Sereno dopo la tempesta a Palermo? Intervista al direttore Alajmo: licenziamenti si, ma…

FILIPPA ILARDO | Uno scrittore, si sa, prima di tutto coglie metafore. Ora, il giorno della presentazione della nuova Stagione del Teatro Biondo di Palermo, lo scorso 6 settembre, dopo un burrascoso temporale, è uscita una di quelle rare giornate siciliane dal caldo timido, appena accennato. Non fa specie quindi che Roberto Alajmo, scrittore prima che direttore artistico, si dichiari consapevole di avere scampato una bella tempesta.
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Così dopo il braccio di ferro – licenziamenti si, licenziamenti no – e dopo il tentativo dimissionario del direttore artistico, i due binari – per usare stavolta la metafora del sindaco Leoluca Orlando – situazione finanziario-organizzativa, e qualità della produzione artistica sembrano essersi allineati.
Il convoglio-teatro può procedere dritto verso la meta, la candidatura a Teatro Nazionale, passando per il pareggio di bilancio che sbloccherebbe altri investimenti di eventuali nuovi soci.
Pareggio di bilancio, questo è insomma l’auspicio dietro cui si trincera il sindaco nel giustificare lo strappo -ora ricucito- e quell’espressione, “isola infelice”, rivolta al Teatro, sentita come sfregio all’immagine stessa dell’Ente. Occorre insomma spiegare e giustificarsi, perché ad essere investito dalla bufera, questa volta mediatica, è stato proprio il Sindaco: la solidarietà diffusa e condivisa nei confronti del direttore ha avuto una portata inaspettata, in sua difesa sono scesi artisti e registi oltre ai direttori dei teatri di Roma e Torino, anche Sergio Escobar, direttore del Piccolo di Milano, senza contare l’unanimità della collettività-social.
Intanto Alajmo torna a firmare un altro cartellone, che riconferma la sua linea progettuale:
prologo ed epilogo della Stagione saranno gli allievi attori della “Scuola dei mestieri dello Spettacolo” diretta da Emma Dante, vera punta di diamante del nuovo corso del teatro palermitano, riproponendo Odissea a/r, che torna a Palermo dopo avere raccolto i consensi del Festival di Spoleto, e una nuova produzione in cui i 23 attori sono diretti da Stefano Ricci della Compagnia Ricci/Forte.
Saranno ben 8 le nuove produzioni, con uno sguardo coraggioso alle compagnie emergenti come Civilleri-Lo Sicco, Giovanni Lo Monaco, Claudio Zappalà, anche lui allievo della scuola con un testo diretto da Avogadro. Mentre tra gli ospiti figurano nomi che si attendevano da tempo, come Perrotta e Santeramo. Una novità è la co-produzione con il Teatro Stabile di Catania con una regia di Giovanni Anfuso, che dello stabile etneo è nuovo direttore artistico, il che segnerebbe un primo auspicato avvicinamento dei due teatri pubblici siciliani nell’era del post-dipasquale e in vista della candidatura a Teatro nazionale.
La migliore stagione tra quelle firmate da Alajmo, si sente dire qua e là, e il consenso è unanime e il sollievo anche: Palermo ha la sua Stagione, e che Stagione, la sua Scuola e che scuola, i suoi artisti e che artisti. E la politica? Per una volta si è arresa: questa società teatrale, che è il fiore all’occhiello della Nuova drammaturgia nel contesto non solo isolano, è un’insula felix, anche se è l’anno nero per i teatri pubblici siciliani, anche se è l’anno del tracollo finanziario di alcuni enti (vedi Catania), il Biondo resiste, resiste e convoglia consensi di pubblico, di abbonati, di osservatori, di artisti, di tutti insomma. Un cielo sereno e beneaugurante con qualche nube che si addensa all’orizzonte. Alla fine della presentazione sentiamo la necessità di chiarire alcuni punti con il direttore Alajmo.

Da cosa è stata dettata la scelta di presentare le dimissioni e cosa ti ha indotto a cambiare idea?
“Si era arrivati al punto in cui era necessario dare un nuovo avvio a tutto. Nel momento in cui mi sono dimesso ero pronto a riorganizzare la mia vita lontano dal teatro.
Sono rimasto colpito dalla solidarietà, ma non è stato l’elemento decisivo a farmi tornare indietro sui miei passi. Da parte dei soci, in particolare dal Comune, sono arrivate determinate garanzie per inaugurare un percorso virtuoso che è già cominciato e che nel giro di qualche mese dovrebbe consentire di camminare più sereni.
Del resto, ho fatto un passo indietro alla vigilia del lancio di una stagione che potevo annunciare solo io. Non farlo avrebbe significato intaccare fortemente l’attività del Teatro.”
In cosa consiste questo percorso virtuoso?
“Consiste nel cercare di risanare il teatro alleggerendo costi, i costi della governance, delle produzioni, il costo del lavoro e degli stipendi. In realtà il freno era già stato tirato a partire dagli ultimi 5 anni, prima della mia direzione artistica. Per questo non si è giunti al livello dello Stabile di Catania che ha un indebitamento per quattro volte quello nostro.”
Il Comune però prospettava dei licenziamenti per risanare i conti. La mia domanda è: un ridimensionamento è necessario o no? I licenziamenti sono un lavoro sporco ma necessario: chi ha il compito di farli?
“Il Biondo è certamente un teatro strutturalmente appesantito da un organico sovradimensionato.
Ho tuttavia preteso delle garanzie per un percorso non traumatico di risanamento.”
Un alleggerimento dei costi non dovrebbe in sostanza toccare il personale?
“Al contrario, il personale va toccato. Su modalità e sui tempi c’è da discutere: un teatro in cui si sono operati licenziamenti diventa ingovernabile. Io voglio fare teatro e non domare un pubblico inferocito.”
I rappresentati delle Istituzioni socie del Teatro si aspettavano, secondo te, una difesa così decisa del tuo lavoro?
“Il lavoro di relazioni che si sono intessute con gli altri Teatri è spesso un lavoro sotto traccia che non emerge subito. In questi anni è stato fatto un lavoro capillare che mi ha portato a concludere importanti co-produzioni. Le dimissioni hanno contribuito a far affiorare tutta queste rete di rapporti.”
Pensi che il tuo progetto culturale, chiaro e leggibile e rivoluzionario nella sua semplicità, debba ancora essere completato? C’è qualche tassello che serve per completare il mosaico?
“Ci sono ancora artisti che non sono arrivati a Palermo, per esempio Scimone e Sframeli, Tindaro Granata, Pippo del Bono. In fondo l’idea di fare del teatro la casa aperta per quegli artisti palermitani che sono riusciti a farsi conoscere più al Nord che nella loro città è solo agli inizi.”
Se è così, siamo felici che tu sia tornato a fare il tuo lavoro. Palermo, che, come hai giustamente detto è “la città teatralmente più ricca di Italia”, nasconde ancora tesori nascosti, autori che vanno sostenuti, artisti che se non proprio scoperti devono trovare il loro spazio. Buon lavoro.

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