Per un teatro “popolare”: Lanera rilegge Pasolini

FRANCESCA GIULIANI | In occasione della prova aperta a L’Arboreto – Teatro Dimora di Mondaino abbiamo incontrato Licia Lanera / Fibre Parallele. Dai 10 anni della compagnia all’adattamento drammaturgico di Orgia che debutta domani al Festival delle Colline Torinesi, l’artista barese ci ha accompagnato nel percorso che l’ha portata alla messa in scena del testo che Pier Paolo Pasolini scrisse nel 1966.

Da Mangiami l’anima e poi sputala a La Beatitudine quali sono i momenti di svolta in questi 10 anni di Fibre Parallele? 

Mangiami l’anima e poi sputala è il primo spettacolo. Daniele Timpano lo vide alle semifinali del premio “Scenario” e ci propose di partecipare all’ultima edizione di “Ubusettete” a Roma. 2.(DUE) fu uno spettacolo gettonatissimo, che ancora gira ma di cui vorrei liberarmi. La svolta venne con Furie de Sanghe, il primo con una produzione, in un teatro con altri attori. È in questo momento che si sono definiti meglio anche i nostri ruoli – drammaturgo Riccardo e regista io. Poi Duramadre che ha avuto una serie di brutte vicissitudini produttive e non solo. È uno dei lavori meno riusciti ma da qui si generò una crisi che portò al nostro lavoro più solido e compiuto, Lo splendore dei supplizi. La beatitudine ha segnato altri momenti difficili che riguardavano la nostra vita privata, la nostra separazione come coppia. È uno spettacolo fatto in un tempo lampo ma molto compiuto, raffinato, che denota come dopo tanti anni abbiamo sviluppato un metodo di lavoro molto solido.

 E ora Pasolini.

Orgia nasce su commissione. Rodolfo di Giammarco mi invita alla rassegna “Garofano Verde” consigliandomi la lettura di Orgia e proponendomi di fare l’uomo. Con lui avevamo già collaborato per “Trend”, la rassegna sulla nuova drammaturgia inglese, dove avevamo messo in scena il testo di Edward Bond Have I non. IMG_4858Quando lessi il testo di Pasolini rimasi folgorata perché alcune cose del testo erano in forte connessione a come mi sentivo in quel momento della mia vita. Lo trovai molto appartenente e decisi di farne l’adattamento drammaturgico. A Roma feci una “lettura agita” La donna nell’uomo che andò molto bene e Antonio Calvi mi chiese di metterlo in scena nella stagione successiva. Questi furono gli input che mi spinsero a terminarlo. Per una questione di diritti ho utilizzato il testo integrale e si è presentata la sfida per come metterlo in scena, come sviluppare entrambi i ruoli, come trovare una forma unica, se avere o no un’altra attrice per il ruolo della ragazza. Io vivo da un lato la gioia di aver dominato un testo e di averne fatto una regia assolutamente mia dall’altro il terrore di essermi confrontata con un autore così mastodontico e di averlo in qualche modo destrutturato nella sua forma teatro anche se la lingua è quella, io non ho aggiunto una parola e non ho cambiato nulla. La mia autorialità, nonostante sia molto forte, in Orgia è puramente registica. Praticare quella parola e tenerla sempre viva è stato un lavoro attoriale molto faticoso.

È cambiato l’immaginario di riferimento in questi 10 anni? 

Non è tanto cambiato. Prima eravamo molto carichi di quell’immaginario pop che già da Furie de Sanghe si è più rarefatto. C’è sempre l’immaginario della violenza. È cambiato il nostro modo di lavorare, è come se avessimo raffinato il palato con gli anni, gli incontri, le letture, gli spettacoli visti – noi che non abbiamo seguito nessuna scuola di teatro siamo stati degli spettatori accaniti. Per me l’incontro con Ronconi ha segnato un passaggio come attrice e come regista. Se non lo avessi incontrato non so se sarei riuscita a fare La beatitudine, ma sicuramente non sarei riuscita a mettere in scena Orgia come l’ho fatto oggi sia registicamente sia attorialmente.

La figura retorica dell’ossimoro sembra caratterizzare la vostra poetica: in Orgia è forte la commistione tra immaginario pop e pittura seicentesca. È il contrasto necessario a creare il cortocircuito in teatro? 

Mi piace che il teatro, che dovrebbe raccontare la vita, crei questo cortocircuito che nel quotidiano c’è sempre. In più si sta sviluppando anche un esercizio di stile rispetto a questo elemento. Esteticamente cerco la commistione tra basso e alto. In Furie de Sanghe c’è la scena più cruda della violenza sessuale fatta su una canzone popolare barese; in Orgia c’è la replica del Caravaggio che crea questo contrasto con Eminem e il mondo del rap.

Quando e come sposti la tua attenzione durante la creazione allo sguardo dello spettatore?

Sempre. Per me il teatro è un mezzo innanzitutto politico in quanto fa parte della polis. È un’arte comunicativa e se non comunica perché è difficile, ermetico, non si sa spiegare non è riuscito. Io sono per un teatro popolare nel senso di Leo de Berardinis, un teatro che possa parlare a tutti. Se non riesce ad arrivare si perde il suo essere atto rivoluzionario. Sono molto per l’empatia, ci si deve emozionare, si deve entrare in una storia, non amo gli spettacoli che svelano continuamente il meccanismo scenico. In Orgia manca la contrapposizione tra l’elemento alto e basso, quell’aspetto popolare che aggancia, non in senso ruffiano ma nel prendere per mano lo spettatore per portarlo nel mondo più alto. È il testo a essere così: l’ironia non c’è quindi io spingo attorialmente l’acceleratore sul sarcasmo per rendere la parola più concreta perché ho il terrore di essere troppo elitaria.

Orgia
di Pier Paolo Pasolini.

con Licia Lanera
e Nina Martorana
regista assistente Danilo Giuva
consulenza artistica Alessandra Di Lernia
luci Vincent Longuemare
costumi Antonio Piccirilli
dipinti Giorgio Calabrese
tecnico di produzione Amedeo Russi
assistente tecnico Cristian Allegrini
organizzazione Antonella Dipierro
regia e spazio Licia Lanera

produzione Fibre Parallele
coproduzione Festival delle Colline Torinesi, CO&MA Soc. Coop. Costing & Management
e con il sostegno di L’Arboreto – Teatro Dimora di Mondaino
si ringrazia Garofano Verde

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