Mario Perrotta e i suoi migranti venuti dal mare

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LAURA NOVELLI | Sbucano furtivi dal mare come lupi affamati di terra. Corrono a decine sulla spiaggia ghiaiosa in cerca di un riparo da quella distesa di acqua che li ha strappati alle loro famiglie, alle loro case, alla loro vita, ai loro sogni. Li vediamo affiorare dalla semioscurità di un’alba ancora fioca, mentre la musica stordisce questo approdo incurante del buio e dell’umidità conferendogli quello spessore poetico che gli approdi veri, quelli di centinaia  di migranti che ogni giorno sbarcano sulle nostre coste, non hanno. Siamo a San Foca, sulla riva adriatica del Salento, e sono le 5.30 del mattino. Qualche striatura aranciata illumina timidamente uno spicchio di mare, un angolo di scogliera. A breve sarà giorno ma fa ancora freddo.

Siamo qui perché qui sorge, alle nostre spalle, quello che un tempo era il Centro di Permanenza Temporanea “Regina Pacis”, chiuso 2006 a seguito dell’inchiesta giudiziaria avviata contro il suo direttore, don Cesare Lodeserto, condannato per violenza privata, truffa, istigazione a delinquere e chi più ne ha più ne metta. Oggi l’ex CPA è un caseggiato bianco, imbrattato di scritte, fatiscente, silenzioso, abbandonato. Un obbrobrio edilizio assurto a luogo della memoria. A luogo dell’orrore. A museo involontario dell’impietoso accanimento contro i più deboli.

E siamo qui perché proprio da qui parte il nostro viaggio di spettatori migranti nel Salento sulla rotta di un coraggioso progetto firmato da Mario Perrotta: Verso Terra. A chi viene dal mare, attraverso cui il drammaturgo/regista/attore leccese torna al tema caro della migrazione (e basti citare la straordinaria forza espressiva del dittico realizzato in Italiani cincali! del 2003 e 2005 o la serie di storie tessute insieme in Emigranti Esprèss) per rileggerlo alla luce della storia recente. Si tratta dunque di un progetto di largo respiro che, dopo il successo degli eventi performativi dedicati alla figura del pittore Ligabue, spinge ancora una volta Perrotta (qui autore e regista ma non in scena) ad una creazione intimamente legata ai luoghi. Verso Terra si articola infatti in due performance site specific (uniche repliche – per ora – nel primo week-end di ottobre) studiate rispettivamente per San Foca e per Porto Selvaggio (località del versante ionico) e in uno spettacolo vero e proprio, Lireta, ispirato ai diari di un’immigrata albanese oggi cittadina italiana, Lireta Katiaj, che, interpretato da Paola Roscioli, ha visto il suo debutto sul mare, con palcoscenico costruito sull’acqua, in altro splendido angolo della penisola salentina, Acquaviva, ma che sarà poi replicato anche al chiuso in diverse piazze della nostra Penisola.

Si tratta dunque di tre appuntamenti intimamente connessi, complementari: un unico – struggente – bagno di umanità che racconta l’abbandono di qualcosa, la ricerca di qualcos’altro, la paura di non essere più nessuno, per ridisegnare una geografia dei confini e della Storia in cui la Puglia, da terra di emigrazione, diventa l’America per tante persone arrivate da “altrove”. Nella sua complessità, la manifestazione (si veda il sito www.versoterra.it) stratifica sensazioni ed emozioni diverse. Sempre forti. Vigorose. Dolorose. La fatica dei vari trasbordi, ci pone progressivamente dentro il tema specifico del progetto, e anche noi spettatori percorriamo un viaggio di mistero e di (nuova) conoscenza.

 Mentre il sole ancora dorme

 Il capitolo dell’alba, Partenze, è quello più documentaristico, più vicino alla vero (tanto vero che dopo l’evento è arrivata la Guardia di Finanza, allertata da uno sbarco che sembrava appunto autentico): sono molti gli attori/danzatori/musicisti, tra artisti professionisti e immigrati selezionati dopo mesi di laboratorio, chiamati a confidarci i loro sogni. Stanno in piedi davanti a microfoni che sembrano confessionali di preghiera. Arrivano da luoghi diversi per lavorare, rubare, prostituirsi. Hanno bisogno di un abbraccio. Saltano. Mimano mosse da arti marziali. Corrono spaventati ma sembrano pronti a tutto. E Perrotta, non a caso, li ha messi in una condizione di speranza, di luce. Proprio quando l’alba illumina di rosso i loro volti e i loro corpi, la finzione cede il passo alla vita e due di loro raccontano la loro storia, davanti a quell’ex CPT che è stato per anni il loro lager italiano. Un olocausto passato in sordina, taciuto, nascosto, che ora ci invita a rovesciare la visuale: da testimoni di racconto diventiamo noi stessi immigrati e ci mettiamo in fila per bere una tazzina di caffè caldo, mentre il sole sale alto nel cielo e il mare si riscalda di rosso.

 Mentre il giorno abbraccia la sera

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 E’ invece quasi il tramonto quando da Lecce riprendiamo un pullman che ci condurrà a Porto Selvaggio. Ci attende un lungo viale di pini, un bosco, un pellegrinaggio verso il mare.  Mano a mano che ci addentriamo nella macchia mediterranea, quei giovani corpi venuti all’alba dall’Adriatico li ritroviamo disseminati lungo il percorso, raggelati come fossero statue nel loro destino di raccoglitori di pomodoro, puttane, operai. Ma c’è anche chi non ce l’ha fatta; chi attende ancora di ottenere l’asilo politico (“ma cos’è l’asilo politico?”, si chiedono). Per loro Perrotta immagina un luogo-non-luogo, un girone dantesco dove essi ci appaiono appesi a degli alberi, chiusi dentro lenzuola/culle nere da cui ci gridano la loro condizione, la loro sospensione nel vuoto, anticipando l’afflato commosso e lirico della performance corale prevista sulla spiaggia. Laddove questo secondo movimento del progetto, Approdi, diventa un tremore, una danza della paura del mare, una rievocazione simbolica di corpi affogati, di onde sfidate a nuoto, di salvataggi impossibili. Anche qui però il richiamo alla speranza è forte, chiaro: una bambina maneggia con elegante cautela una grande palla raffigurante il planisfero terrestre e poi la getta tra i flutti. Il suo domani dovrà essere diverso dall’oggi. Il suo domani dovrà trasformare quel mare in un ponte di pietosa accoglienza.

 Mentre il cielo si puntella di stelle

 Ormai si è fatto buio, il sole è calato. Riprendiamo il cammino nella semioscurità. Di nuovo sul pullman per andare incontro alla sera, al monologo che Perrotta ha scritto adattando il diario autobiografico Lireta non cede, finalista del Premio Pieve Saverio Tutino nel 2012 ed edito quest’anno da Terre di mezzo in sinergia con l’Archivio Diaristico Nazionale. Perrotta lo ha scritto attraversando tutti i punti nevralgici di questa vicenda personale colma di coraggio, di pulsioni materne, di sofferenze indicibili. E lo ha scritto – soprattutto – per tradurlo in una sorta di melologo cucito addosso all’eclettica personalità artistica di Paola Roscioli, mettendo insieme teatro di narrazione, afflato simbolico e lirico, richiami brechtiani, teatro-canzone. Galleggia sull’acqua trasparente di Acquaviva il palcoscenico a cielo aperto che, illuminato da un faro puntato sulla vetta di una scogliera, si popola di tutti i ricordi della protagonista. Ed è un ricordo natio a segnare l’incipit del lavoro: le note straordinarie del duo composto da Laura Francaviglia (chitarra) e Samuele Riva (violoncello) ci sospingono a guardare all’orizzonte, immaginando quell’Albania stagliata in lontanaza  da cui Lireta fugge giovanissima. Una. Due. Tre volte. L’attrice è di spalle e guarda la sua terra, le dedica uno straziante canto popolare. Le chiede di venire qui, al di la del mare, in Puglia. Munita di una voce molto intensa e calda, la Roscioli tesse la tela di un’intera vita: la fame, le violenze subite dal padre, la dittatura, il sogno di emancipazione, gli uomini sbagliati, il viaggio della speranza con una bimba di appena un anno sopravvissuta tra le onde maligne, il rimpatrio, la seconda partenza, una nuova casa/patria in Sicilia, la delusione sentimentale e poi, finalmente, la costruzione concreta di un’esistenza decorosa da condividere con un uomo innamorato e quella figlia quasi naufraga che Lireta ha difeso con tutta la sua ancestrale forza di madre. L’attrice alterna pathos e distacco, dà voce a tanti personaggi diversi, isola alcuni passaggi per interpretarli cantando, quasi fossero materia di una canzone alla Kurt Weill: interni alla vicenda eppure emblematici di tante altre vicende simili. Lo scenario d’intorno è talmente bello da togliere il fiato. Ogni tanto distrae dalla visione/ascolto ma Lireta ci accompagna sempre. Sta lì, sopra al mare, a smuoverci pensieri e interrogativi. Questa donna albanese dagli occhi chiari e il corpo minuto (anche lei a Lecce per la presentazione del suo Diario alla Fondazione Palmieri) ha avuto il coraggio di raccontarsi e di rivivere il suo terrore. La nostalgia è in agguato, anche nei suoi occhi. E lo spettacolo – forse solo leggermente lungo – non potrebbe che chiudersi come si è aperto: con quell’invocazione alla propria terra che è poi un’invocazione a noi. A tutti. A chiunque.

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Ora, mentre scrivo, ripenso a questo importante “incontro” con un progetto colmo di tante voci, emozioni, odori, colori, paesaggi. E sempre più mi convinco, complice la notizia recentissima degli otto gommoni di migranti salvati nel canale di Sicilia il 3 ottobre ( proprio cioè nella giornata che ricorda il naufragio di tre anni fa a largo della costa di Lampedusa), che Verso Terra sia un grande lavoro sulla fratellanza, sulla pietas, sull’umanità. Un lavoro sull’erranza che è destino comune dei popoli e della loro storia. E, in definitiva, un lavoro sulla terraferma. Che è riparo. Riposo dall’angoscia del mare. Quando il mare è un tuffo nell’ignoto.

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