Castiglioncello (parte I): l’incontrarsi e il comprendere “per cosa combattiamo”

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foto Lucia Baldini

RENZO FRANCABANDERA | Castiglioncello è un posto fantastico dove pensare arte vivendo una dimensione di serenità. Lo è da molti anni, da quasi venti, anzi, saranno venti l’anno prossimo se l’amministrazione comunale avesse la compiacenza da consentire ad un pezzo di storia della cultura italiana di continuare un’operazione benemerita e che quest’anno tra l’altro sta conoscendo un nuovo grande ritorno di interesse con pubblico nutrito e visibilità sui media.
Si tratta di un equilibrio da trovare fra l’esigenza di mettere a reddito una struttura come Castello Pasquini, bella e fragile, con il suo stile architettonico kitch da film degli anni ’30 (e qui cade a fagiolo la pregevole operazione culturale proposta dal sempre ricercato e tagliente Luca Scarlini su Sem Benelli vista in questi giorni qui al Festival), e la possibilità che questa struttura non venga solo banalizzata e trasformata in un albergo extra lusso a ore, per pochi ricchi turisti megalomani e folle esponenziali richiamate da qualche mega produzione con divi tv, sventrando alberi e pineta per realizzare chissà cosa, ma consentire ad un BENE PUBBLICO di assolvere un ruolo preciso di dialogo all’interno della comunità dell’arte e del territorio, cercando ovviamente nuove strade e possibilità per tutti.
E’ un equilibrio non facile, un Inequilibrio, verrebbe da dire. Che è concetto diverso dal Disequilibrio.

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foto Lucia Baldini

Sarebbe interessante parlarne con qualche amministratore, tanto per dire. Ma a differenza di tutti gli altri festival in giro per l’Italia, dove il governo del territorio cerca un dialogo con l’arte, qui in giro apparentemente non li abbiamo visti. Agli spettacoli sicuramente no. Chissà. Peccato, le occasioni mancate di incontro sono sempre un sintomo di possibilità a cui non si dà seguito, manifestazioni di un tempo non sfruttato bene.

E’ peccato ancor di più perché l’amministratore di turno verrebbe comunque a trovarsi a confronto con una programmazione interessante, che quest’anno ha messo assieme nomi ma soprattutto proposte importanti del panorama dello spettacolo dal vivo in Italia, da Civica a De Summa, dai Quotidiana.com ai Sacchi di Sabbia, passando per Scarlini, Rustioni, Bertozzi, e altre realtà del teatro e della danza contemporanea nazionale e non solo.

E che questo sia un luogo di incontro lo testimonia da alcuni anni il fatto che Goffredo Fofi lo abbia scelto per consegnare il premio della sua rivista Lo Straniero, che anche se quest’anno chiude le pubblicazioni, resta uno degli esempi più fulgidi di controcultura del nostro Paese.

13502725_10206725647965191_4838933688198170185_o.jpgCi è piaciuto molto in questi primi giorni, fra le proposte di danza selezionate da Angela Fumarola, attenta a scegliere percorsi nuovi e a fare scommesse ardite con l’arte, la proposta di danza contemporanea ibridata dal linguaggio dell’hip hop di Giovanni Leonarduzzi “Ci sono cose che vorrei davvero dirti”.
L’idea è un commovente e riuscitissimo dialogo a distanza con il figlio, una creazione che inizia proprio con il catturare l’attenzione del piccolo con la modalità del gioco, per poi sviluppare l’emozione adulta e il tema dell’identità nell’identità, del gene trasmesso, di quello che si è e che si diventa attraverso lo sguardo del e nel proprio figlio. “Sei me più di ogni altra cosa, facciamo tutto quello che vuoi e forse non saprai mai quanto ti penso quanto ti cerco quanto mi manchi. Ci sono cose che vorrei davvero dirti; scappo dove non ci sei, a volte sparisco ma dove vado ti penso. Il nostro tempo sembra così poco ma ti danzo come non ho mai fatto”. In queste righe la sintesi di Leonarduzzi su questa creazione di 20 minuti, riuscitissima e che conferma il talento di questo danzatore di break dance che dal 1997 è uno degli esponenti dell’experimental più apprezzati a livello mondiale, che ha rappresentato l’Italia alle finali del Just Debout di Parigi nel 2007 e 2008 e che da allora ad oggi ha sviluppato moltissimi progetti come solista e sperimentatore di teatro danza. La sua creazione mescola la break con alcune ispirazioni degne dell’occhio da biologo di Xavier Le Roy, e tanta danza d’avanguardia nord europea. Bravo!

Talentoso e affabulatore anche Luca Scarlini che rende omaggio con la sua “conferenza-spettacolo” dedicata a Sem Bonelli, intitolata “La beffa del destino” per giocare con il titolo di uno dei più grandi successi (La cena delle beffe) di questo poeta, drammaturgo e pensatore della prima metà del Novecento, che avversò e fu avversato dal regime fascista, e pagò il suo desiderio di indipendenza con una vita di successi di cui non poté raccogliere i frutti, finendo in miseria, e nell’oblio dell’arte. Scarlini tenta una riuscita (oltre che divertente) operazione di ritorno sulla figura letteraria prima ancora che umana, affrontando come sempre la vicenda con un taglio da semiologo, attento all’evoluzione del linguaggio di Bonelli nel suo tempo e l’eredità che ne resta oggi con riferimento alle arti sceniche, dal teatro in versi alla lirica.

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foto Lucia Baldini http://www.luciabaldini.it

Un successo anche il progetto Metamorfosi di Roberto Latini. Parliamo di una creazione di puro teatro d’attore, centrato sulla figura dell’attore nel suo rapporto con l’ancestralità del mito. Partendo sempre dal testo di Ovidio, il lavoro proposto nel primo week end è il proseguimento dello studio iniziato ad Inequilibrio 2015. Lo scorso anno il festival aveva ospitato la proposta di cinque miti in cinque giornate e in diversi spazi e orari; quest’anno Latini ha realizzato delle drammaturgie in forma di dittico, proponendo in ogni serata l’indagine su due figure mitologiche. Il risultato è un lavoro potente e a tratti commovente, in cui ogni mito viene associato al suo attributo apotropaico intorno al quale l’abilità degli attori coinvolti si sviluppa per realizzare un’indagine profonda su quello che è il senso dell’attoralità oggi. Una creazione che nella sua evoluzione distilla con sempre maggior precisione la poetica registica di Latini verso un espressionismo che orienta il suo interesse sulla profonda verità insita nella finzione, che è esattamente la stessa operazione che compie il mito, sviluppando ed esagerando attributi tipici dell’essere umano per trasferirli in un piano in cui perfino il difetto è materia del divino. Ed è lo stesso motivo per cui lo spettatore alla fine, in questa finzione esagerata, finisce per ritrovarsi, sempre. Ritrovare in ciascuno quel pezzo di noi che è Sirena, o Aracne o Minotauro o Sibilla.

Ecco, se questa è una sintesi perfetta del teatro come concetto creativo, ovvero la profonda verità insita nel falso, ancor più forte ci viene da reclamare, chiudendo come abbiamo d’altronde iniziato questa riflessione, la VERA attenzione di chi governa questo territorio a comprendere la profonda ricchezza di questo valore del fare e del permettere di fare arte. Quando durante il secondo conflitto mondiale chiesero a Churchill di tagliare i fondi per l’arte per sostenere lo sforzo bellico, il governante deciso rispose: “Ma allora per cosa combattiamo?”
Oggi più che mai, fra crisi e altro, chiedersi (e comprendere) per cosa combattiamo, per cosa governiamo, per cosa vale la pena vivere, è LA questione del governo del consesso umano.

 

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