Kiss & Cry: il visionario racconto delle Mani del cineasta belga al NTFI 2016

MILENA COZZOLINO | Ci sono spettacoli che costringono a starefoto kiss & cry scomodi in poltrona. Così spesso quelli da festival: in Italia alla fine degli anni ’70, i gruppi delle avanguardie davano la possibilità di assistere, specie all’interno dei festival, a operazioni artistiche che costrinsero a rivedere le definizioni dei generi e le arti a sconfinare. Ma il teatro – si sa – è una selva inesplorata di segni e le declinazioni possibili sono infinite, così come i percorsi aperti dal teatro di ricerca verso il futuro.

L’apertura (più o meno ufficiale) del Napoli Teatro Festival Italia 2016 (direzione Franco Dragone), il 15 giugno al teatro Politeama di Napoli, con lo spettacolo Kiss & Cry del belga Jaco Van Dormael, si realizza proprio nel segno dello sconfinamento. Da subito è lo spettatore che sconfina dalla sua poltrona comoda: sul palco è allestito un set cinematografico e la troup si muove in attesa delle riprese. Non è spettacolo, è realtà. Ed è un’immagine che dà un colpo di spugna immediato all’illusione scenica. Oltre Brecht e oltre le ricerca del corpo che si fa immagine, ombra, rappresentazione, superficie e oltre quei segni – la parola in primis – che il teatro di ricerca nostrano negli anni ’80 aveva distrutto e ricordificato. Oltre la Socìetas Raffaelo Sanzio, Barberio Corsetti, Studio Azzurro, qua si recupera un incanto tutto umano, una creatività bambina. Non si decostruisce, ma si ricostruisce. In principio era il verbo e la parola inizia di nuovo a raccontare. Si impara da capo, si riannodano i fili perduti, si tesse l’immagine alla parola e soprattutto la si potenzia coi nuovi media. Si recupera la dimensione epica dal mondo dei racconti di infanzia. Non quelli fatti dagli adulti, ma quelli dei bambini. A partire da quell’infanzia, a cui per definizione manca la parola, si mostra cos’è l’arte di rappresentare.

Il presupposto dello spettacolo è una domanda semplice: dove finiscono le persone quando scompaiono dalla nostra vita? Sul filo di un sentimento universale come l’amore, una voce registrata e lontana, quasi straniera e meccanica, forse ancestrale, ci narra le vicende di una donna a cui è l’amore è sfuggito (forse per sempre). Le è scappato tra le mani a 12 anni, quando le sue mani, in treno, sfiorarono quelle di un ragazzo poco più grande di lei e in 15 secondi avvertì tutta la fuggevolezza del sentimento che tiene insieme gli uomini. Si trovò da sola. Entriamo nella sua testa, in un mondo di fantasmatiche visioni che incastra i giochini dei bambini chiusi nei cassetti del passato a visioni oniriche: le riprese video ci conducono negli anfratti più nascosti, negli angoli dimenticati. Ingigantiscono ricordi, ci riavvicinano a loro. Li mettono a distanza. La voce commenta ironicamente. Tutto viene proiettato su un maxi schermo, dove quelle mani, immagine primigenia connessa all’amore, diventano protagoniste assolute di una coreografia speciale orchestrata da Michèle Anne De Mey e realizzata dalla stessa coreografa insieme al ballerino Gregory Grosjean. Le Mani dei due danno vita ad uno spettacolo di nanodanse e si trasformano in ballerini, corpi sinuosi che si muovono in perfetta armonia con la musica. Le luci fanno il resto e creano l’incanto. L’illusione, che sembrava ricacciata indietro, è fatta salva. Non solo grazie ai potenti mezzi del cinema, il livello di rappresentazione qui è doppio: si vede il video, la superficie, l’esterno di un risultato, che mette a fuoco il mondo interiore, e poi la fatica dell’interno, ciò che sta dietro la produzione dei sogni, le azioni sceniche che li determinano e che sono spettacolo a se stante.

Anche i livelli di comprensione come quelli di visione si moltiplicano. Il lavoro del cineasta belga sembra raccontare l’epopea della rappresentazione: il cinema nacque dal teatro, poi vennero a scontro, si difesero l’uno dall’altro cercando il proprio specifico, ma oggi nell’era del digitale spinto non possono che ritrovarsi dalla stessa parte sul palco, per capire fin dove è giunta l’arte e ricominciare a ricostruire, sulle macerie dei vecchi codici, un nuovo immaginario poetico.

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