Recitare con la testa: Federica Fracassi in Erodiàs di Testori

ELENA SCOLARI | Lamenti. I lamenti di Testori sono lai. I lai di Testori sono violenti, aggressivi, rabbiosi. Sono invettive, niente affatto lamentosi, in verità.
Insieme a Mater Strangosciàs e CleopatràsErodiàs (Erodiade) è uno degli elementi della trilogia de I tre lai. Quest’ultimo è del 1969, l’anno in cui l’uomo sbarcava sulla luna, usciva Easy Rider, si teneva il concerto di Woodstock, e in Italia cominciavano gli anni di piombo a Milano con l’omicidio di un poliziotto 22enne in novembre e la strage di Piazza Fontana in dicembre.
Giovanni Testori aveva 46 anni. Federica Fracassi non era ancora nata.
Ora è cresciuta, ha anche la barba (!) ed è una delle migliori attrici della scena italiana contemporanea. Vederla, sentirla, in questo spettacolo di Teatro i per la regia di Renzo Martinelli con la dramaturg Francesca Garolla, è un piacere.

L’apertura di questo Erodiàs è bellissima: un manichino in abiti del ‘700, una Maria Antonietta già decollata, regge tra le mani la testa di Fracassi, barbuta, una scia di sangue sotto il mento.

fracassi

Così comincia il grido della tradita Erodiade contro Giovanni Battista, anzi contro la testa di Giovanni, che la tormenta anche se separata dal corpo, simboleggia una religione che la reìna non comprende, e rappresenta anche il tribolato conflitto di Testori con la Chiesa, mai risolto.
Questo testo è il più feroce della trilogia, perché non c’è pietà, non c’è tenerezza, non c’è comprensione, nemmeno quella dolorosa. L’astio di lei è senza soluzione, il massimo che l’autore concede è un’irriverenza sempre carica di animosità, che qua e là fa sorridere.

In questo allestimento c’è una barriera di plexiglass dietro la quale il personaggio sta come in un acquario, non solo banalmente imprigionato ma limitato nella visione: Erodiade è ossessionata dal Battista, vede solo lui e la sua testa, parla con lui morto e stramorto, e finisce per trasferire su di sé le caratteristiche dell’uomo. La barba è la barba di Giovanni, ormai indistinguibile da lei, nel suo psicotico tormento.
Il forte desiderio sessuale espresso dalla donna è messo in scena da una spiritosissima Federica che dialoga con un fallo di gomma e lo mette sotto una campana di vetro, illuminato come una reliquia. In fondo è l’organo che racchiude il senso dell’attrazione infinita e insoddisfatta verso il profeta.

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La lingua di Testori è sempre vivissima, mescolanza di dialetto lombardo, termini spagnoli e inglesi, italiano ampolloso, e l’attrice ci passa attraverso con la maestria di chi ragiona sul corpo delle parole, ci viaggia dentro sottolineandole col proprio corpo, in una sorta di sequenza coreografica complessa. Forse anche troppo complessa: insieme alla scenografia, alle scritte sul plexiglass, alle sonorità (curate da Fabio Cinicola), ai numerosi oggetti di scena, abbiamo avuto l’impressione di una regia molto presente e a rischio sovraccarico, considerando anche la scrittura dell’autore, già ridondante e sovrabbondante, nel suo essere magnificamente eccessiva.
La scelta di Martinelli è accompagnare lo scorrere del discorso, non lineare, con un flusso di azioni (nelle quali l’attrice è continuamente impegnata), anch’esse non consequenziali, in accordo con quanto dichiara Testori: “Salta il tessuto narrativo”.
In Italia, del resto, in quegli anni, stava saltando ben più che il tessuto narrativo, e l’onda d’urto colpisce anche il drammaturgo, che non smette mai il suo combattimento personale.
Il risultato teatrale è però un montaggio molto ricco di immagini e piani che può creare qualche difficoltà al respiro e alla lettura dello spettatore.

Federica Fracassi sa cambiare toni, posture, atteggiamenti, voci, smembra se stessa come è “smontato” il fisico del Battista. È l’uomo (e la donna) ad essere disgregato, scomposto, impossibile da riunire in un solo Essere.
Erodiàs è un’anatomia appassionata e drammatica, un’anatomia filosofica dell’uomo zoon politikon di Aristotele, un’analisi carnale dell’attore (sociale) sempre in lotta tra la sublimazione scenica e l’animalità reale.

 

di Giovanni Testori
con Federica Fracassi
regia Renzo Martinelli
dramaturg Francesca Garolla
assistente alla regia Irene Petra Zani
suono Fabio Cinicola
luci Mattia De Pace
consulenza artistica Sandro Lombardi
creazione costume d’epoca Cesare Moriggi
consulenza e realizzazione oggetti di scena Laura Claus

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