“Autodafé” di Lenz Fondazione, l’abisso del tempo in rovina

Autodafé @ Francesco Pititto

Autodafé @ Francesco Pititto

MATTEO BRIGHENTI | Un grumo di dolore attorno alla ferita della cattiveria impietosa. Nella discesa agli inferi di Autodafé, girone dantesco e universo concentrazionario, il male ti assale e invade come l’edera sul muro di cinta dell’ex carcere di San Francesco di Parma. Non c’è pace né requie, il teatro, ma forse anche l’uomo per l’altro uomo, sembra voler mettere in atto Lenz Fondazione, non può consolare, può solo partecipare alla prigione del buio di chi soffre, assumerla su di sé una cella alla volta. Finché gli occhi e le gambe ti reggono.
La nuova creazione itinerante di Francesco Pititto e Maria Federica Maestri per il Festival Verdi 2016 è ispirata al III Atto del Don Carlo verdiano, opera lirica già incontrata l’anno scorso sul cammino di invenzione di Verdi Re Lear. I frammenti, i detriti, gli elementi shakespeariani ricercati nell’intera opera del compositore per dare corpo al fantasma di un’ossessione, diventano in Autodafé i giardini, i corridoi, le celle della parte napoleonica del carcere parmigiano. Lo spettro si è fatto pietra che risuona degli echi di lacrime, grida e colpe, bassi e lamenti continui per l’atto di fede di eretici e streghe nella piazza davanti alla Cattedrale di Valladolid. È l’autodafé, dal portoghese ‘auto da fé’ (in spagnolo, ‘acto de fe’), la cerimonia pubblica in cui veniva eseguita la penitenza o condanna decretata dall’Inquisizione, che Verdi volle al centro del Don Carlo e sullo sfondo della quale fa rifrangere lo scontro generazionale, intimo e politico, tra Filippo II re di Spagna e il figlio Carlo.
Si comincia in fila, ‘meriggiamo pallidi e assorti’ rasenti un alto muro di mattoni spessi. Siamo un gruppo compatto, sono ammessi non più di 50 spettatori a sera (lunghe le liste d’attesa, una novità quasi assoluta per Lenz). Dall’altra parte del muro c’è un giardino, gli uccelli cantano anche se è sera, alternati a gemiti, voci che dicono non si capisce cosa. Autodafé parte da una sfocatura sonora che produce sospensione carica di attesa, come in un’evocazione o una preghiera (il disegno del suono è di Andrea Azzali). A vederlo da qui, l’ex carcere sembra una fabbrica di morte, oscurata e al tempo stesso esaltata dal suo stato in abbandono: gli ultimi detenuti risalgono agli anni Novanta. La vegetazione incolta, i muschi, le crepe, ammantano il luogo di quell’estetica della rovina cara ai Romantici e quindi in perfetta attinenza con Schiller, da cui Verdi trasse il suo Don Carlo.
Dietro porte che sono cancelli divelti entriamo in un’opera vivente, viva di morituri, che cambia a seconda di come la guardi. La fruizione infatti è autonoma, l’installazione lascia libero il pubblico di scegliere chi e cosa vedere e ascoltare e dove entrare, “permettendo quell’atto di libertà individuale – afferma Maria Federica Maestri, responsabile di regia, costumi ed elementi plastici – tante volte invocato eppur negato dall’autorità religiosa e politica, nell’opera di Schiller e Verdi”. La discrezionalità temporale della propria presenza ed empatia è costitutiva dello spettacolo tanto quanto la drammaturgia e l’imagoturgia di Francesco Pititto, i performer o il Coro giovanile Ars Canto diretto da Gabriella Corsaro, rendendo l’autodafé diversa per ognuno, nonostante l’unità di spazio e di tempo. Potere al pubblico, anche di rinuncia a esercitarlo.

Foto di Francesco Pititto

Foto di Francesco Pititto

In tanti passano lungo i corridoi, ma non accedono alle stanze dove figure in larghe gonne, galosce, gorgiere e mascherine, tra il sacerdotale e il terroristico, sono inginocchiate, sedute, sdraiate a pregare, mentre nel video alle spalle proferiscono mute smorfie che appannano l’obiettivo. C’è qualcosa che impedisce agli spettatori di andare fino in fondo ed entrare, forse perché la vista della violenza è (ritenuta) insostenibile, quella vista da ricambiare forse è vissuta come una macchia di correità. Chi decide di varcare la soglia, salire quel piccolo scalino, perlopiù si gira intorno, ma non entra né guarda per davvero. Se possibile, si osserva guardare. E si autoassolve così da suoi peccati. Autodafé, quindi, è anche un canto dolente e acre che ci sbatte in faccia il disagio della nostra indifferenza. In una sorta di ribaltamento di ruoli tra attori e spettatori.
“Lui vuole che io confessi, ma non so cosa confessare”, proferisce come in preda a un’allucinazione colei che riconosciamo essere Valentina Barbarini, storica attrice di Lenz. Le voci dell’unica colpa che ha commesso, essere donna, riecheggiano sui muri della cella, in ritagli di quotidiani, riviste, poster. Il loculo che contiene Paolo Maccini, l’Orlando del ciclo sul Furioso, è pieno di attrici, modelle, cantanti strappate da giornaletti di fine secolo scorso, pare la cameretta delle fantasie di un teenager condannato all’ergastolo. Pititto e Maestri scovano i segni del ‘tempo in rovina’ di cui parla Marc Augé in Rovine e macerie. Il senso del tempo, anche nel senso del tempo che rovina su se stesso, in cui non si dà più alcuna possibilità di stabile orientamento tra passato, presente e futuro.
Continua a sopravvivere il canto, la moltiplicazione di frammenti come ritorni vocali dall’interno del Don Carlo, i cori a cappella intonati dai coristi reclusi, i duetti, la grande scena nel corridoio centrale che ci raccoglie attorno alle labbra di donne che implorano “Gesù salvami!” baciando il crocifisso dell’Inquisizione. Ma Gesù non c’è in questo mondo che sa di tanfo. Allora rimangono a terra, sparse come stracci, carta da buttare di una fede infranta dal sangue del loro stesso sangue.
Non c’è più religione per gli esseri umani e tantomeno per i luoghi. Dopo Autodafé l’ex carcere di San Francesco sarà riconvertito in alloggi per universitari. Non risuonerà più alcun canto e anche il silenzio smetterà di parlare a chi, come Lenz, sa ascoltare. La creazione artistica di fronte all’essere e tempo funzionalista: forse, è anche per questo che il finale è un ultimo quadro come di canne al vento. Un vento metallico, dissonante e dissennato.


AUTODAFÉ

Rielaborazioni musicali e performative dall’Atto III del Don Carlo di Giuseppe Verdi

Regia, costumi, elementi plastici | Maria Federica Maestri
Drammaturgia, imagoturgia | Francesco Pititto
Disegno sonoro | Andrea Azzali
Con | Domenico Mento basso; Coro Voci Giovanili Ars Canto diretto da Gabriella Corsaro: Elena Alfieri, Jacopo Antonaci, Eugenio De Giacomi, Guido Larghi, Gioele Malvica, Giovanni Pelosi, Giacomo Rastelli, Michelangelo Turchi Sassi; performer: Valentina Barbarini, Walter Bastiani, Paolo Maccini, Delfina Rivieri, Sandra Soncini, Carlotta Spaggiari, Barbara Voghera; e Lara Bonvini, Marco Cavellini, Chiara Garzo, Federica Goni, Silvia Settimj
Produzione | Lenz Fondazione
In collaborazione con | Teatro Regio, Festival Verdi, Conservatorio A. Boito di Parma, Ars Canto
Commissione del Festival Verdi in prima assoluta
Visto sabato 22 ottobre, ex carcere di San Francesco, Parma.

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