Roberto Zappalà, la danza di messa a fuoco di Romeo e Giulietta

Romeo e Giulietta 1.1 @ Hanfilm

Romeo e Giulietta 1.1 @ Hanfilm

MATTEO BRIGHENTI | Il sorriso è lo specchio dell’incontro. E non parte dalle labbra, ma dagli occhi, che diradano linee d’ombra e d’ombretto, il fumo gettato dagli adulti, incomprensioni su incomprensioni. Ci vuole passione, dedizione, ci vuole pazienza per sdraiarsi accanto, testa contro testa. Romeo e Giulietta 1.1 di Roberto Zappalà è la coreografia della leggerezza, della tenerezza e della forza di mescolarsi per andare oltre il proprio corpo, essere uno ed essere due, restare io e te e diventare noi.
Il passo a due con Gaetano Montecasino e Valeria Zampardi è il primo capitolo del progetto ‘Antologia’ con cui l’artista catanese intende recuperare i lavori storici del suo repertorio, rivisitarli, riattraversarli, e scaturire il contatto con nuove visioni. Perché il futuro sappia di avere radici lontane. Questa versione, addirittura, è la 1.2, dal momento che l’estate scorsa ha debuttato a Chiusi a Orizzonti Festival (coproduttore con Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza) con altri due danzatori: Maud de la Purification e Antoine Roux-Briffaud.
La sfocatura dei corpi era il titolo del Romeo e Giulietta del 2006. La danza, infatti, è inframezzata dall’audio di Harry a Pezzi, film del 1997 in cui Woody Allen ricompone il puzzle privato e lavorativo di uno scrittore in crisi attraverso i suoi racconti. Uno di questi è L’attore in cui Mel, interpretato da Robin Williams, è fuori fuoco. Non l’obiettivo, ma lui, in persona. Il viso, la felpa, tutto. Nessuno lo riesce più a vedere nitidamente.
È la condizione di chi si trova di fronte all’uomo, la donna dei sogni, sembra voler far danzare Zappalà su musiche di John Cage, Prokofiev, Pink Floyd e testi come Cara Maestra di Tenco. Paura e desiderio che questi Romeo e Giulietta in maglietta, calzoncini e scarpe da ginnastica affrontano e superano imparando a cercare l’altro dentro di sé, imparando dall’altro ad andare insieme, a trovare il medesimo tempo per guardare nella stessa direzione. Un abbraccio che va e ritorna a ondate, come le promesse. L’amore qui non è niente di più, ma anche niente di meno.
Arrivare ad affidarsi, abbandonarsi, fino a perdersi completamente, ha una lunga strada dietro di sé che Romeo e Giulietta 1.1 non (si) nega, anzi esalta, per rendere la conquista ancor più vertiginosa. Il fumo denso di cui parlavamo all’inizio avvolge il palco del Teatro Cantiere Florida di Firenze, intimo e possente, meraviglioso nella sua nudità di mattoni rossi, corde, fari, uscite di sicurezza. Montecasino è in piedi, di spalle, il capo chino su una luce che la nebbia, diradandosi, pare voglia inghiottire. In alto una seconda luce lo irradia di un raggio quasi lunare. Sembra di spiare non visti, invisibili, Le notti bianche di Dostoevskij nel bianco e nero di Visconti.

Foto di Serena Nicoletti

Foto di Serena Nicoletti

Il battito di un cuore si confonde con le monete che tintinnano nel registratore di cassa di Money dei Pink Floyd ed entra Zampardi spingendosi su una biciclettina rosa. Non è un vero e proprio incontro, ancora, perché lui gira su di sé, preso nelle sue spire (ha una maschera da sub), lei pedala per tutto il rettangolo bianco del palcoscenico. Siamo forse nell’infanzia di Romeo e Giulietta: a quell’età i ragazzi sono chiusi nei loro mondi impenetrabili, le ragazze invece sono più aperte, già con la voglia di scoprire la realtà che le circonda.
La luce riflessa su di lei con la maschera subacquea è la stella cadente su cui Romeo esprime il desiderio di rivederla. Breathe di nuovo dei Pink Floyd e poi una cover di Love me tender di Elvis Presley li conducono alla festa in maschera, ai mille colori di briosi passi di sala. Ma sono ancora dentro le convenzioni, i ruoli, ballano stretti alle diffidenze.
Lo spazio, adesso, è completamente acceso: vedere significa anche riconoscersi. Romeo è un Montecchi, Giulietta è una Capuleti, le loro famiglie sono divise da un odio inestinguibile. Infatti, sbattono le mani come falene al Sole di un avvenire contro vento. È Shakespeare, pur senza giuramenti al balcone o sinistre spade sguainate, lo è nel non arrendersi alla sventura, nel continuare a correre, roteare e sperare di trovare il pieno dove le braccia stringono l’aria attraversata con attesa da lui, di lei, e viceversa. Togliersi le scarpe, spogliarsi dei giorni vissuti divisi segna la fine di dubbi, incertezze, della fretta di tornare a nascondersi per paura di scoprirsi troppo, di sentirsi fragili e, paradosso degli anni verdi, diminuiti da ciò che si prova.
Sono indistinguibili e irrefrenabili una volta liberato l’istinto: si afferrano, avvinghiano, avviluppano privi di gravità, guidati soltanto dalla foga animalesca del loro entusiasmo. L’assolo delicato di lei, quello vigoroso di lui. L’importanza del lavoro diretto da Roberto Zappalà è nella dolcezza del tratto, un pastello fatto con i colori della terra, con cose vere che puoi toccare. Una partitura arcobaleno che Gaetano Montecasino e Valeria Zampardi interpretano con una misura umana, concreta, quasi quotidiana, sfiorando il magico, etereo, infinito di Maud de la Purification e Antoine Roux-Briffaud.
Su di loro, comunque, pesa il ballo intrecciato del caso e della malasorte. Vanno allora sul fondo, laggiù, contro una luce bassa, l’unica rimasta accesa ormai. Flebili come fiammelle al vento si cambiano con un completo color della polvere, della prossima sepoltura. Suonano gli ottoni, la prepotenza del mistero, il richiamo della fine. Spossati, non si reggono in piedi, si cadono addosso dopo un’ultima presa di gioia.
La storia di Mel in Harry a Pezzi termina con Robin Williams che va da un dottore, il quale prescrive alla moglie e ai figli un paio di occhiali per metterlo a fuoco. Romeo e Giulietta 1.1, nell’intenzione ultima di Roberto Zappalà, vuole essere un atto d’amore verso la vita. Soprattutto oggi che riteniamo di non avere più tempo per niente, nemmeno per il tempo.
Volate in cielo le anime e sottoterra la morte di Giulietta e del suo Romeo, Gaetano Montecasino e Valeria Zampardi tendono le mani dal buio che si porta via anche loro. Sta a noi stringerle, raccoglierne il testimone, e farlo durare, e togliere spazio a ciò che è odio, assoluto, cieco, immemore delle sue stesse ragioni, se mai possono esistere. Ma prima dobbiamo mettere gli occhiali 1.1: dobbiamo rinnamorarci dell’amore.

ROMEO E GIULIETTA 1.1
La sfocatura dei corpi

coreografia e regia Roberto Zappalà
musica John Cage, Sergei Prokofiev, Pink Floyd
interpreti Gaetano Montecasino, Valeria Zampardi
testi a cura di Nello Calabrò
luci e costumi Roberto Zappalà
direzione tecnica Sammy Torrisi
management Maria Inguscio
produzione Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza – Centro di Produzione della Danza
in coproduzione con Orizzonti Festival. Fondazione
in collaborazione con Le Mouvement Mons Festival (Belgio)
con il sostegno di MiBACT, Regione Siciliana Ass.to del Turismo, Sport e Spettacolo
Visto mercoledì 16 novembre 2016, Teatro Cantiere Florida, Firenze.

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