Di forme, di colori e di corpi: il Béjart Ballet Lausanne a Parma

FRANCESCA DI FAZIO | Ieratico, d’impatto, colorato. Queste le prime tre parole con cui si potrebbero descrivere le coreografie del Bèjart Ballet Lausanne andate in scena lo scorso 21 e 22 giugno nella cornice scenografica del cortile della Pilotta di Parma, all’interno della rassegna estiva del Teatro Regio. Una quarta sarebbe sensuale.
La compagnia, formata nel 1987 dal ballerino e coreografo Maurice Béjart e dal 2007 diretta dal suo discepolo Gil Roman, ha portato in scena a Parma alcune delle più compiute creazioni di Béjart: Suite Barocco (1997), Ètude pour une dame aux Camélias (2001), Bhakti III (1968), il famosissimo Boléro (1961) e una creazione coreografica di Gil Roman, Impromptu…(2015).

Il primo movimento, Suite Barocco, è una colorata visione onirica: un insieme di ballerini costituiscono uno sfondo in movimento alla figura del solista che si aggira smarrito in quella foresta di corpi vestiti dei colori più sgargianti. All’inno vivace dei danzatori simili a un nugolo di uccelli fa da contrasto l’uomo, torso nudo, pantaloni neri, soprabito e un’espressione tormentata. Tiene in mano una pistola: la punta alla tempia, e spara. La morte non sarà tuttavia definitiva: il ballerino si rialzerà per ricominciare a danzare, a simboleggiare un ciclo vitale che fuoriesce dal tempo reale. Tutta la coreografia è come immersa in un sovramondo irreale di fantasia, in cui ogni cosa può compiersi. Meravigliosa la danza dei ventagli: tre donne con candidi abiti leggeri eseguono una danza sinuosa muovendo enormi ventagli bianchi, in una fantasmagoria che sa di lontano oriente, di chinoiserie in movimento. La danza si muove sulle note di musiche barocche del XVIII secolo, per terminare in un crescendo di pathos nel solo del protagonista, Julien Favreau, che danza sullo sfondo del coro colorato, immobile salvo lenti movimenti accennati agitando piano i ventagli, sulle note di un Lascia ch’io pianga che diviene coerente accompagnamento ad una scena pop.

Il secondo movimento, Ètude pour une dame aux Camélias, danzato da Elisabet Ros (interprete anche della Melodia nel Boléro), è un universo più intimo e introspettivo, dai toni elegiaci. Una donna di bianco vestita danza lentamente mentre una nera schiera di figure maschili si aggira frettolosamente intorno a lei, che cerca invece un abbraccio. Ricerca un istante in cui sostare. Alcuni si fermano e la stringono per un momento, ma subito i corpi si separano: lui torna a camminare, lei a danzare smarrita, e qui la memoria è sfiorata dal ricordo degli abbracci impossibili del Cafe Müller di Pina Bausch. Mentre lentamente la spogliano del vestito per lasciarla con solo una tuta aderente e bianca, le nere figure cominciano a dileguare. Rimasta sola sul palco, compie un assolo dai movimenti classici e moderni a un tempo, un assolo che, forse per il forte contrasto con il pezzo precedente, lascia come un vuoto e risulta meno convincente di altre scene corali.

Bhakti III, un classico del repertorio del Béjart Ballet, è un’ipnotica e perfetta fusione di danze sacre orientali e discipline del balletto occidentale. La ieraticità della danza indiana si fonde alle movenze della danza occidentale in figurazioni sacre: Shiva, il dio della danza, si unisce alla sua sposa Shakti, l’energia vitale, in una cornice di luci e costumi di un rosso acceso, che conferiscono a questa coreografia dai ritmi veloci e serrati un più intimo respiro sensuale. A testimoniare il sincretismo culturale caratteristico di Béjart, questo movimento è un distillato dell’essenza di cerimonie coreutiche tradizionali in una trasfigurazione di forma occidentale, dove gli accenni coreografici alle danze rituali indiane sono restituiti “in un’astratta cornice moderno-accademica”.

A seguire, Impromptu…, ideato da Gil Roman, è un inno alla femminilità, in cui le danzatrici sono delicate e al tempo stesso furiose come Danaidi in perpetuo movimento. Si muovono slegate le une dalle altre o insieme in coreografie incrociate, in movenze che trasmutano fluidamente da ostilità a corteggiamenti, il più intenso dei quali è danzato da un uomo e una donna che disegnano delicate figure di unione.

Béjart-Ballet-Lausanne-Bolero-Maurice-Bèjart-ph-I-Chkolnik-2007.jpgGran finale affidato al Boléro, unico pezzo ad essere arricchito da una scenografia che nell’estrema semplicità risulta essere potentissima: un enorme tavolo rotondo al centro, circondato da tre file di sedie disposte lungo i lati del palco. Tutto di legno dipinto di rosso, linee pulite e scevre da decori. La coreografia segue l’andamento musicale del balletto di Ravel, un moto costante e uniforme, una composizione di armonia e ritmo che si ripete infinitamente uguale a sé, nella sola variazione di volume e intensità che porta alla travolgente melodia finale. Così, una sola ballerina posta in risalto al centro del tavolo (qui Elisabet Ros, ma la danza è stata ugualmente pensata ed eseguita nel tempo sia da un uomo che da una donna) comincia la danza al lento ritmo del Boléro, contornata da una schiera di ballerini immobili seduti sulle sedie intorno. A poco a poco, a piccoli gruppi, i ballerini si alzano e cominciano a danzare attorno al tavolo, assecondando e valorizzando il ritmo in crescendo della musica.
A differenza di gran parte di altri che hanno coreografato il Boléro prima di lui, Béjart ha voluto tralasciare i mezzi pittoreschi per esprimere l’essenziale. Nel mémoir La Vie de qui?, l’artista lo descrisse così: “il Boléro è un grande rituale di morte, la donna (o l’uomo) che danza sul tavolo è desiderata, inghiottita dalla vitalità e dalla fame di coloro che le danzano intorno. Ci si mantiene in vita con la morte di altri organismi”.

 

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