Paolo Mazzarelli: io, il Messico e il gioco del teatro

PAOLO MAZZARELLI | La conferenza stampa dello spettacolo si svolgeva in una piccola sala situata all’interno del teatro.

imageAttori, regista e distributore internazionale, eravamo tutti schierati ad un tavolo assieme all’organizzatore messicano; di fronte a noi una cinquantina di sedie occupate da una ventina di giornalisti messicani. In prima fila lei, la più agguerrita, occhi sgranati, voce tremolante, tacco aggressivo, abito zebrato, cinquantacinque anni apparenti, prende il microfono, guarda in faccia il regista dello spettacolo, fa una lunga pausa, e poi chiede quasi scandalizzata: “Signor Baracco, come è possibile che si sia fatto uno sforzo economico così importante per due sole repliche del vostro Hamlet qui a Città del Messico? Si può sapere perché solo due repliche”!

Dall’altra parte -la nostra- un attimo di gelo. Sono quei momenti in cui devi decidere se dire la verità, o dare la risposta corretta. Andrea Baracco, con cristallina intelligenza, sceglie per la seconda ipotesi. Sereno, proprio. Apre la bocca e argomenta -come sempre, beato lui- qualcosa non solo di sensato, ma addirittura di leggero, saporito, stuzzicante. Lei ascolta, fa un cenno di assenso, ci crede: è fatta!

Dentro Andrea, e dentro tutti noi che a stento tratteniamo un singhiozzo di incredulità, restano invece le risposte vere, quelle che non saranno mai date a nessuno. Più o meno, quelle risposte, avrebbero suonato così: “ Gentile signora, non ne abbiamo davvero idea. Si figuri che, quando ci hanno detto che qualcuno avrebbe investito decine di migliaia di euro per farci fare due repliche di Hamlet a Città del Messico, abbiamo pensato ad uno scherzo. Per noi, tutto ciò, è semplicemente, meravigliosamente, assurdo. Inoltre, visto che lei si scandalizza per le due sole repliche a Città del Messico, sappia che questo spettacolo, in tutto, ha avuto una vita di otto repliche, finora. Otto in tutto, ha sentito bene. Di cui due in Spagna, quindi in Italia questo Hamlet prodotto -almeno formalmente- anche dal Teatro di Roma- ha collezionato la bellezza di sei repliche. Sei, già. Di cui l’ultima qualcosa come due anni fa. Ok, le sei repliche sono state tre all’Argentina di Roma e tre al Petruzzelli di Bari, due fra i teatri più belli e rinomati del nostro paese e quindi del mondo, ma pur sempre sei repliche sono. Questo è il teatro, in Italia, oggi. E stiamo parlando di quando va bene, di quando cioè le cose -pur tra mille impicci- si fanno. Evitiamo inoltre di dirle quanto siamo stati pagati, attori, tecnici, regista, tutti, per uno sforzo titanico come la messa in opera di questo lavoro. Evitiamo per eleganza e perché forse se glielo dicessimo lei non verrebbe a vedere lo spettacolo, stasera, scoraggiata dalla presa d’atto del nullo valore di mercato di chi lo ha realizzato.”

Questo, più o meno, avremmo dovuto dirle.

E poi, inoltre, che ci sentivamo come bambini in gita.

E che era emozionante, ma tanto, tanto tanto.

E che l’idea di avere, ogni sera, un megaschermo nella piazza antistante il teatro che trasmetteva in diretta lo spettacolo per gli spettatori rimasti fuori (perché no, 1200 posti a sera non bastavano a soddisfare le richieste del pubblico) quest’idea era…era di quelle che non sai come definirle, perché ti viene un po’ da ridere, perfino.

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La conferenza stampa è finita tra foto e sorrisi, e poi, cinque ore dopo, lo spettacolo è andato in scena davvero. Al Palacio de Bellas Artes -l’istituzione culturale più imponente e sontuosa di tutto il Messico- Hamlet, un testo inglese del seicento scritto da un tipo piuttosto bravino, è andato in scena per opera di una compagnia italiana, davanti a 1200 spettatori messicani, il sei luglio 2016.

Con tutte le difficoltà, con tutte le amarezze ingoiate, con tutto l’entusiasmo e tutta la follia, con tutto il mestiere e tutta la testa necessari, lo spettacolo è andato in scena.

E -alla fine- c’è stato quell”applauso. Quell’applauso che un attore lo sente, lo sa, quando succede. E dici: “E’ successo, dio mio, ce l’abbiamo fatta. Una cazzo di minuscola perla, a qualcuno, per sbaglio, è stata regalata anche stasera! Perché questo qualcuno ora sta dicendo grazie, e di qualcosa dovrà pure ringraziare, se non è proprio del tutto pazzo.”

Sono passati dieci giorni, e a te, Città del Messico, noi possiamo solo restituire il nostro, di grazie.

Il più sincero. Siamo venuti da te come si va un appuntamento al buio, e ne è uscita una serata piena di calore, di amore, di quelle in cui si parla, ci si guarda negli occhi, e ci si dice la verità. La verità. Però a lei no, signora giornalista agguerrita e l’abito zebrato. A lei la verità non la diciamo. Perché ogni verità -per essere condivisa- ha bisogno della sua piccola dose di finzione.

E’ così che funziona, il gioco del teatro.

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