Cava porta Shakespeare nei Musei Capitolini

LAURA NOVELLI | Giovedì 1° settembre: passeggio al centro di Roma e, dopo un’estate di intermittente lontananza, mi sembra di riscoprine alcuni scorci straordinari, alcuni colori pre-autunnali, alcuni angoli nuovi. Mi dirigo verso il Campidoglio, nello specifico verso i Musei Capitolini, per fare un’esperienza di spettacolo itinerante che sulla carta promette – appunto – 

shakespearequalcosa di insolito: una rilettura dei primi tre atti del Giulio Cesare di Shakespeare (traduzione di Agostino Lombardo) contaminati con alcuni passaggi del dirompente I Cinna (The Poet) di Tim Crouch (tradotti da Rosy Colombo) e interpretati da attori che recitano e si spostano all’interno delle sale museali mentre il pubblico li segue ascoltandone le battute in cuffia. Ideatore e curatore dell’evento è Marcello Cava, un regista che di allestimenti in luoghi “altri” se ne intende bene e che di progetti del genere ha costellato il suo percorso creativo, nel corso del quale ha intercettato spesso teatro e pedagogia, ricerca artistica e didattica. Ricordo ancora il suo audace Brecht nelle aule di ingegneria de “La Sapienza” (in zona Monti), un incisivo A porte chiuse di Sartre al Museo Napoleonico, una lunga manifestazione dedicata al rapporto tra etica e scienza al liceo Visconti, un’incursione registica sospesa tra futurismo e post-moderno sulla terrazza del Palazzo della Civiltà dell’Eur.

Negli ultimi tempi Cava, avvalendosi della consulenza scientifica di due note docenti universitarie quali Rosy Colombo e Daniela Guardamagna e azionando un laboratorio che ha già coinvolto numerosi studenti di diversi atenei e scuole superiori, ha lavorato all’ideazione di un contenitore di proposte intitolato Shakespeare e l’immaginario di Roma, composto da nuclei indipendenti ma complementari. Questo Viaggio con Giulio Cesare, pensato inizialmente site specific per i Fori Imperiali (un primo debutto si era visto ad aprile scorso) e poi spostatosi ai Musei Capitolini, ne rappresenta l’ossatura centrale, cui si sono poi aggiunte una lettura scenica de Lo stupro di Lucrezia con Galatea Ranzi e Giulio Scarpati (sempre ai Musei Capitolini), una rielaborazione di alcuni passaggi di Antonio e Cleopatra alla Centrale Montemartini e un convegno conclusivo con interventi, tra gli altri, di Nadia Fusini e Alessandro Roccati (informazioni nel sito www.teatromobile.eu).

Un progetto, dunque, molto ambizioso che possiede degli indubbi punti di forza e nel quale la visione/ascolto degli spettacoli non può essere sganciata dall’insieme. Sarebbe a dire, da una più ampia riflessione sulla modernità della Storia, sul vigore persuasivo delle parole  e su quella interazione tra Spazio e Uomo da cui traggono la loro ragion d’essere espressioni artistiche diverse, il teatro in modo esemplare.

Naturalmente la manifestazione ha un intento anche meramente “archeologico”, che consiste nel voler riportare la vicenda dell’opera shakespeariana sul terreno storico cui essa si riferisce. Ma questo rischia di essere un livello di lettura assai superficiale. Perché credo che il lavoro del regista romano – mi riferisco ora al Giulio Cesare – miri soprattutto a sperimentare e a far sperimentare al pubblico una fruizione “plastica” ma assolutamente intima e personale della tragedia, stimolandolo nel contempo ad un contatto nuovo con le testimonianze storico/artistiche di Roma antica custodite all’interno dello spazio espositivo.

L’appuntamento è per le 17.45 davanti all’ingresso dei Musei. Il gruppo di spettatori ammessi non è molto folto. Aspettiamo qualche minuto fuori. Poi una delle ragazze dell’organizzazione ci fornisce le cuffie e quando siamo tutti equipaggiati ci guida invitandoci a seguire un percorso ben tracciato: siamo già oltre la realtà. Siamo nella lingua di Shakespeare. Nella sua sublime universalità. Siamo avvinghiati dentro questa parabola del potere, della cospirazione, dei tradimenti e siamo però anche al centro di un gioco retorico che trova nella Parola il suo più autentico campo di riflessione. Non a caso tra i personaggi – nel cast figurano Flavio Capuzzo Dolcetta, Massimo Guarascio, Daniela Guardamagna, Piero Marietti, Claudio Molinari, Nicola Pecora, Andrea Polia, Antonella Sbrocchi, Enrico Vampa – vi è anche la voce del  Cinna/Poeta che Tim Crouch isola nel suo testo e dal cui punto di vista rilegge l’intera congiura: un poeta omonimo del Cinna cospiratore che verrà perseguitato e giustiziato per errore e la cui unica colpa è quella, appunto, di essere uno scrittore, un uomo di Parole, una “parentesi”.

Abiti neri contemporanei e stile recitativo asciutto (con qualche eccesso mimico forse evitabile), gli attori sono politicanti di oggi che progressivamente giustificano a se stessi la necessità dell’atto sanguinario. Le azioni e gli scambi dialogici si dipanano in diversi luoghi e diversi piani dei Musei, fino alla grande sala che ospita il monumento equestre di Marco Aurelio: qui il delitto si traduce nel segno teatralissimo tracciato da un lungo tappeto rosso sul quale camminano i congiurati e che poi avvolgerà interamente la vittima, prima che Antonio reciti la sua celebre orazione funebre e rimarchi dunque ancora una volta il tema retorico. L’ascolto in cuffia (arricchito dai suoni e la musica di Zydrico) non fa che stringere questo rapporto forte con il dire; ci sentiamo tutti vicinissimi alle voci degli attori e tale vicinanza amplifica il contrasto tra Shakespeare e Crouch, tra ragione di Stato e sentimenti, tra forza brutale e cieca del potere e caparbia “resilienza” della poesia.

Qualcosa di simile succedeva assistendo all’Elettra olofonica diretta da Andrea De Rosa anni fa o partecipando alla performance urbana The Walk di Renato Cuocolo e Roberta Bosetti (sempre a Roma nel 2014). Esperienze plurisensoriali dove si attiva giocoforza un nuovo pensiero su ciò che crediamo di conoscere. Tanto più che Viaggio con Giulio Cesare si chiude proprio con la morte di questo Cinna/Poeta capitato per sbaglio tra i raggiri di palazzo: la barbarie dell’epilogo è sorprendente perché ci destabilizza rispetto al finale dell’originale ma soprattutto perché eleva lo spazio museale stesso a oggetto omologo della poesia. Un po’ come se ci trovassimo improvvisamente  all’interno di quella pericolante Villa degli Scalognati immaginata da Pirandello nei suoi Giganti della Montagna e ne capissimo meglio la fragilità.

 

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