Atir in Norvegia: Utøya, l’isola del mostro

ELENA SCOLARI | Per chi ha visitato i giardini della Biennale di Venezia la scena di Utøya (a cura di Maria Spazzi), disseminata di tronchi e vetri infranti, ricorda il padiglione dei Paesi Nordici, progettato dall’architetto norvegese Sverre Fehn nel 1958, padiglione nel quale gli alberi già presenti nello spazio scelto per la costruzione sono conservati e inglobati nella struttura.

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In omaggio alla natura nordica le piante interrompono la copertura ed emergono alla ricerca della luce, elemento prezioso alle latitudini scandinave.
Gli alberi inseguono il sole come il popolo norvegese insegue una spiegazione all’insensatezza della strage compiuta da Anders Behring Breivik nel luglio del 2011.
Breivik mette prima un’autobomba a Oslo, come diversivo (e provoca  8 morti e 209 feriti) per poi dirigersi poche ore dopo al suo vero obiettivo: l’isola di Utøya, dove uccide 69 ragazzi e ne ferisce 110. L’atto più violento accaduto in Norvegia dalla Seconda Guerra Mondiale. I ragazzi erano sull’isola per un campus organizzato dalla sezione giovanile del Partito Laburista.

Il testo di Edoardo Erba, e così la regia di Serena Sinigaglia, scelgono di raccontare la tragedia dalla parte di chi vi ha assistito, dalla parte dei norvegesi, increduli, attoniti di fronte a un fatto tanto anomalo per il loro paese. Lo spettacolo non si concentra sul colpevole, lo ignora addirittura, non tenta nemmeno di dare una fisionomia al “mostro”, lo evoca per assenza, delineando in tre coppie di personaggi tre diversi punti di vista su ciò che stava accadendo. Due coniugi distanti tra loro, il cui sentimento si è affievolito e incattivito col tempo hanno la loro figlia al campus sull’isola; un fratello e una sorella (lui ritardato ma dotato di un intuito umano incontaminato) vivono in campagna e si scopriranno vicini di fattoria dell’assassino; due agenti di polizia, lui stolidamente obbediente agli ordini, lei non allineata e tendente ad una sana insubordinazione, vedranno in diretta l’attacco ma il loro – forse – determinante intervento verrà impedito da una strategia intempestiva dettata dai superiori.

Arianna Scommegna e Mattia Fabris sono i bravissimi interpreti delle tre coppie, non appaia ripetitivo se ancora si sottolinea la bravura di questi due attori, in questo spettacolo è determinante per la sensazione che rimarrà all’uscita del teatro. Marito, fratello scemo e poliziotto stronzo, moglie, sorella avveduta e poliziotta coraggiosa sono ruoli incarnati con tratti precisi, ben distinti per movenze, parlate e atteggiamenti, unici elementi di riconoscibilità perché gli attori non cambiano costumi, non ci sono cambi di scenografia a supportarli, solo brevi pause a segnare i segmenti in successione. I due sanno tenere alto il ritmo e costruire una tensione emotiva palpabile che si regge su un testo ben scritto su una capacità attoriale non frequente.
La scelta di non parlare direttamente di Breivik, però, mostra il suo limite quando trascura il movente strettamente politico che l’ha spinto a fare ciò che ha fatto: l’attacco era rivolto contro i laburisti non a caso, ma perché Breivik (simpatizzante dell’estrema destra) voleva fermare i danni della politica laburista, responsabile (a suo avviso, ovviamente) della distruzione della cultura norvegese poiché permetteva, tra le altre cose, l’immigrazione di mussulmani. Si è trattato quindi di un bersaglio scelto in base a un – distorto – ragionamento politico, non di “semplice” follia omicida. Per come invece è presentato nello spettacolo si tende ad appiattire il senso della strage, tenendo il fuoco sull’insopportabile apprensione di due genitori che non riescono a sapere se la figlia è viva o morta, sullo stupore di aver vissuto per anni a pochi metri da un assassino e sull’incapacità di gestire – tatticamente – la risposta ad un gesto criminale totalmente inaspettato. Quale che ne sia stata l’origine.

Drammaturgicamente la coppia meglio riuscita è senz’altro quella dei due coniugi, infatti il marito, professore laburista dedito al suo lavoro e per niente accomodante verso i desideri della moglie, vive un momento di forte crisi legato al suo credo politico, si aggrappa all’ideologia come unica àncora per non crollare, un monologo disperato in cui si sente la spasmodica ricerca di un perno che rinsaldi una vita sull’orlo del disfacimento. Si scoprirà poi che la ragazza non era al raduno, aveva mentito per non dispiacere il padre e si è salvata grazie alla disobbedienza. È molto bello il contrasto tra la delusione per una figlia che non ha creduto a un’idea e il sollievo che questa giovanile superficialità le abbia salvato la vita.

Utøya comincia con la descrizione del “norvegese”: corpo lungo e imponente, ossatura robusta, carattere dolce nonostante il suo aspetto imponente… Solo quando si arriva al pelo lungo capiamo che si tratta delle caratteristiche di un gatto. Leggiamo così il significato di questo equivoco: bisogna imporsi di capire chi abbiamo davanti prima che sferri l’assalto.

Lasciamo ora la chiusura di questa riflessione al videoreportage realizzato da Renzo Francabandera con l’intervista alla regista Serena Sinigaglia la sera della prima milanese presso l’Atir Ringhiera.

 

Utøya
di Edoardo Erba
con la consulenza di Luca Mariani, autore de “Il silenzio sugli innocenti”
scena Maria Spazzi
con Arianna Scommegna e Mattia Fabris
assistente alla regia Sveva Raimondi
regia Serena Sinigaglia
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana

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