Miti di costruzione: “Cantami Orfeo”, la poesia del Teatro del Lemming

ELISA BISCOTTO | Con Cantami Orfeo, il Teatro del Lemming torna a rivolgersi al mito, riprendendo le fila di un discorso drammaturgico rivolto a un numero circoscritto di spettatori. A guidare la ricerca della Compagnia di Massimo Munaro è il bisogno di rimettere al centro dell’evento teatrale l’elemento umano insito nella relazione tra attore e spettatore. Una necessità a cui si accompagna il tentativo di consolidare un’identità collettiva, evocando la percezione di appartenere a una comunità che non sia il risultato di una semplice somma di monadi solitarie. La capacità di stabilire dei rapporti diviene qui il valore fondante di una drammaturgia partecipata, dove alla massa anonima del pubblico generico si sostituisce un gruppo di persone, e in cui il proprio vissuto rappresenta la chiave di volta per orientarsi all’interno dell’opera.

Entrare nella sala del Meta Studio che ospita la creazione del Lemming è come camminare in un tempio, è varcare la soglia di uno spazio sospeso, lasciandosi alle spalle ogni residuo di ordinarietà. Venti spettatori (è questo il limite massimo previsto per ogni replica) si tengono per mano, formano un cerchio e infine si sdraiano su un enorme materasso bianco: un letto che è allo stesso tempo un altare. Comincia così il viaggio di andata e ritorno nella propria coscienza, un annegare e riemergere guidati dalle musiche di Munaro, sorretti dalla presenza ipnotica e ieratica di Chiara Elisa Rossini. In questo percorso esperienziale i significati sono figli di un sentire corporeo, non speculativo: un flusso emotivo che passa attraverso l’udito e la vista. Le note del pianoforte si propagano come vibrazioni che scorrono dentro le ossa, quasi se a emanarle fosse una misteriosa fonte sonora nascosta sotto la pelle. Sopra di noi Euridice (Rossini), intrappolata dentro un gioco di specchi, vicina e lontana insieme. La sua voce è limpida, morbida, soffusa. È una creatura evanescente, l’illusione di un abbaglio, un’allucinazione che vorremmo afferrare e liberare da una dimensione che non è né cielo né terra. Ma è esattamente allora che si finisce per essere risucchiati nel suo stesso schermo, una superficie in grado di riflettere il nostro sguardo, rimandando indietro proiezioni soggettive.

Euridice è la perdita. Se provassimo a toccarla sentiremmo che è inconsistente, o pervasa dal ghiaccio della morte. La sua immagine ci arriva dall’alto, una sorta di fotografia che per qualche istante pare animarsi, salvo poi tornare a sprofondare nel buio. I frammenti poetici recitati con dolcezza da Munaro e Rossini diventano scaglie di ricordi. Ciò che abbiamo perso non potrà mai tornare con le stesse sembianze, eppure ci appartiene, ci costituisce internamente, si deposita nelle nostre incorporazioni. “E se il mondo ti avrà dimenticato dì alla terra immobile: io scorro, e all’acqua rapida ripeti: io sono” dice il verso di Rilke che introduce il foglio di sala.

CANTAMI ORFEO 3

Il teatro di questa compagnia è un mito di costruzione. Non devasta, non rade al suolo, non crede che un ripensamento del presente debba per forza prendere le mosse da un mucchio di macerie. Piuttosto, si sforza di edificare delle attuali possibilità di salvezza. La presa di coscienza nasce dalla scoperta di un’alternativa, così che a volte la denuncia nei confronti dell’oggi assume i toni del conforto. Alla base di un lavoro come Cantami Orfeo vi è innanzitutto un ideale di amore e di accoglienza, la generosità di un’arte che non conosce narcisismi. Non si tratta di utopia, ma di comprendere quali siano le mancanze, o in questo caso le perdite, di cui soffre la società contemporanea. Ecco che allora quando discendiamo come Orfeo nel nostro Ade privato per affrontare il vuoto, lo facciamo protetti dalla melodia di Munaro, dal sussurro delicato di Rossini e lì, davanti ai nostri demoni, ci ricordiamo all’improvviso di non essere soli. Sta in questa solidarietà la potenza di uno spettacolo meraviglioso, nella capacità di colmare, almeno per un attimo, l’assenza che ci tormenta.

 

 

CANTAMI ORFEO

con Chiara Elisa Rossini e Massimo Munaro

assistenza tecnica Alessio Papa

elementi scenici costruiti da Luigi Troncon

musiche e regia Massimo Munaro

una produzione Teatro del Lemming 2015

 

Visto al Meta Studio, Roma, 15 maggio 2016

 

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