Otello di ritorno dal lazzaretto. Sull’assolo di Gaetano Ventriglia

ANGELA BOZZAOTRA | In forma ibrida, a tratti bipolare, si disegna l’Otello alzati e cammina (2009) inscenato dall’attore e regista Gaetano Ventriglia, definito da Ascanio Celestini “il migliore attore del ventunesimo secolo”, secondo registri vocali e dispositivi performativi di differente tono e altitudine. Un magma di velluto ricopre i gesti e la mimica di Ventriglia, unico attore in scena, accompagnato, sullo sfondo, da una chitarra e da alcuni oggetti, objects trouvés appartenenti in larga parte alla strada, ai marciapiedi – da dimenticarsi polverose scenografie barocche e riproduzioni della Venezia scespiriana. No, non siamo nella Venezia post-bizantina, siamo a Roma, alle Carrozzerie N.O.T. nel 2016, durante l’impero all’apice della decadenza, e la tragedia non è possibile, o meglio, lo è a patto che nessuno si illuda che sia possibile alcuna rappresentazione. No, Ventriglia decisamente non è Otello, né Iago, né Cassio, né Desdemona, nessuno dei nomi ai quali dona parola; nessuna astrazione e nessuna caricatura, solo un attore che decide di uscire dal lazzaretto che è divenuto il teatro, per confrontarsi con febbrile incurante anarchica solitudine con un testo, in un tȇte-à-tête ai limiti dell’irrappresentabile. 

Essere tutti i personaggi, dunque essere nessuno&ognuno; questa è la polifonia a voce sola interpretata toccando locuzioni dialettali, citazioni in inglese dal testo originale, per finirla con una performance canora, alternando apostrofi dirette al pubblico e auto-sbeffeggiamenti; sputi e degustazione live di ricotta (dunque dissacrando la “pasolinifilia” dilagante?), attimi di rabbia e di delicatezza, silenzio, buio&luce. Due le domande principali dalle quali parte la drammaturgia, la prima inerente alla propria identità, il consueto eppure mai abbastanza posto interrogativo sul’identità del soggetto parlante, sulla sua esistenza, sul rapporto tra attore-personaggio-persona. L’identificazione non è quindi tanto tra l’attore e un singolo personaggio, maschera asfittica tendente al mutismo emozionale, ma tra la sua persona e il testo nel suo insieme; testo che viene fatto a pezzi, masticato, ingoiato e sputato proprio sul palcoscenico, come un osso spolpato e gettato ai cani per spolparlo meglio. Un’attitudine alla scarnificazione e alla distruzione, alla quale sussegue una seconda fase, che corrisponde alla seconda domanda, inerente all’attenzione del pubblico. Non risulta infatti possibile rimanere indifferenti a questo Otello, alzati e cammina!; o si ride o si sorride amaramente, o si prova indignazione per il dileggio del testo, o si ammira l’atto poetico che si svolge nel qui e ora della performance attoriale. L’essere-in-scena e la sottile richiesta mascherata da rifiuto per l’attenzione sono i due poli su cui si basa questo mondo di frasi frullate, declamate o sussurrate, bizzarri travestimenti (un velo da sposa, una maschera nel finale) e piccoli oggetti quotidiani, come una banale pila che assume i connotati di un oggetto quasi magico per il rilievo che le viene dato di illuminare il volto.

Otello 01.JPG

Sulla medesima linea di kitèmmùrt, (Amleto atto V scena II) del 2005, dove Ventriglia trattava l’Amleto, la dinamica uomo-donna è l’affare storto che corrode l’identità del singolo, ma nell’Otello vi è un più centellinato uso del playback, e altresì una resa dei personaggi femminili come fragili e innocenti, per inappellabile natura arrecanti danno alle figure maschili, che perdono il senno e la dignità nell’inseguimento di tracce denotanti presunti e/o effettivi tradimenti. In entrambi i lavori la parola onestà e le sue declinazioni aggettivali ritornano ossessivamente, quasi come una litania. Qual è il tormento dell’onesto? Forse quello di fare sempre e comunque una pessima fine? E perché Ofelia deve chiudersi assolutamente in convento e Desdemona ed Emilia devono morire? Non esiste risposta, non siamo né in Danimarca né a Venezia, e non si è consumato nessun delitto; di fatto, solo si è diffuso nell’aria un aroma di irrimediabile desolazione e rabbia, un’atmosfera lirico-pestilenziale da sublimare con leggera auto-dissacrazione e disincanto, dopo aver sconfitto il mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre con una buffonata à la Yorick. O forse è il mostro che ha sconfitto corroso depauperato l’uomo, rendendolo l’ombra di se stesso?

Otello alzati e cammina

di e con Gaetano Ventriglia
luci Thomas Romeo
maschera Isabella Staino

Malasemenza – Armunia – Rialto Santambrogio
in collaborazione con: Teatrofficina rifugio (LI)

Visto a Carrozzerie N.O.T., 6 Maggio 2016, Roma

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