Di miniere, trentenni e fiabe dark / Impressioni dal Torino Fringe Festival 2016

GIULIA RANDONE | Fare meno, fare meglio. Potrebbe essere questo il motto della quarta edizione del Torino Fringe Festival, che dal 4 al 15 maggio ha animato il capoluogo piemontese con spettacoli, laboratori, concerti e feste. Fare meno non certo per risparmiarsi – ché le giovani realtà teatrali torinesi responsabili della direzione artistica e organizzativa (Crab Teatro, Damiano Madia, Fools, Gianluigi Barberis, La Turcacane, Le Sillabe, Mulino ad Arte, Officina per la Scena, Onda Larsen Teatro) lavorano un anno intero alla realizzazione della kermesse – ma per offrire una qualità più alta. La prima novità di questa edizione riguarda infatti il numero degli spettacoli selezionati, che rispetto all’anno scorso è quasi dimezzato: quest’anno le compagnia accolte sono state 28 e le proposte hanno spaziato dal teatro di narrazione alla performance, dalla danza al circo e dal teatro di strada alla clownerie. Meno spettacoli, dunque, ma il ritmo resta sostenuto: 46 repliche in 9 giorni e in orari differenti per garantire a tutti la possibilità di assistere agli appuntamenti. E per avere un immediato riscontro del pubblico circa la qualità dei lavori scelti, da quest’anno il Fringe ha introdotto la possibilità di commentare sul sito gli spettacoli, potenziando il più tradizionale passaparola. L’idea, sicuramente ottima, è mutuata dal progetto Tips Theater, piattaforma virtuale creata un paio di anni fa da tre giovani torinesi e divenuta un punto di riferimento per la comunità teatrale. Altra novità della quarta edizione, la vittoria del bando Funder35, che ha premiato l’iniziativa dell’Associazione culturale Torino Fringe offrendole supporto organizzativo e gestionale.

Veniamo ora alle prime riflessioni su tre lavori visti in questo Fringe 2016. Danlenuàr, racconto che prende avvio a 1035 metri sotto terra, negli abissi di una miniera incendiata, ha trovato perfetta ospitalità nello Spazio Ferramenta, un ambiente che si sviluppa nelle cantine di un ristorante siberiano-piemontese. Il monologo di Giacomo Guarneri, già apprezzato interprete di Vita mia della Dante, ci immerge nell’oscurità assordante che nell’estate del 1956 inghiottì oltre duecento minatori nella miniera di carbone di Marcinelle, in Belgio. Seduto su una sedia, Guarneri dà voce ad Antonio, giovane siciliano che per sfuggire alla miseria accetta di trasferirsi all’estero per lavorare in condizioni infernali insieme ad altri immigrati, in gran parte italiani. La drammaturgia poggia sullo scambio epistolare tra Antonio e la moglie Genoveffa, con la quale il giovane condivide gli stupori dell’esule, le timide affettuosità di un matrimonio vissuto a distanza e la paura del buio e della morte: emozioni che esplodono attraverso le gambe e le braccia di un fisico minuto e gioioso, affaticato ma mai contratto dall’amarezza. L’attore costruisce una partitura scenica che dosa con intelligenza dettagli comici e commozione, dando vita a un corpo che eccede la cornice dell’emigrato da cartolina.

Più tentennante, invece, il monologo scritto e interpretato dal piemontese Paolo Faroni, andato in scena nei sotterranei del Lab. Con le tue labbra senza dirlo è la confessione tragicomica di un uomo che si accorge di avere di fronte a sé un pubblico e decide di inondarlo di dubbi e sogni a occhi aperti. In questo stralunato racconto di formazione, il protagonista si trova a ottenere risposte da guru sempre più deludenti – l’insegnante delle medie, il medico, il professore della scuola di teatro – per scoprire che in realtà attingerà le poche indicazioni utili alla vita da un nonno muto, una donna immaginaria e un attore gay con un discutibile passato da performer. La drammaturgia si muove incerta tra frequenti cadute di stile e alcune vette di amara comicità: la prima parte del monologo, infatti, ricalca in maniera stereotipata il canovaccio del “trentenne precario in tutto”, comprensivo di battutine e battutacce, di cui – da trentenni – siamo arcistufi; con il progredire della narrazione, però, il racconto guadagna spessore e originalità, culminando in una scena grottesca in cui la solitudine del protagonista è messa a dura prova dall’assedio di coppiette in calore, e in un intenso confronto con l’amico attore Vinnie sul senso dell’esistenza.

grow

Uno sviluppo inverso rivela, invece, Grow, operetta dark prodotta da IF Prana e dalla Compagnia Lombardi-Tiezzi e ispirata alla fiaba di Hänsel e Gretel. Lo spettacolo ha suscitato l’entusiasmo del pubblico del Fringe, che ha riempito il sito di commenti positivi e affollato la sala dell’Unione Culturale anche nell’ultima sera di replica, ridendo e applaudendo con foga le interpreti: Caterina Simonelli (anche ideatrice del lavoro) e Silvia Bennett, nei panni dei fratellini abbandonati, e Marcela Serli (responsabile della struttura drammaturgica), nel doppio ruolo della madre degenere e della strega. Alla Serli spetta il compito di avviare lo spettacolo, una lettura attualizzata della fiaba dei fratelli Grimm in cui la povertà della famiglia dei bambini non è miseria economica ma spirituale e la crudeltà della strega scaturisce da pulsioni nevrotiche e libidinali. E l’incipit di Grow è energico e felicemente spiazzante: in un tornado seduttivo di ammiccamenti metateatrali, citazioni pop, rime e balletti sgangherati la strega irretisce il pubblico, che si trova disorientato e ammaliato al pari di Hänsel e Gretel; all’alluvione verbale della strega si contrappone la danza dei bambini, gemelli vestiti da scolaretti che tra giochi e litigi maturano la consapevolezza di essere stati abbandonati e di dover decidere se fidarsi della donna che li ha accolti. Il loro rapporto di simbiosi sarà spezzato proprio dalla strega, che li metterà di fronte al male e alla possibilità di affacciarsi all’età adulta. E qui sorgono i problemi. In primis perché quando anche i bambini prendono la parola si scopre che l’espressività fisica delle due danzatrici non è sostenuta da un’analoga qualità attoriale; in secondo luogo perché, man mano che deve tirare le fila, lo spettacolo perde tensione e non mantiene la promessa di attualizzare la fiaba se non con un’esile trasformazione, tutta esteriore, dei bambini.

 

Danlenuàr

di e con Giacomo Guarneri
Con le tue labbra senza dirlo

di e con Paolo Faroni

regia Paolo Faroni

luci Massimo Canepa

costumi Luisa Ludovico

 

Grow

idea Caterina Simonelli

testo Tobia Rossi

struttura drammaturgica Marcela Serli

con Silvia Bennett, Marcela Serli, Caterina Simonelli

coreografie Silvia Bennett

consulenza artistica Federico Tiezzi

tecnica Attila Horvath

produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi/IF Prana

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