Che cosa resta di chi muore? La vita ferma di Lucia Calamaro

dl134_lavitaferma_1178_0SILVIA FERRARI | Che cosa resta di chi muore? C’è un filo emotivo che custodisce i tratti fisici e caratteriali, le abitudini, le ossessioni, i vizi di chi abbiamo amato e perduto?
Lucia Calamaro ritorna sul tema della morte, e questa volta lo fa partendo dalla memoria di chi vive, dal nesso, sfilacciato e fragilissimo, che unisce ciò che un essere umano è stato a ciò che rimane dei suoi frammenti di vita in chi gli sopravvive. La vita ferma: sguardi sul dolore del ricordo non è uno spettacolo sulla morte, ma un dramma in tre atti sul rammendo emotivo del ricordo dei morti e sulla necessità sempre più contemporanea dell’oblio senza sensi di colpa. Una produzione Sardegna Teatro e Teatro Stabile dell’Umbria, presentata in anteprima a giugno a Castiglioncello al Festival Inequilibrio, e ora in scena al Teatro Massimo di Cagliari dopo il debutto a Terni (Festival Esterni, 16-17 settembre).

La storia è quella di una famiglia: madre, padre e figlia. Tre vite ingarbugliate, tre vite nevrotiche, ognuna a modo suo: Simona (Simona Senzacqua), la madre, che sogna di fare la ballerina e colleziona la leggerezza che non ha nei suoi vestiti a fiori; Riccardo (Riccardo Goretti), il padre, uno storico inconcludente e impacciato ossessionato da Ricoeur; Alice (Alice Redini), la figlia, che disegna mostri, non sa stare da sola e subisce, spugna di sensibilità, le ossessioni dei genitori. Al centro la morte di Simona, mantice emotivo dell’intreccio, e la relazione dei vivi con il suo ricordo che si sfalda.
Incontriamo Riccardo e Simona in una casa da svuotare, un’icastica scatola mentale bianca e asettica in cui si stagliano con nitidezza i frammenti umani dei due personaggi. Lui vivo, lei morta, intenti in un dialogo efficacissimo solo apparentemente epidermico, ricamato sulla scena da scatole bianche, che sono depositi del pensiero e delle emozioni. Lasciamo Riccardo e Alice molti anni dopo al matrimonio di lei, un padre e una figlia di fronte all’evidenza del disuso del ricordo, allo sfumare spettrale della moglie/madre moltiplicata nelle sagome dipinte da Marina Haas. L’elaborazione del lutto qui diventa dimenticatoio, un affannato rassegnarsi all’abbandono della memoria. In mezzo la malattia e la paura della morte, un fil rouge maledettamente costante osservato dalle tre angolazioni.
In tre atti si attraversa il tempo della vita e del ricordo, non senza salti temporali che sono affondi nella mente dei personaggi, altalene di un tempo teatrale bergsonianamente soggettivo. Tutto è interiore prima che esteriore. Così Riccardo può dialogare con il fantasma della moglie che non vuole essere dimenticata, un tappeto di biglie può diventare il cielo stellato di un primo incontro tenero e buffo e i sogni e le paure possono materializzarsi fisicamente.

Il collante è la lingua, ellittica, densa, mai lineare, accartocciata su se stessa ma senza nessuna retorica. La lingua calamaresca, verrebbe da dire. Perché la scrittura di Lucia Calamaro è inconfondibilmente sua, un mix nevroticamente femminile di accelerate e frenate che dà i capogiri e che sovrasta prepotentemente la scena. La scrittura è il quarto personaggio, regina e despota del tempo e dello spazio del racconto. Alla scrittura si piega tutto, comprese la musica assente e le luci che fanno da sfondo. Si ha l’impressione a tratti che la stessa fabula sia un pretesto per esercitare un gioco linguistico, un tappeto su cui stendere le ininterrotte tessiture verbali.

Sono sempre i personaggi a riafferrare lo spettatore (a volte interpellandolo direttamente) e a ricondurlo alla vicenda, in un balletto continuo tra estremo e reale. Sono reali e non a caso non c’è differenza nei nomi tra personaggi e attori, ma sono anche estremamente irreali nel loro vortice nutrito di un eccesso di pathos e ironia.

Nel dialogo, costante, tra protagonisti e pubblico si ricerca un’intimità non sempre scontata. La commozione, dichiaratamente ricercata («Tu ti sei commosso?», chiede Simona ad uno spettatore. «Peccato, un po’ ci tenevo. È fatto tutto apposta») a volte si perde nelle maschere del reale.
Non manca una critica ad una società che sta crescendo figli allenati all’oblio, che non parla dei morti, che non frequenta i cimiteri. E qui l’efficacia è innegabile: lo spettatore esce dalla sala chiedendosi se si ricorda la camminata della nonna o dov’è la tomba di famiglia, con un misto di senso di colpa e di angoscia di finire dimenticato insieme ai propri oggetti archiviati in scatoloni bianchi. Uno spettacolo riuscito, a tratti ridondante, ma sapientemente orchestrato, capace di affondare nello spettatore domande ataviche senza perdere leggerezza.

La vita ferma: sguardi sul dolore del ricordo

Scritto e diretto da Lucia Calamaro
con Riccardo Goretti, Alice Redini, Simona Senzacqua
Assistenza alla regia: Camilla Brison
Scene e costumi: Lucia Calamaro
Contributi pitturali: Marina Haas
Accompagnamento e distribuzione internazionale: Francesca Corona
Una produzione: SardegnaTeatro, Teatro Stabile dell’Umbria
in collaborazione con: Teatro di Roma, Odéon – Théâtre de l’Europe,
La Chartreuse – Centre national des écritures du spectacle
e il sostegno di:  Angelo Mai e PAV

Visto al Teatro Massimo di Cagliari
Sardegna Teatro, Stagione 2016-2017

 

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