Impavida e dolente, la Fedra di Seneca nella infuocata lettura di Cerciello

FILIPPA ILARDO | Fedra, si libera come da un bozzolo da un enorme, sontuoso mantello che la sovrasta, rimane solo corpo, lei e il suo destino, lei e il suo amore, lei e sé stessa, lei che vuole e non vuole, in poche parole Fedra. Fedra e il suo amore impuro, scellerato: spogliata da simboli di potere che delimitano la libertà, dalle strutture sociali e dalle convenzioni rigide che impongono regole, dal pesante fardello di doveri, tradizioni, convenzioni, Fedra, dilaniata, obliqua, sommamente tragica e poeticamente umana, è sola con la sua coscienza.Imma Villa_foto Franca Centaro.jpg

Al teatro Greco di Siracusa per il 52esimo Ciclo delle rappresentazioni classiche, Carlo Cerciello, regista napoletano, mette in scena la Fedra di Seneca, tragedia senza eroi che fonda una nuova forma di tragico giocato dentro i confini dell’animo umano, in cui lo scontro tra bene e male è sviscerato in tutte le sue possibili declinazioni. 

In una selva che è anche palazzo-prigione dorata, si muovono due cori -bravissimi gli allievi e gli ex allievi della scuola dell’Inda-, uno maschile, dedito alla caccia, e uno femminile, composto da stilizzate figurine giapponesi che disegnano nello spazio incantevoli arabeschi, straordinariamente concepite dal coreografo Dario La Ferla, su musiche di Paolo Coletta. Tutto sulla scena contribuisce a creare un riverbero del dramma che si consuma, un dramma interiore che prende forma e si materializza nell’oro abbagliante dei costumi (di Alessandro Ciammarughi), nel bianco dei kimono, nella porpora sanguigna della regina, nei grigi luciferini di Teseo, sfuggito all’Ade.
Ci si accorge del taglio registico, fin dall’inizio, quando si intrecciano la monodia di Ippolito e il monologo di Fedra, a dare rilievo e ritmo alla reciprocità di due situazioni esistenziali antitetiche, incomunicabili, ma entrambe morbose e piene di furore, la passione di Ippolito per la caccia e quella di Fedra per Ippolito.
Una Fedra dolente, ma fiera, una Fedra impavida e divorata dalla passione che la infiamma è quella di Imma Villa, che accende ogni parola, ogni gesto del necessario pathos, il suo è un corpo docile, dibattuto dall’infuriare delle onde, che corre verso il destino di morte, che s’affretta verso il precipizio di distruzione, che tende fino al parossismo l’incessante lotta contro le passioni, che sviscera con mille toni e sfumature una lacerante crisi di coscienza e di dubbi.

Ippolito e Teseo, padre e figlio che Fedra confonde, sovrapponendoli l’uno all’altro, sono in realtà due facce della stessa medaglia, due risvolti dello stesso sentimento, da qui la scelta di farli interpretare entrambi da Fausto Russo Alessi, più convincente nel primo ruolo che nel secondo.

Non seconda ai due attori, Bruna Rossi, formidabile nei panni di una rigida e amorevole nutrice, sacerdotessa che incarna i valori tradizionali del buon senso, della moralità. È lei a richiamare la responsabilità individuale di un amore peccaminoso che infrangerebbe il tabù dell’incesto, contro ogni legge, attribuendo la passione della donna non più alla divinità, ma alla libido e al furor, trasportando così questo sentimento dalla sfera di un’azione divina alla sfera della coscienza.
Uno spettacolo che concede molto, moltissimo all’occhio, ma che lascia in primo piano la comunicazione fondata sulla parola, sulle parole, parole che di un mito sa risvegliare l’orrore, che trascende le facoltà della ragione per inoltrarsi nel mondo dello stupore e del terribile. Un mito che diventa potenza visionaria del mondo, immaginario collettivo che contribuisce a dare significato al nostro esistere: quello di Cerciello è uno spettacolo pieno di coraggio, ma che si fida del testo e che da esso si lascia trasportare, uno spettacolo che segna un percorso di risalita verso l’antico, ma rifratto sulla realtà presente, uno spettacolo che si sedimenta nella memoria, e che ti lascia dire che i miti non muoiono mai, per fortuna.

 

FEDRA

di Seneca

Regia Carlo Cerciello

con

Imma Villa

Fausto Russo Alesi

Bruna Rossi,

Sergio Mancinelli,

Elena Polic Greco,

Simonetta Cartia,

allievi ed ex allievi dell’INDA

Traduzione Maurizio Bettini

Scene Roberto Crea

Musiche Paolo Coletta

Costumi Alessandro Ciammarughi

Coreografie Dario la Ferla

Assistente alla regia Walter Cerrotta

dal 23 al 26 giugno Teatro Greco di Siracusa, nell’ambito del 52esimo Ciclo delle rappresentazioni classiche

 

 

 

 

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