A Dario Fo. Lettera improvvisa da uno dei suoi tanti figli illegittimi 

RENZO FRANCABANDERA | E niente. Che posso dirti, raccontarti in qualche riga che sono certissimo non leggerai, neanche cliccandoci per sbaglio? 

Di Piero, amico di paese, che alle scuole medie mi parlava di te mentre allestiva con un gruppo di amici della filodrammatica qualcosa che aveva a che fare con il tuo modo di raccontare il mondo, e ti imitava facendo il grammelot con l’accento della pre-Murgia barese. Era il secolo scorso! 

O di quell’altro tale quasi un po’ pazzo, che aveva accoltellato un altro tale in piazza, che sempre in paese, nel piccolo paese del sud, in quinta ginnasio mi regalo’ una musicassetta con Mistero buffo che ho ascoltato e riascoltato, mandando indietro il nastro facendo roteare la cassetta su una penna Bic per risparmiare le batterie del Walkman.

E poi di aver conosciuto le prime donne della mia vita e con loro Franca, e ancora tu.

I racconti-spettacolo dei maestri dell’arte, quello bellissimo sulla cattedrale di Modena, e i programmi TV con Paolo Rossi: ero adolescente.

 E ancora, i tuoi disegni, mentre iniziavo i miei, non ancora trentenne.

Di quella spesa folle della tua opera omnia in libri e CD che mi sono portato dietro in quattro traslochi da Roma in poi, fino a Milano, quando di anni ne avevo trentacinque, e ti avevano dato il premio, e i miserabili di Stato a dissociarsi, perché eri comunista. La Storia ha detto poi chiaramente chi erano quelli “marginali”.

E di un passaggio in macchina a Renata che mi raccontava l’inizio della sua carriera nella tua compagnia, mentre tornavamo con la mia auto da un festival di teatro ragazzi svoltosi a Torino. 40 anni.

E la grande festa in piazza Duomo, quando abbiamo eletto Giuliano sindaco e Milano si è ripresa la civiltà. Tutto l’arancione del mondo in piazza. E tu sul palco a fare festa con noi.

E tutte le volte che ho letto della tua vita vissuta prima che io nascessi e tutte le volte che ho pensato che non c’è mai stato un giorno in cui hai venduto la tua opinione.

Questo mi resta più di tutto. Questo immenso, costosissimo, atto di civiltà.


E non voglio manco parlare di politica, che magari litighiamo, ma come fanno le persone che ci credono ancora. Nella politica. L’utopia.

Tutto questo. Prima ancora di tutto il resto, prima ancora di entrare dentro quelle maledette sei lettere (prima delle quali la T) che, anche per colpa tua, raccontano una parte così grande della mia vita. Adesso. 

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