MilanOltre: la fantastica trentenne che riporta ogni anno la grande danza in città 

RENZO FRANCABANDERA | Ragionare di un’arte attraverso un medium che non le corrisponde è sempre esercizio complesso. Criticare per iscritto della forma scritta già di suo non è attività banale, più complicato scrivere di questioni che riguardano l’arte visuale e lo sguardo. Parlare poi di un linguaggio che abbraccia la tridimensionalità e potenzialmente tutti i sensi umani è davvero un’operazione affascinante, un esercizio quasi folle. Forse per questo ci piace così tanto. 

Per la 30ª edizione, una soglia numericamente ma anche concettualmente simbolica che attesta una presenza sul territorio duratura e non intermittente, la rassegna di nuova danza MilanOltre, ospitata negli spazi del teatro Elfo Puccini di Milano, regala un programma straordinario che mette in dialogo le più alte declinazioni di questo linguaggio a livello nazionale ed internazionale. Oltre a due stelle assolute, Anne Teresa De Keersmaeker con il collettivo Rosas e Marie Chouinard, fresca di nomina a direttrice della Biennale Danza per il prossimo triennio, in rassegna nell’edizione 2016 ci sono anche coreografi diversissimi fra loro per matrice e segno, da Roberto Zappalà ad Adriana Borriello, e poi Susanna Beltrami, Michele Merola, Antonio Montanile, Manfredi Perego, Stefania Ballone, fino ai giovani della Vetrina Italia Domani: Diego Tortelli e Matteo Bittante, Choreographic Collision, Fattoria Vittadini, DanceHaus Più. Pensare per tutti o anche solo alcuni di costoro di dover raccontare la poetica del loro linguaggio muto che si esprime attraverso il gesto del corpo in uno spazio delimitato da pochi oggetti quando presenti, e poi musica e luce, ha sempre il sapore della sfida alla ragione, come quando si ascoltano i programmi sul cinema alla radio e va in onda qualche minuto di pellicola che occorre immaginare.


Cerchiamo allora di testimoniare con le parole sensazioni difficilissime da esprimere. Ci aiuta sicuramente di più il Notte Trasfigurata della De Keersmaeker, artista di cui abbiamo il piacere di rivedere lavori che hanno segnato l’evoluzione di quest’arte dal punto di vista concettuale oltre che coreografico. Il suo storico Fase è seguito da Notte Trasfigurata dove la celebre partitura musicale fa da sfondo ad una storia d’amore di cui sono protagonisti una donna e due uomini. Tutto lo spettacolo è giocato fra assenze e presenze, vicinanze e allontanamenti, “tangimento” come si direbbe benissimo in portoghese, e distanza. Un lavoro compiuto, maturo, intellegibile e finanche classico in un passo a due che quasi si approssima al balletto, cercando rincorse centrifughe e inseguimenti con prese al cinto, sollevamenti ed estasi emotive, gesti di sintesi dell’amore, del femminile, del procreare.

Distante senz’altro, questo mondo di segni, ci sembra essere rispetto alla visione a tratti disumana contenuta nella proposta del paradigma estetico della coreografa canadese Chouinard, altra figura di spicco del panorama internazionale dell’arte coreutica. E’ il secondo anno consecutivo che la neo guida della Biennale Danza di Venezia per il triennio 2017/2020, approda alla rassegna milanese, lei che ha alle spalle più di 50 opere personali e collettive che dal 1978 indagano il corpo e l’estetica del movimento. Sono cinque le creazioni ospitate nella rassegna MilanOltre dall’ Elfo Puccini: Le Cri du monde e Le Sacre du Printemps (4/5 ott); il nuovo Hieronymus Bosch: The Garden Of Earthly Delights (7/8 ott) e Gymnopédies insieme a Henry Michaux: Mouvements (9 ott).

Innanzitutto, descriviamo i movimenti a cui questa artista sembra interessata: il corpo come articolazione, nel suo essere entità animale ma anche macchina. In scena quindi osserveremo figure ibride, quasi post punk se potessimo fare un paragone letterario, ma tuffate in contesti umani.

Paradigmatico da questo punto di vista Le Cri du monde, riallestito appositamente per MilanOltre, uno studio sulla divisione morfologica che nasce, nell’idea coreografica, da osservazioni architettoniche sul corpo, per un’indagine affidata ad una decina di ballerini, che compongono brevi ma decisamente impattanti assoli, duetti e coreografie di gruppo, in cui la rappresentazione di un’energia vitale fortissima si contrappone ad un’angoscia  di urla soffocate, grida stridule, ossessività ripetute, luci e controluci improvvise, utili a mettere a fuoco questo o quell’angoscia che si muove senza mai fermarsi. Un inferno dantesco e che ricorda quasi gli umanoidi di Dirk, le pecore elettriche e Blade Runner: gli ultimi spasimi disumani di replicanti feriti a morte.

Fra pose ora tenui ora frenetiche, grida e movimenti ora armonici ora sincopati, termodinamicamente destinati al caos (se non fosse che persino le dinamiche caotiche, come conosciuto dalle scienze, hanno delle regole osservabili), il sentimento delle creazioni della Chouinard esprime la sua forza nel disturbante indagare, nell’ossessivo comunicare senza ascoltare dei “personaggi” protagonisti in scena, tanto che se l’occhio li osserva ed è magneticamente attratto, la testa cerca di fuggire, di pensare altro. Ed è proprio nell’arte della fuga, come direbbe Bach, che sta in questo caso la scia che dobbiamo seguire. Capire dove stiamo fuggendo, da cosa e perché.

È un sentimento che pur con attenuazioni significative, si ripresenta con Le Sacre du Printemps altro inno all’energia vorremmo dire biologica dell’esistere in questa prima coreografia della Chouinard basata su uno spartito musicale, una partitura che ha fatto la storia di questa arte: la Sagra della primavera di Stravinskij.

A differenza di quanto a lungo fatto da moltissimi coreografi nella storia della danza dell’ultimo secolo, qui l’artista canadese indaga il musicale attraverso assoli potenti, identitari di ciascun danzatore, in una dimensione a-storica, quasi vichiana del rito della Primavera, del ritorno alla vita. Tutto nasce, esiste e muore in un roteante ed appuntito farsi largo. Aculei di piante grasse, speroni, corna di toro. Roteazioni e ritrazioni. Corse. Ingressi e uscite. Potente e ordinatamente caotico, in dialogo strettissimo con il musicale. 

Grandissima è ora l’attesa, il 7 e 8 ottobre per la sua nuova opera dedicata a Hieronymus Bosch: The Garden Of Earthly Delights, ispirata alle visioni surreali del grandissimo pittore fiammingo a 500 anni dalla sua morte, e che proprio nella sua città natale ha debuttato ad agosto per poi spostarsi a Vienna. In Italia è stata ospitata da Bassano Opera Estate.

Una coreografia tripartita come il trittico de Il giardino delle delizie, visibile al Museo del Prado di Madrid e costituito da una tavola centrale e da due pannelli laterali. Il mondo prima della creazione degli animali, la nascita di Eva, ovvero il primo peccato; la raffigurazione del giardino delle delizie, cioè dei peccati carnali e, il castigo dell’Inferno, raffigurato come un incubo mostruoso. 

Un’opera pittorica dalla forte carica semantica ed emotiva, in cui l’occhio via via si perde in mille dettagli bizzarri, che Chouinard sceglie per far vivere attraverso i movimenti dei suoi danzatori l’umanità e descrivere la storia dell’umanità che è simbolicamente raffigurata nel dipinto fra alchimia, religione, astrologia ma anche folclore e subconscio: «proprio come un coreografo può scegliere di rimanere aderente alla musica (o no), io ho scelto di rimanere vicina al quadro di Bosch e al suo spirito. La gioia di inchinarsi davanti a un capolavoro!».

Ultimo appuntamento il 9 ottobre alle 18.00 con la poetica e giocosa Gymnopédies, dedicata alle musiche di Erik Satie, le tre celeberrime “Gymnopédies” per pianoforte, con gli stessi ballerini che si esibiscono anche alla tastiera immersi in un’ambientazione fatta di vaporosi tendaggi. La seconda parte della serata ripropone uno degli spettacoli più acclamati di MilanOltre 2015, Henry Michaux: Mouvements. La coreografia è ispirata a Henry Michaux, scrittore, poeta e disegnatore belga naturalizzato francese, vicino al movimento surrealista e dalla vita avventurosa e irrequieta. Punto di partenza è il libro Mouvements, 64 pagine di disegni a inchiostro e 15 di poesie. Tanto i disegni quanto le liriche sono un continuo riferimento per i danzatori, che arrivano a trasformarsi in segni grafici in movimento. I disegni vengono proiettati sullo sfondo, offrendo agli spettatori la possibilità di dare una propria lettura dei lavori di Michaux.  Un ritorno alla complessità polisemica di cui facevamo menzione ad inizio pezzo, la folle complessità dell’ispirazione dell’arte e il provare, con lettere nere su fondo bianco a raccontarne.

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