Indifferenza e musica come difesa dal tempo: Federica Santoro al PimOff

ROBERTA ORLANDO | È una teoria beckettiana quella secondo cui “non c’è niente da esprimere, ma c’è l’obbligo di esprimere”; teoria che trova spazio nella produzione teatrale e narrativa dell’autore irlandese, nonché nei suoi Testi per Nulla (1950-52), pensati senza un plot e senza personaggi, ma solo con una voce narrante. Il titolo (in francese Textes pour rien) prende spunto da “mesure pour rien”, che nel lessico musicale indica una battuta a vuoto, che serve a indicare il tempo.
Questo riferimento ci offre una chiave di lettura interessante per interpretare In Società, andato in scena per la prima volta a Milano, al PimOff, dal 9 all’11 maggio.

Lo spettacolo inizia al buio. Sentiamo solo la voce di Federica Santoro (interprete e regista) al microfono, in un monologo che passa dalla descrizione di sontuosi componenti d’arredo, a riflessifotooni sul tempo e sulla percezione di esso in genere come un problema. Un flusso di coscienza dal ritmo (dapprima) pacato, che sembra invitare lo spettatore alla concentrazione e all’immaginazione. E l’invito è lecito, vista la complessità di questo testo dalla struttura sregolata, che non presenta una trama definita.

Le luci si accendono, ma di mobili sontuosi non vi è neanche l’ombra. Solo una poltrona, un comodino, alcune sedie pieghevoli malmesse “arredano” un soggiorno immerso nel nero del pavimento e delle pareti, insieme a pochi altri oggetti, tra cui spiccano un trombone, un violoncello, una ciotola per cani (ma dov’è il cane?). Un senso di confusione e di occlusione è percettibile sin dall’inizio e cresce con l’ingresso dei tre personaggi, che per lo più si alternano in scena, a volte incrociandosi.

La Sorella (Federica Santoro), il Fratello (Sebi Tramontana) e Lui (Luca Tilli) hanno una non-relazione difficile da decifrare, tanto che non è chiaro nemmeno che rapporto li leghi. Il personaggio di Lui pare essere un domestico o più sempliceme
nte un coinquilino. Lo troviamo per tutta la durata dello spettacolo in un totale isolamento: suona il violoncello, emettendo lamenti che sostituiscono lo sfogo verbale di una rabbia di cui non conosciamo l’origine, ma che lo caratterizza. Non parla quasi mai, se non in una scena in cui dichiara, nel più tormentoso fervore, di “aver ricevuto una buona educazione”, come a volersi difendere da una condizione di degrado attuale. È molto evidente il senso di smarrimento e di solitudine di questo personaggio, come degli altri due. La Sorella passa da lucidi monologhi dal linguaggio talvolta colorito, ma più spesso ricercato, a sproloqui isterici, in cui manifesta le sue delusioni (l’uso del microfono sottolinea la distinzione tra questi diversi momenti espressivi). Il Fratello è imprigionato da se stesso in casa, in vestaglia e pantofole.
Sono pochi i contatti tra loro, pochissimi i dialoghi. I due uomini si trovano a suonare nella stessa stanza, ma non insieme. Nessuno presta attenzione ai sentimenti dell’altro. Non c’è reazione alle azioni dell’altro. Non c’è comunicazione, ma solo espressione individuale.
Intima sofferenza, quindi, che sfocia nell’indifferenza, nell’ansia, oppure nella musica.

In Società è un percorso nell’interiorità di tre personaggi, feriti e spaventati da qualcosa di più grande, di esterno, che non ci viene mostrato, ma che possiamo supporre. È un’opposizione a una società che costringe al confronto continuo, alla comunicazione come veicolo di futilità e menzogna.  L’effetto è un’importante partecipazione emotiva, favorita soprattutto dall’abilità indiscussa dei tre artisti in scena e dall’ironia data dall’esagerazione di alcune azioni sceniche. Un altro effetto, però, è una serie di domande irrisolte, che portano il pubblico ad apprezzare lo spettacolo più in un secondo momento, dopo un’attenta riflessione. Questo ci fa pensare che si possa lavorare ancora di più sul linguaggio, per un risultato più d’impatto e più riconoscibile, per alleggerire esteticamente lo spettacolo, senza intaccarne la profondità.

 

In Società – divertimento
ideato e diretto da Federica Santoro
con Luca Tilli (violoncello) e Sebi Tramontana (trombone)
prodotto da Fattore K

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