cinzia Muscolino
regia Tino Caspanello

 

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  1. […] “La scrittura di Caspanello è puntellata di metafore e la liricità delle parole viene equilibrata da tempi teatrali lenti e misurati. Cinzia Muscolino, con un’interpretazione dalla mimica trasognante restituisce tutte le diverse emozioni che il personaggio prova durante il ripercorrere un viaggio che dalla speranza la conduce alla rassegnazione di una vita, in quell’inferno del quale tacerà per sempre.” Benedetta Bartolini – https://paneacquaculture.net/2016/05/10/il-nino-di-caspanello-simbolo-di-una-salvezza-negata/ […]

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