L’Italia della spettacolazione: quando la padella stecchisce Morganti & C. Da Castiglioncello a Venezia e Albenga, storie di non-teatro

RENZO FRANCABANDERA | Che strana l’Italia della “spettacolazione”.
È questo il termine con cui l’amministrazione pubblica che sovrintende su Castiglioncello chiude la lunga storia del Festival Armunia negli spazi di Castello Pasquini (la meravigliosa cornice del parco di Castiglioncello), per relegare il tutto in una sede periferica, in barba agli anni di storia di questo esperimento in quel luogo. Nel tempo degli appetiti edilizi, degli show cooking e del turismo russo danaroso, certamente lasciare un luogo del genere in mano agli artisti è davvero uno spreco intollerabile, cui la pubblica amministrazione ha deciso di porre rimedio, senza cercare mediazioni di sorta dal punto di vista logistico e programmatico.
UnknownPerfino la natura la cospirato contro, con le raffiche di vento che l’inverno scorso hanno danneggiato in modo irreparabile la tensostruttura. A quel punto pare quasi di vederli gli amministratori, da tempo interessati a mettere a reddito la struttura distogliendola dagli attuali scopi di residenza culturale multidisciplinare, stringere le spalle e dire: “Che peccato, ma così proprio non si può”, aprendo così il Castello ad un esercito di spadellanti festosi a caccia di show cooking. Mentre il buon Claudio Morganti, interrotto nelle sue prove al castello dai fumi del soffritto, come Girolamo Savonarola, lanciava dal suo sito moniti alla morale, la pubblica amministrazione della nota località turistica Toscana ha deciso che il dado era ormai tratto, che nel parco del castello sorgerà una grande arena per eventi da migliaia di persone, di quelli che portano i soldi veri, non quella roba da straccioni del teatro italiano. Roba grossa, Panarielli, spettacolazioni.

Un pensiero che deve aver fatto, passando dalla costa tirrenica a quella adriatica, un’altra amministrazione, con ricchezze non inferiori a quelle del Comune di Castiglioncello, ovvero quella di Venezia, dove il 31 maggio 2016 l’Associazione Vortice terminerà la sua attività di gestione del Teatro Fondamenta Nuove, iniziata nel gennaio del 2003. Anche qui la sindrome della spettacolazione colpisce, sebbene in un’altra variante. Nonostante un ruolo di eccellenza nella programmazione e nella produzione nazionale di arte contemporanea nelle sue diverse declinazioni (ruolo onorato da premi e dal riconoscimento dell’attività come best practice in più di una circostanza), nonostante un riscontro di pubblico e di critica sempre eccellente, l’Associazione si è vista già nel 2014 più che dimezzare il sostegno da parte dell’Amministrazione Comunale (attività già  svolte in gran parte e concordate con l’Amministrazione stessa).
Unknown-1Nella città della “fighissima” Biennale, dove ogni spettacolo viene proposto per una sola replica con costi esorbitanti, un ridicolo contributo di pochi spiccioli ha stretto il nodo al collo di Fondamenta Nuove, che ha provato a mantenere il suo progetto attivo per tutto il 2015, riducendo gli appuntamenti per non far venir meno la qualità: ma la resistenza non può andare avanti ad oltranza; Enrico Bettinello, succeduto nel 2008 a Massimo Ongaro dichiara: «Concludiamo addolorati questa avventura con la rinnovata convinzione che Venezia abbia bisogno di politiche culturali innovative e coraggiose, che la sua doverosa centralità sulla scena artistica e culturale europea non possa essere lasciata solamente alle grandi istituzioni ma che, come in ogni altro centro di eccellenza culturale che si rispetti, debba passare anche attraverso progettualità e strategie di sistema che al momento ci sembra di non scorgere sul territorio». Sono stati ospitati fra queste mura Uri Caine e Virgilio Sieni (beffardamente diventati poi anche direttori di Biennale), Matmos e Carolyn Carlson, e tanti altri da Teho Teardo ai Santasangre, Romeo Castellucci, i Konono n.1, Fennesz, Accademia degli Artefatti, Barcelò, Thurston Moore, Roy Paci… E ancora produzioni e residenze. Insomma mentre il premier sfreccia in motoscafo sul Canal Grande, la Venezia dei progetti che dovrebbero rendere l’Italia quel magnifico incubatore di eccellenza del fare, ecco, quella Venezia lì imbarca acqua.

1463387430664320-TCF-2014-016Deve essere la vicinanza al mare che non fa bene al teatro se è vero che, e qui chiudiamo questa piccola rassegna delle difficoltà della scena italiana, anche esperimenti ricchi di successo e pubblico come il particolarissimo Festival di nuovi linguaggi del teatro Terreni Creativi, che si tiene ad inizio Agosto in Liguria, è in sofferenza. L’alternativa culturale che Kronoteatro in questi sei anni ha garantito al territorio di Albenga, un bellissimo festival in cui teatro, convivialità e profumi delle serre si fondono, in cui il basilico d’estate inebria le narici degli spettatori, adesso solleva bandiera bianca. Cioè, non proprio.

Il festival multidisciplinare, capace di portare il teatro contemporaneo nell’entroterra di una città di provincia, dentro le aziende agricole che in quei tre giorni di Agosto si aprono al pubblico, diventando luogo di spettacolo e cassa di risonanza della cultura, non ha più il sostegno di chi negli ultimi anni ha garantito questa magica possibilità, questo tentativo di integrare le realtà produttive, economiche ed enogastronomiche del territorio con le eccellenze teatrali e musicali nazionali, con la danza contemporanea, in un modo alternativo di vivere lo spazio teatrale e nuove forme di convivialità.

Dopo sei anni Terreni Creativi è in difficoltà. Economica e perciò progettuale. In questa parte di Liguria così culturalmente demotivata, rischia oggi di sgretolarsi,  l’esperienza di Terreni Creativi rischia di trovarsi al capolinea, al tramonto senza essere passata per il suo mezzogiorno. “Le realtà che operano una percorso culturale e di formazione del pubblico vincente, non possono essere lasciate sole, siamo qui per dire a chi di dovere che investire in cultura è investire nel futuro del Paese”, dicono da Kronoteatro che organizza l’evento.

Nelle possibilità che ci attengono, parliamo di PAC, ovviamente, invitiamo quindi i nostri lettori a sostenere l’iniziativa di “colletta digitale” o più figamente di “crowdfunding” che è possibile sostenere qui: https://www.eppela.com/it/projects/8566-terreni-creativi-coltiviamo-cultura

Chiediamo anche noi, insieme a Kronoteatro, il vostro sostegno quindi, sottoscrivendo questa caccia all’autofinanziamento, diffondendolo attraverso i canali che a ciascuno sono propri.

Speriamo che, come l’imbranata comparsa indiana Hrundi V. Bakshi in Hollywood Party interpretata da Peter Sellers, anche noi, goffi guerrieri nel deserto si riesca ancora a suonare ostinatamente la nostra trombetta di guerra, nonostante il fuoco incrociato, a volte anche “amico”: noi che tifiamo ancora per lo spettacolo, e che vorremmo ancora monologhi di Amleto, ascoltati senza che l’odore di cipolla che rosola nella sugna prenda le narici proprio mentre parte l’ “essere o non essere”; noi che adoriamo invece essere accarezzati dal profumo di mare e dal sentore di imprenditoria, efficienza della pubblica amministrazione e cultura che vanno a braccetto. Non esclusione, occorre, ma ripensamento intelligente, altrimenti moriremo soffocati, stretti dalle nostre stesse mani.

Info paneacqua culture

Comments

  1. Le politiche di destra e di sedicente centrosinistra che tolgono spazi ed energie alla cultura sono mostruose. Detto questo, lancerei una riflessione sull’uso dilagante del crowdfunding, che oggi sembra – come una volta il marketing multilivello – una soluzione per restituire ossigeno a quei centri di produzione culturale che una certa classe politica, nel suo agire ottuso e orientato ad altri scopi, deliberatamente soffoca. Perché il crowdfunding chiede al cittadino una seconda volta una tassa per la cultura, che lui avrebbe già versato con la fiscalità generale; e se poi ha successo, l’iniziativa depotenzia la spinta verso la pretesa di ottenere dal pubblico quello che in un Paese civile dovrebbe essere naturale: la restituzione di risorse collettive per la crescita culturale collettiva. Io farei due conti – anche se sono numeri abbastanza noti – su quanto in Italia si spende per la cultura rispetto alla Francia, alla Germania, e anche alla Spagna; e cercherei di non attenuare mai la resistenza verso quel mostro incombente che sostituisce palcoscenici e pensiero con padelle e spettacolazioni.

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