La lenta poesia della terza età secondo Francesca Blancato

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LAURA NOVELLI | Inizia con una lampada colorata per bambini che si accende al centro della scena e termina con un’invocazione alla “mamma” che suona come un caparbio, estremo bisogno di comprendere fino in fondo la propria esistenza, prima di accomiatarsi per sempre da questa terra. Sono dunque l’infanzia, la memoria, il bisogno di favole e caramelle a segnare il tempo lento del vecchio esile e malinconico che Francesca Blancato interpreta nel suo “Apparecchio”, di cui è anche autrice e regista: un lavoro estremamente delicato, asciutto, ironico, sensibile dove la scrittura – teatralissima – oscilla sempre tra dramma e commedia, tra litania e crudezza realistica, tra accostamenti emotivi e pragmatico rispetto per il quotidiano. Siamo in un ospizio. Una prigione rivestita di marzapane. La casetta della strega di Hansel e Gretel evocata, quasi per ossimoro, come un simbolo del rifiuto del cibo. Siamo in un esilio forzato dalla vita e dalla propria identità. Ma anche una scatola dei sogni dentro la quale mozzicare lentamente gli ultimi scampoli di esistenza mettendosi a servizio degli altri, lasciandosi andare ad una ritualità routinaria ma indispensabile, abbandonandosi alle canzoni di una volta incise su vecchi nastri ormai desueti, confondendo illusione e realtà come dentro un gioco in cui gli anni si azzerano e le distanze con il passato si accorciano.

Con la sua giacca di lana marrone oversize, i suoi occhiali enormi, lo sguardo quasi fisso e languido, l’andatura rallentata e scivolosa, le pause silenziose e ampie, questo anziano racconta la semplicità di una condizione forse mai veramente immaginabile. C’è l’amico di stanza Mario che è morto o più probabilmente non è mai esistito. Ci sono le parole crociate già fatte e rifatte. Ci sono le visite della figlia. I sogni di fuga. Decine di caramelle Rossana da nascondere e mangiare e scartare pacatamente. E c’è soprattutto un  corpo “dalle pelle secca e le caccole agli occhi” che si erge ad apparecchio dell’apparecchiare: “Il tempo qui passa che è un piacere / uno scivolo / un’altalena / apparecchio / è il mio passatempo / così non penso / che mi fanno male le ginocchia / che ho i denti finti / non penso / che dormo con la luce accesa / e finisce che muoio qui / in periferia / Casa di riposo per anziani / ospizio per vecchi!”.

Spesso di spalle al pubblico, in fondo al palcoscenico del teatro dell’Orologio (dove la pièce ha debuttato a fine ottobre), o seduta in proscenio circondata da pochi oggetti, l’attrice/autrice regala a questa ritualità domestica un afflato ancestrale, universale. La voce è bassa, le battute scandite in modo chiaro, rimarcate spesso con un tono sprezzante, autoironico, grottesco. Nelle luci basse che l’avvolgono (le cura Martin Palma), ella ricorda qualcosa di certi personaggi beckettiani o pinteriani, mentre la scrittura sembra evocare i ritmi ripetuti di Lars Norèn e Spiro Scimone.

Non c’è retorica. Non c’è enfasi nel bisogno di cura e di affetto di questo vecchio sgualcito dall’età. Semmai una sottile vena di rimprovero. Mai pietistica però. Mai didascalica. E’ la solitudine l’ombra in cui si muove il suo flusso intermittente di parole e visioni. Parole e visioni costruite con continui salti temporali, continui ritorni, continui corti circuiti tra infanzia e vecchiaia. Parole e visioni che, pur accogliendo note autobiografiche e familiari, parlano a tutti noi con estrema poeticità. Blancato, già aiuto regista di Lucia Calamaro ed attualmente di Daniele Timpano ed Elvira Frosini, confeziona dunque un’opera prima davvero eccellente e anche la regia sa nutrire la dilatata lentezza di questo tempo anziano senza futuro con matura consapevolezza teatrale. Perché il teatro funziona quando evoca, astrae, fustiga, ferisce, risuona dentro, senza farci perdere il senso della realtà. Proprio come in un sogno da vecchio: “Ora esco / vado dove voglio / certo che esco / vado al parco a leggere sulle panchine / leggere mi rilassa […] / ieri ho preso l’aereo e sono andato a trovare una mia cugina che è emigrata in Canadà negli anni Sessanta / fa molto freddo e devono camminare nei tunnel sotterranei / vado in farmacia / vado al cinema e  a teatro”.

 

APPARECCHIO
di e con Francesca Blancato
aiuto regia Maria Costanza Barberio
disegno luci Martin Palma
produzione Aut-Out
in collaborazione con
Rialto Sant’Ambrogio
Frosini/Timpano
residenza artistica Armunia – Castiglioncello

Teatro dell’Orologio, Roma – marzo 2016

 

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