Mi chiamo Otello, permette un ballo? Killing Desdemona di Balletto Civile

ELENA SCOLARI | Otello è una cosa seria, ma ci si può ballare sopra. Shakespeare è talmente insuperabile  e sarà sempiternamente attuale da poterlo plasmare e riplasmare ancora per secoli, in mille modi, in mille e uno spettacolo, e sempre ci rimarrà addosso, sempre ci avrà cambiato un poco, anche se solo per un’ora.
Questo avviene con Killing Desdemona di Balletto Civile (premio Hystrio 2016), apertura della stagione 2016/17 del nuovo CRT Teatro dell’Arte, fuso con La Triennale di Milano.

Sette danzatori/attori in scena, per i sette personaggi principali della tragedia: Otello il moro, Desdemona la pura, ” l’onesto” Iago, il fedele Cassio, la provocante Bianca, Emilia la moglie del traditore, l’ingenuo Roderigo.
Gli interpreti non lasciano mai il palcoscenico, quando non sono direttamente impegnati assistono seduti ai lati della scena (soluzione per la verità oggi non inesplorata). Insieme ad alcune sedie di foggia quasi rococò, pochi altri elementi scenici: microfoni che pendono dal graticcio e un piano rialzato a creare uno spazio secondario che si somma alle azioni in corso. I costumi alludono al contesto militare di luogotenenti e generali, le donne indossano abiti femminili e setosi, forse suggeriscono una qualità leggiadra che le rende più facilmente manovrabili dagli uomini.

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In questa versione dell’opera shakespeariana Balletto Civile sceglie di dare caratterizzazioni forti ad ogni ruolo, ma non sempre il risultato è davvero aderente all’idea originaria, a nostro avviso: se perfetta è Michela Lucenti in una Desdemona minuta e leggera quanto profonda, equilibrata nella bravura di attrice, cantante e danzatrice, meno convincente è l’Otello di Demian Troiano, bello, prestante, ballerino di talento evidente e capace di far turbinare la sua signora in un vortice d’attrazione, ma assai debole nella recitazione e che difetta di quel fascino verbale che proprio dalle sue parole dovrebbe emergere. Desdemona è sedotta dalle cronache esotiche e guerresche con cui il moro la inebria, il potere è nel racconto, racconto che – in questo caso – sarebbe irresistibile se rappresentato solo col movimento.

Lo spettacolo oscilla tra prosa e danza, in una mistura sfaccettata, ricca, ma che gioverebbe di un maggior carattere se la scelta si orientasse su una più decisa traduzione coreografica della tragedia. E lo diciamo da amanti appassionati della parola e in particolare dei testi di Shakespeare, Killing Desdemona ha momenti vivissimi nelle tranches danzate, che però non sono quasi mai lasciate alla loro essenzialità, quasi gli autori temessero di non essere abbastanza incisivi se abbandonassero l’oggetto letterario da cui tutto scaturisce. Invece la pluralità di linguaggi (canto incluso) che convivono sulla scena fa sì che si rubino attenzione l’un l’altro e finiscano per creare sovrapposizioni che possono mettere in difficoltà lo spettatore.

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Le parti recitate sono per lo più “dette” al microfono, come se fossero raccontate al pubblico, distanziandosi dall’azione. Non vediamo né Venezia né Cipro, il che non è affatto indispensabile, il nodo della trama che l’astuto Iago ordisce per invidia è leggibile ad ogni latitudine. Il suo tessere però è lento, il sibilo della gelosia si insinua a poco a poco nelle orecchie e poi nella mente di Otello, con il sottile fruscìo di un fazzoletto, qui invece il tutto si consuma in 60 minuti serrati, che trascurano il lavorìo del tempo. Maurizio Camilli (autore dello spettacolo con Michela Lucenti) è uno Iago che fa bene il suo mestiere, è acuto, sprezzante quanto basta e irrispettoso dei sentimenti, come deve essere, ma ha a che fare con un Roderigo troppo macchietta, che ci ricorda più l’Epifanio di Antonio Albanese che un nobile veneziano. Cassio (Andrea Capaldi) ha un’aria rassicurante e difficilmente ci si potrebbe inquietare credendo a sue avances illecite.
Emilia e Bianca (Ambra Chiarello e Natalia Vallebona) formano con Desdemona un triangolo femminile che vuole rappresentare tre modi di essere, differenti ma solidali, simboli di una condizione in costante pericolo.

Questo lavoro di Balletto Civile è articolato e ben realizzato ma soffre di sindrome dell’accumulo, la creatività e l’intelligenza sono indubbie ma, specialmente maneggiando una tragedia di Shakespeare come Otello, crediamo che “il mostro dagli occhi verdi che si fa beffe di ciò di cui si nutre” debba respirare con il suo ritmo, senza affanno.
Nel bel finale Desdemona scompare, appena soffocata dal moro, nel doppiofondo di quel piano inclinato e Otello la segue subito, inghiottito dallo stesso abisso, ma la compressione della velocità sacrifica il dramma del suo pentimento: non c’è tempo per la disperazione.

 

di Michela Lucenti e Maurizio Camilli
regia e coreografia Michela Lucenti
aiuto regia Enrico Casale
musica originale eseguita dal vivo Jochen Arbeit (Einstürzende Neubauten)
interpretato e creato da Fabio Bergalio, Maurizio Camilli, Andrea Capaldi, Ambra Chiarello, Michela Lucenti, Demian Troiano, Natalia Vallebona
scene e costumi Chiara Defant
realizzazione scene Alessandro Ratti
disegno luci Stefano Mazzanti
suono Tiziano Scali
produzione Balletto Civile, Festival delle Colline Torinesi, Ravello Festival, Neukoellner Oper Berlin, Compagnia Gli Scarti
con il sostegno di Mare Culturale Urbano , CTB Centro Teatrale Bresciano , Festival Resistere e Creare, Centro Dialma Ruggiero-FuoriLuogo

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