Non è un teatro per registi (di cinema): da Sokurov agli italiani, le difficoltà da pellicola a palcoscenico

ELENA SCOLARI | Attraversare le arti può essere un safari avventuroso e favoloso. Veleggiare dalla pittura alla scultura, dal canto alla danza, dalla musica alla fotografia, dal cinema al teatro. Per chi, come noi, osserva e gode di tutte queste forme d’espressione, visitatori di musei e gallerie, frequentatori di teatri e sale da concerto, è un’alimentazione ricchissima, delle scorpacciate trasversali non potremmo fare a meno.
Così, quando un artista amato compie la scelta di varcare il confine della propria consueta disciplina, si è fatalmente attratti alla visione: come non voler vedere uno spettacolo di Aleksandr Sokurov? Che ci aveva assai colpito con L’arca russa nel 2002, lunghissimo e ipnotico piano sequenza vagante nel Museo Hermitage di San Pietroburgo, o l’oscuro Faust (2011), quarta puntata della tetralogia sul potere (la completano Moloch su Hitler, Taurus su Lenin e Il sole su Hiroito).

Fedeli alla linea russa, quindi, ci rechiamo a Vicenza, anche perché vedere il Teatro Olimpico del Palladio è sempre un’esperienza (una emotional experience, dovrei dire) per le prime repliche di Go.Go.Go, regia di Sokurov, ispirato al testo “Marmi” del premio Nobel Iosif Brodskij. (In scena dal 7 al 3o ottobre al CRT Teatro dell’Arte).
Marmi sono 100 pagine di galera: Tullio e Publio, romano il primo, orgoglioso della sua cultura classica, e barbaro il secondo, grossolano e poco incline allo studio, sono in una prigione iper tecnologizzata ma nella loro cella sono circondati dai busti dei grandi poeti latini, testimoni marmorei della Storia; sono prigionieri non perché colpevoli (cosa ahinoi realistica) ma perché in questo futuro i galeotti si estraggono a sorte. Già. Anche designarli perché “adatti” ad aver compiuto un certo crimine non è tanto meglio.

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Ad ogni modo ritroviamo i due detenuti del libro in scena, trasandati, di aspetto sgradevole, entrambi con una maschera di lattice che li raddoppia fissata sulla nuca. La scena – prima di tutto – è quella dello Scamozzi, e dobbiamo ribadire che non è facile non restarne inghiottiti, la grandissima Margherita Palli sceglie qui una via a metà tra la copertura e lo sfruttamento: riveste le architetture palladiane con una gigantesca proiezione di glicini appena agitati dal vento, ricostruisce una piazza italiana, tavoli e sedie da osteria, gente del popolo che si ritrova per seguire il cinema all’aperto proiettato in fondo alle strade prospettiche dell’Olimpico, abiti anni ’50, inserisce uno schermo/macchia sul pavimento nel quale si vede “Roma” di Fellini, lo chiamano il cinema pozzanghera. Perché un regista di cinema non riesce a liberarsi completamente delle origini, nemmeno se di severa scuola russa, pertanto trova un modo per inserire la propria essenza anche in un linguaggio che gli appartiene meno, forse per sentirsi più a casa.

La mano cinematografica di Sokurov è fortemente presente in Go.Go.Go (per inciso confessiamo di non aver capito questo titolo): i 52 attori, sì sì, proprio 52, sempre sul palco, formano con le loro figure l’immagine di una lunga sequenza, una folla proletaria rapita non dal teatro ma dal cinema. Una folla che tende a distrarre l’attenzione dalle concettose conversazioni di Tullio e Publio (i bravi Max Malatesta e Michelangelo Dalisi), due ratti, due uomini che assumono il ruolo dell’animale dall’uomo più disprezzato, che disquisiscono senza sosta alimentandosi della dialettica prodotta dalla loro opposizione. La loro è un’ininterrotta discussione “agonistica” a colpi di tetre dichiarazioni apodittiche sull’umanità e sulla Storia, che si concluderà in una trappola: un altare che emette suoni di videogioco, che contiene formaggio (grana), dove tutti si cibano, e che sarà la truculenta tomba di Publio e Tullio.
Il testo dello spettacolo è quasi completamente in mano loro, se non per due incursioni: Anna Magnani, riconoscibile dall’abito e da un fasullo accento romano, a Vicenza interpretata da Karina Arutyunyan, attrice di talento qui sacrificata in un ruolo che la rende poco credibile, almeno per noi italiani; e il poeta Brodskij, con immancabile sciarpetta, che in un bel finale consegna il futuro all’unico ragazzo rimasto solo in scena.

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Questa ambientazione italianesca sa però di oleografia, lo stesso difetto che Magda Poli (non sola) riscontrò nell’allestimento delle Fiabe italiane di Calvino per la regia di John Turturro “…è la cifra stilistica che difetta, il semplice diventa semplicismo, il folklore folklorismo“. Di semplice Go.Go.Go ha proprio poco, manca semmai di pulizia e incisività, ma quanto a folklore, tra trattorie, formaggio grana, altarini illuminati di meridione anche Sokurov non scherza.
Il dispiego di attori, poi, lo abbiamo visto recentemente anche in Morte di Danton, diretto da Mario Martone, esempio nazionale di regista in bilico tra cinema e teatro, e che è sempre risultato più vivo e originale dietro la cinepresa.
Dirigere è un mestiere, in scena come al cinema, ma il luogo teatrale ha bisogno di cura attimo per attimo, di attenzione per gli attori, di un ordine rigoroso che faccia emergere i significati, se un film ti porta dove vuole e guida così il fuoco del tema, in uno spettacolo lo spettatore può invece spostare lo sguardo sulla scena ma deve poter sentire il richiamo del senso senza doverlo inseguire.

 

Go. Go. Go | Liberamente ispirato a Marmi ed altri testi di Iosif Brodskij
Progetto e regia: Aleksandr Sokurov
Testi originali e adattamento scenico di Aleksandr Sokurov e Alena Shumakova
Spazio scenico & art direction: Margherita Palli
Assistenti alla regia: Simone Derai e Marco Menegoni
Traduzioni dei testi di Iosif Brodskij: Gianni Buttafava, Fausto Malcovati, Serena Vitale
per gentile concessione di Adelphi Editori

Interpreti principali
Max Malatesta (Tullio) e Michelangelo Dalisi (Publio)
con la partecipazione di Elia Schilton (Iosif Brodskij) e con Paolo Bertoncello, Alessandro Bressanello, Giulio Canestrelli e Olivia Magnani/Karina Arutyunyan e gli interventi di Piero Ramella, Schola Poliphonica del Santuario di Monte Berico, Spazio Voll e NextArea Parkour

Prodotto da CRT Teatro dell’Arte/Milano
Commissionato da Teatro Olimpico di Vicenza/Conversazioni 2016
Con la collaborazione del Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone
Con il patrocinio di Fondazione Brodskij/Joseph Brodskij Memorial Fellowship Fund

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