Brexit, USA e le elezioni drammaturgicamente perfette. L’Europa poco sexy e guardona, fra votazioni e arte

RENZO FRANCABANDERA | E’ incredibile come un fenomeno sociale come le elezioni siano tornate al centro della considerazione planetaria. Era da tempo che nello stesso anno e per nazioni diverse, l’opinione pubblica mondiale non tornava ad interessarsi in modo ossessivo e centrale della decisione popolare.
Tutti a leggere, linkare, informarsi, pare essere tornati in anni in cui la politica era una cosa seria e civile. E  il tema è che comunque queste consultazioni hanno portato al centro della questione la possibilità centrale che siano gli elettori a decidere qualcosa.
politics-politicians-opinion_poll-opinion-government_research-elections-csan11_low.jpgIn genere l’idea maturata in questi anni, in questo ventennio di capitalismo diffuso seppur con variabili concettuali diverse, è che alla fine l’0ligarchia governante non permetta più al popolo bue di decidere alcunché. E’ lo stesso motivo per cui in diverse nazioni europee sono nate realtà elettorali anche consistenti, che hanno raccolto consensi pari in media ad un terzo dell’elettorato complessivo, centrate proprio su questo bisogno della fetta della società esclusa o che si sente tale, di riaffermare un bisogno di riportare alcune questioni nel novero di quelle su cui il votante può decidere.

E cosa c’è di più eccitante che sgambettare un oligarca, che sia la Clinton o Renzi, l’Europa tecnocratica, decidere che basta.
Le banche addirittura restano aperte con le loro sale operative sui mercati anche di notte per gli scossoni tellurici. Brexit è stato forse il fenomeno mediatico più eclatante, l’unica cosa che abbia risvegliato l’Europa da un torpore da abbandono veramente letale. Brexit è stata più efficace di qualsiasi campagna pubblicitaria mai pensata per provare a tenere incollata con lo sputo un’Unione allo sfinimento. E anche le elezioni americane rischiano di essere un bel thriller.
Ma questa potenza decisionale e decisiva l’arte la vive ancora fino in fondo? Insomma pare che la realtà superi in creatività l’arte e che questa, quando debba parlare di politica e società abbia meno fantasia della società stessa, che evidentemente cerca una fuga dal reale molto molto più spinta.
Tutte queste consultazioni, infatti, sono state o si prospettano come drammaturgicamente perfette perché riportano al tema del rapporto diretto fra causa ed effetto, riportano visibile l’invisibile, lasciano riaffiorare il lato imponderabile, quello che la politica stessa fatica a governare. Se ci si pensa, dalle elezioni greche di Tsipras alla sfida Clinton-Trump, per milioni di persone tenute lontane dalla visibilità di azione delle forze che le governano, le consultazioni popolari sono diventate fenomeni massmediatici ma anche di riaffermazione del proprio stomaco eclatanti, e in alcuni casi hanno alimentato per la prima volta dopo decenni di torpore, la fiamma della ragion (o sragion) comune.

Quasi bisognerebbe allora ringraziare i Britannici per quel voto bizzarro come la loro presenza nell’UE, per aver dato un sussulto a una dimensione della nostra vita collettiva che da tempo viviamo con una stanchezza ineluttabile, una vita collettiva di cui siamo incapaci di leggere implicazioni profonde, divisi dalle barriere linguistiche prima ancora che economiche e antropologiche. Restiamo chiusi nella rappresentazione oleografica dell’oltre confine, spaghetti e mandolino, patate fritte cozze e birra, birra e salsiccia, tapas. Basta il cibo a raccontare i popoli e qualche aggettivo da barzelletta.

E questo troviamo che anche nell’arte abbia un riflesso innegabile, visto che sono pochi i progetti interculturali europei, ad esempio, che hanno davvero permesso ad un largo numero di persone di vivere una dimensione di confronto a distanza o di vicinanza, per ridurre le differenze, per conoscersi e conoscere, mentre si sono affrettati anni fa a cancellare l’inter rail, salvo ora ritirarlo fuori, essendosi accorti che l’unico modo per crearla, l’Europa, è farla conoscere a chi la vive e la deve pensare nel futuro.
In tempi in cui il terrorismo internazionale, la migrazione, le guerre delle periferie contro i centri del mondo stanno alimentando sempre più violenze, la diffidenza verso l’aggregazione come forma di incontro, l’agorà, la base della civiltà mediterranea, è venuta meno, non sostituita dalla piazza virtuale. Anzi. A volte un piccolo paesino di comari curiose che guarda attraverso le persiane per spiare ed invidiare.

Profondamente siamo uniti da vizi molto molto sovranazionali, e il rapporto con l’arte forse aiuta a confrontarci con questo insieme di tematiche. Capita quasi tutti gli anni, ad esempio, immergendosi fra gli spettacoli di VIE Festival a Modena, un grande festival internazionale di spettacolo dal vivo, fra i maggiori in Italia, con la direzione artistica di ERT Emilia Romagna Teatro. Qui ci è capitato recentemente di assistere a tre lavori che ci hanno lasciato ferite e speranze insieme, e soprattutto domande senza risposte.

image.jpgLa prima visione, Tristesses, guarda l’Europa e le sue desolazioni dall’interno: un approccio surreale-iperrealista con un allestimento ideato e diretto da Anne-Cécile Vandalem: una vicenda metaforica ambientata su un’isoletta al largo della Danimarca. Il suicidio di uno dei dieci abitanti rimasti apre uno squarcio su una comunità di imbrogli, meschinità, giochi di potere.
In una notte che pare non andare mai via, fra casette di legno a grandezza  naturale che occupano la scena e quanto avviene nel loro interno segreto narrato da un video realizzato in presa diretta e che campeggia sulla scena, la comunità si confessa, in presenza dei fantasmi dei defunti sull’isola: un senso di morte che aleggia su tutto. Tantissime parole ma anche un campionario di quel che non va, come se ci fosse proprio il bisogno di includere, in una drammaturgia che potrebbe funzionare, ogni livello di didascalia sui mali del vecchio continente.
Ora: la cosa meno eccitante in questi ultimi mesi, ma che dire mesi, anni, è l’Europa. Non ricordo una cena in cui il tema sia venuto mai fuori, come piacevole argomento di discussione di coinvolgimento comune, salvo non si trattasse di un raro simposio internazionale occasionale, ancorché informale. Allora si, l’Europa diventa lo sfogo per tutto quello che non va. Proprio per questo, il campionario è la didascalia, e l’arte dovrebbe rifuggirla. Invece qui la regia della Vandalem (che firma anche il testo) vuole proprio mettere dentro tutto ciò che non va, peccando dello stesso populismo concettuale che vuole forse stigmatizzare. Insomma, a furia di sentire ragionare male, si finisce per pensare male e l’arte, quando parla di Europa, corre fortemente questo rischio. Altri spettacoli, nati e pensati in Italia sul tema Europa e realizzati da autori giovani sono caduti in questo tranello.

Unknown.jpegAl versante opposto dell’esito scenico ma ugualmente non a fuoco per motivi analoghi, abbiamo trovato la proposta del Belarus Free Theatre: Burning Doors. La vicenda di questo collettivo artistico e militante che avversa da anni il governo di Putin è nota e alcuni dei fondatori sono in carcere detenuti per motivi politici, con condanne esemplari. Burning Doors nasce dall’incontro di queste istanze che si uniscono a quelle delle Pussy Riot (una di loro in scena). Di fondo la volontà di far conoscere all’Europa e al mondo quello che accade a chi avversa il regime, in una serie di quadri che alternano le violentissime e molto esplicite vicende carcerarie alla immortale satira sul potere monocratico, ottuso e sempre uguale.
Questa parte riesce bene, sicuramente meglio che alla Vandalem, mentre la parte di narrazione della violenza, invece che arrivare e cercare il nostro pensiero in forma mediata dall’arte, si perde in un’urgenza didascalica che segna una grande distanza fra queste creazioni e le precedenti di 4 o 5 anni fa che ci avevano conquistato. In questi anni la deriva social della comunicazione, il suo carattere esplicito e generalista hanno piallato le forme creative di narrazione dell’esperienza del dolore, rendendo quasi necessario il codice esplicito. 1V9A7442.jpgSiamo invece legati agli esiti più alti, quelli che portano il teatro a farsi diverso dal reale. Qui, invece, un che di cronachistico prende il sopravvento e l’arte rinuncia allo sforzo di farsi motore di idee che vadano oltre il fattuale, un tema che riguarda molto il vecchio continente e le formule con cui approccia il presente. Un mondo senza immaginazioni, senza sfide, senza pretesa di ascoltare prima di parlare, è un mondo destinato a morte precoce insieme al genere umano che lo ha portato fin qui, e a cui comunque sopravviverà, ovviamente.

Ecco perché realissimo eppure fantastico e creativo ci è parso Perhaps All The Dragons… di BERLIN (Bart Baele, Yves Degryse), una creazione di rango superiore, capace davvero di farci uscire dall’incontro con l’arte in modo diverso rispetto all’arrivo. Un emiciclo ovale, il pubblico dentro questa sorta di astronave di legno con una ventina di monitor stretti e lunghi e altrettante sedie per ognuno. Uno spettatore un video. Si parte. Partono in sincronia i video. Ogni video una storia che si andrà poi ad intrecciare in modo strano con le altre. Ogni 10 minuti, finita la storia, in un percorso preordinato si cambia posto e si va a sentire un’altra storia. E così via. Fino a cinque o sei storie. Tutto qui, se non fosse che tutto l’intreccio narra dell’incontro casuale o meno con l’altro, con le sue conoscenze, i suoi potenziali, le sue fragilità e le sue grandezze. Micro vicende (reali e non, ma reali per la gran parte) che entrano però in dialogo con noi che restiamo muti e ci interrogano su quanto conosciamo di chi ci è attorno.
Perhaps All the Dragons.jpgIl mio percorso partiva con la vicenda di un professore che raccontava di come da anni avesse scelto di festeggiare il suo compleanno in compagnia di perfetti sconosciuti. E di come questo incontro casuale si risolvesse sistematicamente in profonda conoscenza e scambio, a differenza del quotidiano superficiale a cui siamo abituati.
La riflessione ci porta al punto di partenza, all’apatia totale rispetto alla superficialità del quotidiano, e al sentirci coinvolti solo quando la grande decisione, la grande paura, aleggia: è lo spauracchio, che si chiami Brexit o Trump o qualsiasi cosa o persona sia.
La vicenda umana ci dimostra che esiste spesso più di metà della popolazione che la pensa in modo esattamente opposto al nostro e che a volte quelle che a noi sembrano irragionevolezze folli sono per altri ragion di vita e cose per cui sono pronti a combattere. Magari non sapendo o non avendone chiaro il motivo; o forse per il nostro stesso motivo, ma ritenendo che il problema vada risolto o gestito in modo diverso.
Quello che manca è comunque conoscere profondamente l’altro. Provare ad entrare in contatto con un vero elettore americano, un vero votante di una qualche periferia di qualche impero, che ha il nostro stesso diritto, la mia stessa ragione d’essere e il suo modo di pensare. Ecco, di lui non sappiamo nulla. Del votante in Massachusetts o Nevada, o in Russia.
Ma almeno lì parlano tutti la stessa lingua. Le vere grandi potenze condividono il codice di comunicazione di base. In questa babele europea neanche quello, mentre attendiamo ansiosi risultati elettorali da oltreoceano e scopriamo, comunque vada, che noi di quel mondo, come anche del piccolo mondo nostro in cui viviamo, non sappiamo niente, non abbiamo capito niente e siamo in Brexit rispetto alla nostra identità profonda da molto molto tempo. Si, invitate a cena uno sconosciuto per il vostro compleanno.

Qui il video della installazione spettacolo Perhaps all the dragons, ospitata anche 2 anni fa a Drodesera Fies

Tristesses
(Tristezze)

con Vincent Cahay, Anne-Pascale Clairembourg, Epona e Séléné Guillaume, Pierre Kissling, Vincent Lécuyer, Bernard Marbaix, Catherine Mestoussis, Jean-Benoit Ugeux, Anne-Cécile Vandalem, Françoise Vanhecke
ideazione, drammaturgia e regia Anne-Cécile Vandalem
musiche composte ed eseguite da Vincent Cahay, Pierre Kissling
scenografie Ruimtevaarders
creazione sonora Jean-Pierre Urbano
disegno luci Enrico Bagnoli
video Federico d’Ambrosio e Arié van Egmond
disegno costumi Laurence Hermant
trucco Sophie Carlier
assistente alla regia Sarah Seignobosc
direttore di scena Damien Arrii
produzione Das Fräulein (Kompanie)
coproduzione Théâtre de Liège, Le Volcan – Scène Nationale du Havre, Théâtre National – Bruxelles, Théâtre de Namur, centre dramatique, Le Manège.Mons, Bonlieu Scène Nationale Annecy, Maison de la Culture d’Amiens – Centre européen de création et de production, Les théâtres de Marseille – Aix en Provence
coproduzione all’interno del progetto Prospero Théâtre National de Bretagne, Théâtre de Liège, Schaubühne am Lehniner Platz, Göteborgs Stadsteatern, Théâtre National de Croatie / World Theatre Festival Zagreb, Festival d’Athènes et d’Epidaure, Emilia Romagna Teatro Fondazione
con l’aiuto de la Fédération Wallonie-Bruxelles / Service Théâtre, Wallonie-Bruxelles International
e con il sostegno di ESACT, l’Ecole Supérieure d’Acteurs / LA HALTE, Liège
Durata 2h 15′
Prima nazionale
Spettacolo con sottotitoli in italiano e inglese

Perhaps All The Dragons…
(Forse Tutti I Draghi…)

ideazione BERLIN (Bart Baele, Yves Degryse)
colonna sonora e mixing Peter Van Laerhoven
testo Kirsten Roosendaal, Yves Degryse, Bart Baele
camera Geert De Vleesschauwer
adattamento Bart Baele, Geert De Vleesschauwer, Yves Degrvse
scenografia BERLIN, Manu Siebens
direzione tecnica Robrecht Ghesquière
produzione e comunicazione Laura Fierens
ricerca e drammaturgia Natalie Schrauwen
assistente ricerche in tirocinio Heleen De Boever
costruzione scene Manu Siebens, Robrecht Ghesquière, Bregt Janssens, Koen Ghesquière
responsabile amministrativo Kurt Lannoye
logistica e distribuzione Kathleen Treier
sito internet Stijn Bonjean
scene e attrezzeria Jessica Ridderhof, Natalie Schrauwen
catering Charlotte Willems, Ophelia kookt!
trucco Sigrid Volders
con Derek Blyth, Sergey Glushkov, François Pierron, Juan Albeiro Serrato Torres, Rinat Shaham, Shizuka Hariu, Shlomi Krichely, Jonas Jonsson, Nirman Arora, Suneet Chhabra, Luci Comincioli, Roger Christmann, Regina Vilaça, Pat Butler, Walter Müller, Adela Efendieva, Andrew Mugisha, Ramesh Parekh, Nico Mäkel, Wim Mäkel, Tamas Sandor, Philippe Cappelle, Romik Rai, Brecht Ghijselinck, Vladimir Bondarev, Andrei Tarasov, Matsumoto Kazushi, Bob Turner, Geert-Jan Jansen, Kurt Lannoye, Robrecht Ghesquière, Laura Fierens, Patryk Wezowski, Hilde Verhelst, Christina Davidsen
produzione BERLIN
in coproduzione con Deutsches Schauspielhaus Hamburg [DE], KunstenfestivaldesArts [Bruxelles – BE], le CENTQUATRE [Parigi – FR], Dublin Theatre Festival [IE], Centrale Fies [Dro – IT], Noorderzon Performing Arts Festival [Groningen – NL], La Bâtie – Festival de Genève [CH], Zomer van Antwerpen [BE]
progetto coprodotto da NXTSTP, con il supporto del Programma Cultura dell’Unione Europea e ONDA – Office national de diffusion artistique
BERLIN è artista associato a CENTQUATRE [Parigi – FR] con il supporto del Governo Fiammingo
Durata 1h 15′

Burning Doors
Porte che bruciano

diretto da Nicolai Khalezin
in collaborazione con Natalia Kaliada
scritto da Nicolai Khalezin
drammaturgia Nicolai Khalezin e Natalia Kaliada
testimonianza originale Maria Alyokhina
interpreti Pavel Haradnitski, Kiryl Kanstantsinau, Siarhei Kvachonak, Maryia Sazonava, Stanislava Shablinskaya, Andrei Urazau, Maryna Yurevich e Maria Alyokhina
Belarus Free Theatre
Durata 1h 45′
Prima nazionale
Spettacolo in russo e bielorusso con sovratitoli in italiano e inglese
Si sconsiglia la visione a un pubblico non adulto

Info paneacqua culture

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