Identikit seriali: il satiro (dell’appartamento 23)

JAMES VAN DER BEEK, KRYSTEN RITTER, DREAMA WALKER

I protagonisti della sitcom “Don’t trust the b— in Apartment 23”, James Van Der Beek, Krysten Ritter (Chloe) e Dreama Walker (June).

Federica Bastoni | Le serie tv sono diventate il nostro anfiteatro personale, da cui spiare, assimilare e digerire versioni più o meno realistiche delle nostre vite, e su cui articolare una possibile trama di senso della contemporaneità. Una forma di spettacolo a fruizione solitaria, non più unica e irripetibile, ma anzi ripetibile per definizione grazie allo streaming. Il rapporto preferenziale che le serie innescano allora, non è più quello fra lo spettatore e l’attore ma quello con il mezzo, vero e proprio veicolo del messaggio e strumento poliedrico di definizione del punto di vista. Al posto delle maschere di tessuto o legno, i caratteri archetipici sono definiti da una mappa di gestualità e atteggiamenti fisici, accenti e particolarità vocali, ruoli drammaturgici all’interno dei loro contesti e nei confronti dei loro mondi di riferimento, parabole ascendenti e discendenti rispetto alle schizofreniche scale di valori e disvalori dell’oggi. Identikit seriali è una lente di ingrandimento puntata su i caratteri delle serie tv, nuovi e antichi allo stesso tempo; il personaggio di oggi è…

Il satiro 2.0: Chloe, la “stronza dell’appartamento 23”

Chloe, party girl promiscua, cinica e faccendiera, è la protagonista dell’esilarante sitcomedy Don’t trust the bitch in Apartment 23, ambientata quasi interamente nel soggiorno di un appartamento newyorkese, scenario della convivenza fra lei e June, ingenua biondina arrivata dall’Indiana per i seguire i suoi sogni di indipendenza. Per mantenere la sua costosa vita metropolitana Chloe è costantemente alla ricerca di coinquiline da truffare: dopo aver incassato l’affitto anticipato di molti mesi a venire, le perseguita con ogni sorta di comportamento deplorevole fino a che non riesce a farle fuggire. Ovviamente senza rimborsarle. June, vendendo l’intero mobilio dell’appartamento una volta scoperta la truffa, riesce a conquistare il suo cuore. Le due diventano amiche, ed il loro atipico rapporto si configura come una sorta di iniziazione per June non solo alla spietata jungla della grande città, ma anche alla vita adulta.

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Chloe ricalca una moderna versione del satiro, figura connessa alla misteriosa nascita della tragedia greca. All’origine di questo mito c’è la divinità minore Pan – metà umano, metà bestia, figlio di Ermes, messaggero degli dei e Persefone, regina degli inferi – connesso ai culti dionisiaci e della fertilità, divertito e scanzonato, né benevolo e né maligno e per questo portatore di una inusuale ambiguità per il mondo greco, massimamente polarizzato nelle rappresentazioni di “bene” e “male”. Così Chloe, in equilibrio fra furori orgiastici e poesia al di fuori dei confini di qualunque hybris, è un tornado di apparenti contraddizioni che spostano la percezione dello spettatore oltre ogni possibile riduzione a cliché: bellissima femme fatale non a caso vestita prevalentemente di nero o rosso, si concede poi, ad un parlare decisamente scurrile seppur fatto di motti sapienziali, brevi tormentoni solo in superficie ilari ma intrisi di una marmorea indifferenza per ogni regola o consuetudine socialmente accettata. I campi semantici della sua filosofia post-pop sono l’eccesso in tutte le forme, l’esaltazione di sé come creatura meravigliosa e dei piaceri come unica possibile risposta a qualunque ostacolo posto dalla vita di tutti i giorni. Il satiro, lontano dall’Olimpo, si aggira per boschi o radure, accompagnato da ninfe e baccanti ubriache e danzanti in un movimento sfrenato e continuo che diventerà il leggendario “fuoco fatuo” delle epopee nordiche. Chloe incarna questo stesso ritmo centripeto e questa stessa intensità futile (Ndr. L’autrice conferisce all’aggettivo “futile” quasi sempre una connotazione estremamente positiva); la mora eburnea Chloe dal ghigno complice, senza un impiego meglio specificato se non la mantenuta, è circondata da compari altrettanto anomali quanto lei: James Van Der Beek che interpreta se stesso in preda all’eterno tentativo di liberarsi del personaggio di Dawson Leery per rilanciare la sua carriera e il suo sex appeal, o il vicino Eli Webber, infermiere voyer che spia le giovani vicine, o infine, l’ex coinquilina Robin che, ossessionata da Chloe, cerca di attirare la sua attenzione mettendo in guardia ogni nuova arrivata dell’appartamento 23 con fare da sibilla. Ma Chloe si rivela anche fondamentale per June, sua guida nella scoperta delle leggi non scritte della Grande Mela, diventando una sorta di maestra; e qui ritorna la questione dell’origine della tragedia e della funzione fondamentale e perduta del coro legata al verso del ditirambo, burlesco e ancestrale nella sua origine satiresca: è il coro infatti a incarnare, in una dimensione collettiva, l’incalcolabile mistero sapiente e risolutivo che permetterà all’eroe di scoprire in sé il proprio inestimabile valore, la capacità di discernimento e quindi azione. Chloe nel suo essere satiresca, infatti è definita “the bitch” ma non è la vera stronza della storia; tanto che alla fine della seconda stagione, un deus ex machina rivelerà l’identità dell’unica stronza degna di tale titolo.. ma da qui in poi si chiamerebbe spoiler!

 

 

 

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