“Il tesoro è sul fondo delle onde”. Intervista sui musei con il canonico del ‘700 Bandini

Erik Haglund @ Teatro dell'Elce

Erik Haglund in Angelo Maria Bandini @ Teatro dell’Elce

MATTEO BRIGHENTI | È in camerino, il monologo itinerante nel Museo Bandini di Fiesole è finito, dovrebbe quindi cambiarsi e tornare alla sua vita di tutti i giorni. E invece Erik Haglund è chino su un libriccino dorato, forse il copione di Angelo Maria Bandini, l’aggraziata e dotta performance site-specific scritta da Marco Di Costanzo del Teatro dell’Elce (direttore della sezione Teatro per l’Estate Fiesolana 2016) partendo da fonti bibliografiche e avvalendosi di fatti riscontrati nella ricerca storica. Lo sfoglia con l’indice della mano destra, facendo bene attenzione a tenerlo premuto finché la pagina non sia completamente girata. L’attore è ancora il personaggio, Haglund veste ancora i panni del canonico del Settecento che ci ha guidati alla scoperta della sua collezione di pitture e sculture sulle colline di Firenze.
Non mi lascio quindi sfuggire l’occasione irripetibile di un’intervista con un uomo originale e sorprendente. Tema: quale interesse può suscitare un piccolo museo in un’epoca come la nostra, la società delle immagini, in cui è possibile vedere “le opere di tutti gli artisti di ogne epoca semplicemente vergandone a sfioro il nome”.
Appena mi vede riflesso nello specchio comincia a parlare.

“Gli illustri custodi del museo che, con mio grande onore, porta il nome del canonico Bandini, mi hanno mostrato qualcosa che in nessun modo le mie deduzioni hanno potuto giustificare: trattasi del misterioso e notevolissimo ìpade. Codesto ìpade è una sottile tavoletta: di metallo polito da un lato, lavorato a mo’ di cornice, e di vetro bruno dall’altro. Il lato argenteo presenta una figura di intaccata mela e l’iscrizione “ÌPADE”. Ma è il lato di vetro a nascondere qualcosa che, ancor io che son senza modestia massimamente erudito e illuminato, definirei magica: se solo infatti lo si sfiora, l’ìpade muta il suo naturale color bruno in una moltitudine di immagini che non solo cangiano ripetutamente, ma muovonsi e, lo giuro, si intendono suoni da esse stesse prodotti!”

Si riferisce all’iPad…
“Un erudito di una disciplina inaudita, che dicesi “Informatica”, un giovane dal crine arruffato e di ispida barba, che non era facile creder come sapiente, ha saputo spiegarmi non solo come piccole pile di Volta, cangiando rapide di colore, formino le figure semoventi dell’ìpade, ma mi ha iniziato ai princìpi di detta scienza de la “Informazione, la quale, lo confesso, mi ha rapito il core. Non ho potuto chiuder occhio tutta la notte, rifettendo su algorismi e processatori e, in ispecial modo, sulla Rete”.

La potremmo definire una “collezione di collezioni”. Dovrebbe capirlo bene, visto che lei è stato un importante collezionista. Non è mica da tutti avere un museo a proprio nome!
“Per cinquantadue anni mi dedicai alle mie biblioteche con passione e non nascondo che ciò mi rese bene in danari, grazie a li quali mi tolsi la soddisfazione d’acquistar, di quando in quando, alcuni libri per me stesso, e potei raccogliere una mia collezione di pitture, isculture, ed altri oggetti pregevolissimi, oltre a concedermi qualche bella serata all’osteria di Baccano, che senz’altro le Signorie Loro conosceranno. Dei preziosi oggetti che acquistai, oggi son conservati in questo nostro museo quei che tutti ornavano maravigliosamente la piccola chiesa di Sant’Ansano a Fiesole. Io stesso acquistai quel piccolo oratorio dal Bigallo nell’anno 1795 e vi feci costruire, proprio accanto, la quieta e ritirata dimora della mia vecchiaia, una villetta con giardino immersa nell’aria salubre fiesolana. Le tavole e le isculture oggidì qui riparate io le donai per testamento al Capitolo della Cattedrale di Fiesole affinché le rendesse disponibili ai cittadini tutti, specialmente a quei giovani poco abbienti e desiderosi di dedicarsi al sapere”.

Ritratto di Angelo Maria Bandini, XVIII secolo.

Ritratto di Angelo Maria Bandini, XVIII secolo.

Le fattezze nelle quali la vediamo sono quelle che lei ebbe nel 1756, anno fondamentale della sua esistenza.
“Fui un giovane indeciso, come spesse volte lo sono i giovani: prima m’appassionò il diritto, in seguito l’archeologia, di poi scrissi d’alcune notevoli vite; tentai perfino di far carriera a Roma – ove fui impedito dall’odioso Winkelmann – infine preferii tornare nella nostra Toscana, in Firenze, ove l’eccellente duca Francesco Stefano mi onorò, non ancora trentenne, dell’incarico di bibliotecario della Biblioteca Marucelliana. Pochi anni dopo, proprio nel suddetto 1756, fui finalmente ordinato sacerdote e canonico di San Lorenzo, ma specialmente, così come mi vedono adesso, fui nominato Regio Bibliotecario della illustre Biblioteca Laurenziana. La mia vita cambiò: il canonicato mi procurò una bella rendita e inoltre mi fu assegnata come bibliotecario una buona pensione, cosicché da allora la mia posizione mi consentì di vivere agiatamente. Ero invitato nei migliori salotti, potevo permettermi di ben mangiare, non mi mancavano i piccoli lussi che nobilitano la vita. Ma di tutti l’accadimento principale fu che, come bibliotecario, divenni cittadino di quello stato ideale che riunisce le menti più alte et erudite del mondo civile: la Repubblica delle Lettere”.

Ciononostante, mi sembra turbato, canonico Bandini. Qualcosa non va? Le fa male ricordare il tempo passato?
“Per colui che, come me, dedicò la vita alle lettere e specialmente a farne un catalogo, le Signorie Loro comprenderanno come la scoperta dell’ìpade e della Rete sia stata di grande turbamento. Il giovane erudito in scienza de la “Informazione” mi illustrò con alcuni esperimenti come si possa catalogare e specialmente ricercare in codesta Loro epoca del terzo millennio. Conviene far comparire sull’ìpade come un impalpabile torchio che presenta tutte le lettere dell’alfabeto e altri segni tipografici. Ecco che sfiorando l’ìpade in corrispondenza di tali segni, è possibile vergare senza sforzo qualsivoglia parola. La parola vergata compare in altro punto dell’ìpade, che di poi, essendo collegato con appositi fluidi alla mondiale Rete, avvia a cercare non in un solo catalogo, ma nel catalogo universale! Crederanno che ero sconvolto. Volli subito provare e vergai Angelo Maria Bandini”.

Mi sta dicendo che per prima cosa ha googlato il suo nome?
“Non avevo finito di vergare la “i”, che già l’ìpade mostrava il mio ritratto ultimo e centoquindicimila voci in consultazione! E senza chiedere alcuna mancia, cosa che ai miei tempi era civile costume dare ai bibliotecari. Fui preso da incontrollabile eccitazione. Di poi vergai Giotto. Tutte le opere del maestro comparvero pronte ad esser ammirate. Oltre a dodici milioni e quattrocentomila voci da consultare. Fui preso da tal capogiro che mi pareva d’avere la febbre quartana. Vergai Michelangelo. Trentotto milioni e seicento mila voci. Tremavo. Allora vergai Dio”.

Cosa ha trovato?
“Trecentoventotto milioni di voci. Ciò mi raffreddò non poco, dacché me ne aspettavo infinite. Così, senza bisogno di erbe o salassi, tornai finalmente a uno stato di quiete. Conservo tuttavia il dubbio di come le Signorie Loro possano interessarsi alla mia piccola collezione, potendo Loro palesare nell’ìpade le opere di tutti gli artisti di ogne epoca semplicemente vergandone a sfioro il nome”.

Secondo me è un “dubbio retorico”: lei ha la risposta. Altrimenti non saremmo qui, in un museo, il suo, per giunta, dove ha appena finto di guidare decine di visitatori.
“Posare lo sguardo su una vera pittura, sulla sua materia, poterla toccare, immaginare il lavoro lungo e prezioso del suo artefice, intuire il mondo storico et interiore che lo guidò nella sua creazione, non è forse nutrimento dell’anima? Anche una sola, piccola tavola… ammirata con calma, più volte, nel dettaglio, studiata, compresa… ecco, non temono le Signorie Loro di perdersi, in codesto oceano di immagini della Loro epoca del terzo millennio? Non temono di restar divertiti, incantati dagli sbuffi dell’onde? Poiché è sul fondo che si trova il tesoro”.


Angelo Maria Bandini

performance site-specific per il Museo Bandini di Fiesole
di Marco Di Costanzo
con Erik Haglund
produzione Teatro dell’Elce
in collaborazione con Teatro Solare
con il sostegno di Regione Toscana, Unione di Comuni Fiesole-Vaglia
Vista domenica 1 maggio 2016.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: