Lo spettatore, dai fischi a Pirandello, ai festival dedicati e allo spettatoreprofessionista

img_0141MATTEO BRIGHENTI | Vox populi, vox dei. Voce del popolo, voce di Dio. Opinioni e giudizi comunemente accettati, cioè di senso comune, devono ritenersi veri e giusti. È la cosiddetta saggezza popolare, una filosofia dell’acqua calda che tramanda l’alba dei tempi fino ai nostri giorni. Ma quel Dio, reincarnatosi più volte, dallo stregone al medico condotto, dal quotidiano alla tv e ora alla Rete, è stato più spesso cieco che avveduto.
La storia, la rivoluzione dell’originalità, che produce regole alternative e nuove strade su cui rincorrere il futuro, è costellata di solitudine, povertà e irriconoscenza. Il senso comune non ha tanto buon senso. Ciò che vuole vale per oggi, il domani non esiste, si vedrà.
In teatro, un esempio eclatante è il debutto dei Sei personaggi in cerca d’autore il 9 maggio 1921, a Roma, in un Teatro Valle stracolmo. Pirandello si aspetta l’ennesimo successo, e invece, insieme alla figlia Lietta, è costretto a scappare, mentre in sala fischiano e urlano. Urla e fischi che all’uscita gli piovono addosso accompagnati da manciate di monetine (ironia della sorte vuole che l’hotel Raphael di Craxi sia a poco più di 500 metri di distanza).
Il successo gli sorride qualche mese dopo, a Milano, ma se il futuro Premio Nobel avesse dato retta a chi si riempiva la bocca di “buffone” e “manicomio, manicomio”, oggi probabilmente non avremmo il metateatro, il teatro nel teatro, fino al ‘trend’ dello spettatore qualsiasi elevato ad attore (ne ha parlato di recente Roberta Ferraresi su Doppiozero).
Il pubblico, quindi, non sa di non sapere ciò che – il tempo – passerà alla storia. E per un Duchamp che sostiene che “è lo sguardo dello spettatore a fare il quadro” c’è un Brecht che sentenzia: “Se la gente vuole vedere solo le cose che può capire, non dovrebbe andare a teatro, dovrebbe andare in bagno”.
In bilico tra questi due poli, opposti e complementari, prende il via ad Arezzo, dal 19 al 23 ottobre, l’edizione numero 0 del Festival dello Spettatore, esperimento della Rete Teatrale Aretina, in una Toscana capofila nell’attenzione, ascolto e indagine del pubblico, basti pensare ai Visionari e al progetto Be SpectACTive! del Comune di Sansepolcro e Capotrave/Kilowatt.

Stefano Romagnoli

Stefano Romagnoli

Ci sarà anche Stefano Romagnoli, spettatore professionista, con tanto di biglietto da visita e gruppo su Facebook. “Sì, è un lavoro – risponde dalla sua Foligno – nel modo in cui io vivo il teatro non potrebbe essere diversamente. In senso pratico perché devo coniugare il mio vero lavoro, commerciante ed impiantista di materiale elettrico, con trasferte e spostamenti. In senso emotivo perché questo approccio professionale richiede competenza, costanza e passione”.
Dal 1992 ad oggi ha visto 1.580 spettacoli, 467 concerti e 1.156 film al cinema. In media va a teatro tre volte a settimana e conserva gelosamente tutti i biglietti. Nella sua collezione ci sono anche 400 locandine e molti oggetti di scena. Nel 2006, mentre era in vacanza a Rio de Janeiro, è stato invitato da Eugenio Barba all’Odin Teatret Festival a vedere Polciga, regia di Alessandra Vannucci. Il viaggio più lungo è stato nel dicembre 2015 per l’Orestea di Romeo Castellucci all’Odeon di Parigi (tornato alla ribalta una settimana fa per l’assenza dei macachi a Romaeuropa). “Da spettatore professionista – continua – ho sempre fame di conoscere nuove compagnie, spazi e persone. È una ricerca. Lo si diventa vedendo gli spettacoli in sala e non in video, investendo tempo, soldi, energie, per assistere ad almeno 80 pièce l’anno (non di teatro amatoriale)”.
Fondamentale per la sua crescita di ‘osservatore’ l’essere stato selezionato dal Festival dei Due Mondi di Spoleto per due sessioni di lavoro sulla formazione del pubblico tenute da Giorgio Testa della Casa dello Spettatore di Roma. Perché il pubblico non solo può, ma forse deve essere formato.
“Lo spettatore è colui che vuole trovare i colori dentro alla scatola nera – conclude Stefano Romagnoli – è necessario riportare al centro del teatro questa figura che non è margine, ma fondamento. Senza i suoi occhi e le sue vene che pulsano davanti a uno spettacolo, lo spettacolo non c’è”.
Sia Duchamp che Brecht sarebbero d’accordo.

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