SE(E) UNDER BLACK SE(A): il No Lander di Riccardo Buscarini

ANGELA BOZZAOTRA | Siamo a Teatri di Vita, appena fuori Bologna, alla stazione di Borgo Panigale. Una nebbia appena accennata pervade il parco dove si trova la struttura teatrale, e alla replica pomeridiana ci si aspetta vengano al massimo dieci persone. Invece gli spettatori arrivano, numerosi, per assistere allo spettacolo No Lander, presentato dal coreografo Riccardo Buscarini, piacentino classe ’85 trasferitosi a Londra e di ritorno in Italia. Presentato all’interno del Festival Gender Bender di Bologna, arrivato alla sua 14a edizione, lo spettacolo si ispira all’Odissea di Omero, e nasce nel 2013 in seguito a un progetto internazionale, come narra il coreografo durante l’incontro post-spettacolo con Peggy Olislaegers).

L’èpos di una narrazione altisonante e classica, quale è il poema omerico, viene ridotto all’osso. Gli elementi sui quali si focalizza il lavoro drammaturgico di Buscarini sono l’andare per mare, il moto delle onde, il concetto di partenza e ritorno. Cinque perfomers, maschi, dai fisici ben allenati, di diversa corporatura, colonizzano lo spazio scenico muovendosi in gruppi e staccandosene singolarmente. L’atmosfera è quella di un esodo al quale segue una ricerca. Di sè, del mondo, della propria salvezza. Un silenzio puro risalta il suono del respiro, dei passi di corse intorno al perimentro della scena, la dialettica costante tra corpo e materia nel riverbero dell’energia rilasciata da movimenti talora fluidi, talora concitati. L’assenza di registro sonoro viene spezzata dal sound design curato da Domenico Angarano, tesa a ricreare un ambiente di suoni e di effetti: siamo di fronte a una narrazione muta, a una dinamica episodica di spostamenti dalla terra/conosciuto al mare/ignoto; nel buio si riconoscono e si palesano squarci di luce, la dialettica arcaica tra ombra e rischiaramento manifesta se stessa nell’alternanza e nel contrasto tra accenno di visione lucida e oscurità permeabile; luci industriali/flash before your eyes.

Una danza in cerchio, dove le cinque figure si appigliano l’un l’altra cercando un sostegno nel pericolante delirio delle onde, attende a quel bisogno di gruppo, dove l’essere-umano cerca nel suo altro sostegno, colonne umane che reggono un tempio oracolare che si staglia sulla riva di un lido nel Mediterraneo, raccogliendo preghiere e sacrifici. Il gesto di nascondersi lo sguardo, essere-accecati e brancolare, con movimenti che risuonano di istintualità animale, ricorre più volte nella partitura, simbolo nel perdersi, smarrirsi non-vedere attraverso la vista ma continuare a vedere-attraverso il mare, nero e impregnato di vittime, di corpi inghiottiti e fagocitati e risputati come ossa.

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Ma il viaggio continua, nell’impossibilità di eroismo e di rivincita sul fato. Un trascinamento quasi placido, privo di rivalsa contro il divino, accettato come condizione esistenziale, come ultima ragione di un percorso umano, fatto di rinunce, di amore, di solitudine, che si riflette nella continua opposizione tra singolo e gruppo, collimante in una sintesi corale. Come in occasione della prova delle sirene; suoni insinuanti vanno a sostituire l’immagine di esseri metà uomo metà animale che possono assordare e deviare un cammino e rapire con armi sottili le fragili menti dei viaggiatori.

Odisseo vi resiste con uno stratagemma, manifestando la sua abile capacità di aggirare gli ostacoli, e torna infine alla sua dimora, perdendo i compagni per strada e ritrovando la sua identità abbandonata per il viaggio e le sue perigliose occasioni di smarrimento.

In No Lander il ritorno non è definitivo; il mare nero che inghiotte i performer (rappresentato dal tappeto del palco sotto il quale si nascondono i corpi dei cinque uomini) resta pervasivo, come liquido che si innesta nelle vene, assorbito dall’organismo; muta il senso e lo stato d’animo, cupo perso incerto, in attesa di nuove rive, senza tregua («Deserto e vuoto è il mare», la desolazione e la classicità spezzata della Wasteland di T. S. Eliot). Tiresia, in questo scenario post-industriale e azzerato, prevede un riscatto delle stuatuarie figure che combattono per la propria affermazione di presenza vedendo-oltre la coltre buia che gli occlude la vista.

Il progetto ha origine nel 2014, ed è presentato al Festival Gender Bender in una versione ridotta. Parte dalla suggestione di far conoscere a paesi dove non è nota l’Odissea di Omero, retaggio degli studi classici dell’artista. Sono coinvolti danzatori di vari paesi, confermando l’unione tra biografia e opera che si ritrova in altri lavori di Buscarini, come Dieci tracce per la fine del mondo, presentato alla rassegna Eden Connect the dots al Teatro dell’Orologio di Roma nel 2014, dove sulle note di Molly Nillson, Joy Division, Siouxsie and the Banshees e altri, l’autore danzava a piedi nudi su spirali di sale incurante del dolore. In No Lander, la drammaturgia manifesta una potenza che riassume astrazione e fisicità, impiantandosi sul gioco di parole tra SEE/mare e SEA/vedere, ed evolvendosi verso una narrazione dove la struttura non asfissia il lirismo della performance di cinque corpi in continua tensione. Il controllo sulla durata delle singole sequenze e sul montaggio della coreografia è la cartina di tornasole dell’esperienza e della maturità dell’autore, il cui prossimo lavoro sarà  il duetto L’età dell’horror, da vedere nel 2017.

 

 

No Lander | di Riccardo Buscarini | con Danilo Caruso, Andrew Gardiner, Josh Jones, Michael Kelland, Marc Stevenson| disegno del suono: Domenico Angarano | disegno luci: Michael Mannion

1 novembre 2016, Teatri di Vita, Borgo Panigale (BO), Festival Gender Bender

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