Verso Terra un mese dopo: ne parliamo con Mario Perrotta

perrottalecce1LAURA NOVELLI | Risale a pochi giorni fa la notizia dei novanta migranti morti nel naufragio del barcone sul quale viaggiavano, al largo delle coste libiche. Sull’imbarcazione c’erano in tutto centoventisei persone. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati,
nel 2016, sono stati ben 3.600 gli uomini, le donne e i bambini che hanno perso la vita nel Mediterraneo. Un dato agghiacciante che, a un mese di distanza dalla sua realizzazione, mi offre l’occasione di tornare a riflettere sulla complessa esperienza del progetto  Verso Terra di Mario Perrotta, di cui ho già scritto su PAC (https://paneacquaculture.net/2016/10/10/mario-perrotta-e-i-suoi-migranti-venuti-dal-mare/), nel tentativo di tracciarne un resoconto artistico, sociale, umano. Si è trattato di una coraggiosa scrittura scenica sul tema delle migrazioni che, ripartita in due nuove produzioni corali, un monologo affidato a Paola Roscioli e la ripresa live di Emigranti Esprèss di e con lo stesso Perrotta, è stata proposta in diversi luoghi del Salento (San Foca, Lecce, Porto Selvaggio e Acqua Viva) tra la fine di settembre e i primi di ottobre seguendo l’andamento del ciclo solare: alba, giorno, tramonto e sera. Un viaggio nel tempo e nello spazio che è stato un cammino davvero prezioso dentro l’Uomo e dentro il Teatro.

Ripensando a questo complesso progetto a circa un mese di distanza dalla sua realizzazione qual è la prima cosa che ti viene in mente?

La prima cosa che mi viene in mente è la sua difficoltà. O meglio, la follia che abbiamo messo in campo spinti dal desiderio di realizzarlo. Abbiamo combattuto contro tutto e soprattutto contro la natura. Passavamo tantissimo tempo a guardare il meteo perché pioggia e vento avrebbero impedito tre spettacoli su quattro. Una scommessa folle, ma il teatro è anche questo.

Sei soddisfatto del suo impatto sul territorio e dell’adesione del pubblico?

Sì assolutamente. Anzi, sono persino stupito delle risposta avuta dal territorio e dal pubblico. In molti casi, soprattutto a Porto Selvaggio, abbiamo avuto il doppio delle presenze rispetto alle prenotazioni e ci siamo trovati persino in difficoltà. Eravamo impreparati a gestire tutta quella gente. Anche i riscontri a spettacolo avvenuto sono stati numerosi ed entusiastici. Ancora oggi molte persone ci scrivono per chiederci se lo rifaremo.

Tra artisti, tecnici e operatori, quanta gente è stata coinvolta nel progetto?

Ovviamente parliamo di grandi numeri. Fortunatamente la squadra organizzativa aveva già avuto l’esperienza del mio precedente progetto su Ligabue (si intitolava Bassa Continua, ndr) per cui, malgrado la complessità dell’operazione, è andato tutto bene. Non posso negare che Verso Terra sia stato particolarmente faticoso perché il nucleo della mia compagnia risiede in Emilia mentre gli artisti e i tecnici lavoravano in Salento. La distanza ha reso il tutto un po’ complicato ma le difficoltà sono state superate brillantemente e, a ben vedere, i diversi viaggi su e giù per la Penisola hanno permesso di creare momenti di grande complicità.

Quale eredità Verso Terra ha lasciato, secondo te, agli artisti che vi hanno lavorato?

Quando si partecipa ad operazioni così corali, il lavoro di tutti moltiplica l’esito ma i risultati ma non solo sommabili. Voglio dire che progetti di questo respiro si possono realizzare solo se ognuno fa il proprio lavoro bene. Personalmente ho parlato con tutti, con gli artisti, i tecnici, i musicisti, i volontari e a tutti ho chiesto lo stesso spirito di cooperazione. E tutti hanno ben compreso che se un’urgenza autentica ti chiama, niente è impossibile.

Nel cast figuravano anche immigrati che non sono artisti di professione: credi che Verso Terra in qualche modo possa aver cambiato la loro vita?

Credo di sì. Per gli immigrati e per i richiedenti asilo (coloro che stanno ancora nel limbo burocratico e giudiziario e che dunque non hanno statuto di cittadini), spero che abbia significato una luce in fondo a un tunnel più o meno lungo. Una luce che vuol dire: “qualcuno in Italia non ci vede come un problema”. Mi auguro davvero che questo progetto abbia portato loro una speranza per il futuro

Il progetto si è articolato in tre nuovi spettacoli e la ripresa live di Emigranti Espréss che tu hai proposto a Lecce: da chi è stato principalmente sostenuto lo sforzo finanziario di questa complessa macchina produttiva?

Il progetto è stato sostenuto soprattutto dalla Regione Puglia e poi, con le dovute proporzioni, dall’Istituto di Cultura Mediterranea e dai Comuni coinvolti. Ci sono stati poi gli interventi del Gal, un ente sovra-territoriale della zona di Otranto, e di tanti altri partner privati che si possono ritrovare elencati nel nostro sito (www.versoterra.it). Tutti meritano un grazie e tutti sono stati sostenitori importanti del nostro progetto. Sono molto felice di questo sostegno convinto da parte della mia terra. Mi fa ben sperare il futuro.

In fase ideativa come avete costruito la fisionomia dell’operazione?

A muovermi è stata innanzitutto l’urgenza di lavorare sul libro Lireta non cede. Diario di una ragazza albanese (finalista del Premio Pieve Saverio Tutino 2012), da cui ho tratto il testo del monologo Lireta – A chi viene dal mare. Queste pagine autobiografiche mi hanno dato la spinta a ragionare a lungo sulle migrazioni. Per cui ho cominciato a parlarne con Paola (Roscioli, ndr), gli organizzatori e persone di cui mi fido molto, e ho espresso loro la mia intenzione di fare qualcosa di importante nel Salento. Qualcosa che somigliasse al progetto su Ligabue. Avevo già in testa alcuni luoghi. Piano piano è venuta fuori l’idea di seguire la parabola naturale del sole e quindi un debutto all’alba sull’Adriatico (da cui si vede bene l’Albania raccontata da Lireta nel suo diario), poi un lavoro al tramonto sullo Jonio, per tornare infine di fronte all’Adriatico a tarda sera. L’intuizione invece di lavorare sugli approdi e sulle partenze la devo a Silvia Ferrari. Oltre a queste tre tappe del progetto, ho sentito forte l’esigenza di ricordare che il fenomeno migratorio ha avuto sempre le stesse modalità, le stesse reazioni da parte dei paesi d’accoglienza e quindi ho immaginato, come quarta tappa di Verso Terra, una versione live di Emigranti Espréss per i miei concittadini. Così ho potuto mettere a confronto il fenomeno migratorio di oggi con quello emigratorio italiano.

Come hai scelto i luoghi? E  che significato hanno per te, da pugliese, quei luoghi?

Si è trattato per lo più di scelte emotive. A San Foca siamo andati in scena a pochi metri da dove io andavo al mare da piccolo, quando c’erano solo la spiaggia e il piccolo locale di Antonio  che oggi è un ristorante rinomato. Abbiamo fatto appena in tempo a far debuttare lo spettacolo dell’alba davanti all’ex-CPT Regina Pacis: pochi giorni fa, dopo anni di abbandono, lo hanno abbattuto per costruire un albergo che avrà una stanza deputata a raccontare ciò che la struttura era prima. Gli altri luoghi di Verso Terra non hanno bisogno di presentazioni, sono posti di una bellezza straordinaria. Eppure, ogni volta che vado in Salento, non posso fare a meno di pensare a quanti corpi siano “sepolti” in quello splendido mare, a pochi metri dalla costa.

Come hai condotto le prove?

Le prove sono state condotte in maniera strana e discontinua. Ma non poteva essere diversamente, perché mettere insieme quaranta artisti  che vivono in luoghi diversi non è un’impresa facile. Inizialmente il progetto è stato montato un pezzetto alla volta in spazi diversi. Poi c’è stato un momento di prove d’ensemble: quindici giorni in cui lavoravamo quindici ore al giorno per mettere insieme tutti i pezzi già elaborati. Infine, gli ultimi sei giorni li abbiamo usati per provare all’aperto, sperando sempre che tutto funzionasse. Sono state due settimane intensissime, in cui credo di aver dormito due ore per notte. Ma va bene così.

Che ruolo vi hanno avuto i tuoi collaboratori più stretti?

I miei collaboratori hanno reso possibile Verso Terra tanto quanto me. Gli  organizzatori hanno tenuto le fila, insieme con me, di tutto ciò che bisognava coordinare. Coloro che hanno lavorato all’architettura economica del progetto sono stati preziosissimi così come i collaboratori artistici. Ci tengo a citare Ippolito Chiarello (“regista di percorso”), Claudio Prima per la parte musicale e Mariastella Martella per le coreografie. Hanno fatto in loco quello che avrei fatto io e, inoltre, ognuno di loro ha dato un contributo specifico enorme. Per un certo periodo abbiamo lavorato a distanza. In Partenze e Approdi  loro costruivano oggetti teatrali e poi, anche attraverso delle riunioni via Skype, su questa partitura si è andata creando la mia regia, che è stata una supervisione a tutto ciò che stava accadendo: un quadro dove sistemare quanto già elaborato. Per il monologo Lireta – A chi viene dal mare debbo ringraziare tutti i collaboratori perché hanno saputo interpretare i miei desiderata. Parlo delle luci, dei suoni, della musica. La modalità di lavoro in questo caso è stata più tradizionale perché artisti e tecnici hanno realizzato il lavoro in sala prove, in vista di un’anteprima, e poi però hanno reinventato  tutto in quel luogo meraviglioso che è Acqua Viva.

Il giorno successivo al  debutto di questo bel monologo interpretato da Paola Roscioli, la vera protagonista della storia, Lireta Katiaj, era commossa e quasi frastornata: l’approdo sulle scene del suo diario cosa ha significato per lei? Cosa ti ha raccontato?

In realtà in quei giorni non ci siamo quasi visti. Io correvo e anche lei aveva vari impegni legati alla presentazione del libro. Ci siamo sentiti spesso però, anche dopo lo spettacolo. Ancora oggi continua ad essere frastornata ed è normale: se qualcuno di noi vedesse la propria vita rappresentata in scena sarebbe a dir poco spiazzante e ancora di più deve esserlo stato per lei che ha alle spalle una storia così drammatica e complessa. So che per Lireta tutta questa luce, questa attenzione sono molto destabilizzanti. Anche durante la stesura del testo ho cercato di fare di tutto per tutelarla e non ho mai scritto frasi o passaggi senza prima chiedere la sua autorizzazione. Soprattutto prima di avventurarmi nei passaggi più scomodi della sua esistenza.

Ti è capitato, durante le giornate di spettacolo a Lecce e nel Salento, che la gente ti fermasse per strada e ti chiedesse qualcosa rispetto ai vari lavori? Cosa?

Anche se manco da Lecce da molti anni, tutti sanno chi sono e durante la realizzazione di Verso Terra spesso sono stato fermato spesso da gente che aveva visto uno dei capitoli del progetto e me ne faceva il resoconto. Tutti mi chiedevano in continuazione come avessimo potuto fare quello che abbiamo fatto, chi ci avesse dato i permessi, quanto saremmo rimasti in scena. Erano stupiti da quella macchina pazzesca di spettacolo che monopolizzava la loro terra. Avevano facce di bambini al luna park.

Quali sono stati i momenti più emozionanti, per te, dell’intero progetto?

Il momento più emozionante per me è stato quello che chiudeva il cerchio di tutto il progetto, di tutti i temi. Quando per la prima volta ho visto la bambina di colore che abbracciava il mondo (parliamo dello spettacolo del tramonto a Porto Selvaggio) ho sentito che quella bambina era il futuro. Una bambina che può giocare con il mondo, senza steccati, senza barriere. Poi quel pallone veleggiava sul mare e affioravano i corpi dei migranti morti nella baia. Il nostro passato sono i cadaveri e il nostro futuro sta in quel pallone. Ecco, lì non ho retto più e sono crollato emotivamente.

Puoi raccontarci dell’arrivo della Guardia di Finanza a San Foca?

E’ successo che, avendo noi previsto uno sbarco con gli artisti nell’orario esatto in cui avvengono di soliti gli sbarchi veri, un pescatore del posto ha visto arrivare le barche e ha chiamato la Finanza. Qualcuno non l’aveva allertata dell’operazione. Sono arrivati a San Foca con delle auto e persino con un elicottero che poi, una volta chiarito l’equivoco, è stato rimandato indietro. Peccato: sarebbe stato bello averlo dentro lo spettacolo. E’ stato un momento emblematico perché tutto il progetto si giocava sul confine tra finzione e realtà e quel confine era stato travalicato.

Il tema della migrazione dei popoli è un tema attualissimo e a te caro da sempre:  come si possono educare le nuove generazioni ad una sensibilità che sia realmente capace di un’accoglienza e di una “com-prensione” prive di enfasi e preconcetti?

Credo che le modalità per mantenere viva l’attenzione sul tema del migrare possano essere diverse e ognuno dovrebbe fare la propria parte. Io ho pensato di farlo attraverso il teatro perché è questo ciò che so fare. Ho cercato di non essere retorico né pietistico né consolatorio. Semmai, provocatorio. Mi interessava dare punti di vista inattesi, sollecitare interrogativi

Quale futuro si apre per Verso Terra?

Il futuro di Verso Terra è il suo passato. E’ giusto che resti nella memoria di chi vi ha assistito perché questo tipo di eventi trovano senso nella loro unicità, non sono replicabili. Certamente il mio prossimo progetto avrà qualcosa di Verso Terra, perché ogni volta imparo cose nuove che mi porto dietro e faccio errori che nei lavori successivi cerco di evitare. Ovviamente la traccia continua di questo progetto sarà Lireta – A chi viene dl mare, una produzione che faremo girare in teatri piccoli e grandi sia italiani che all’estero, e al quale auguro una vita più lunga possibile.

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