Gli Omini, “Più carati” e la cosa giusta sbagliata

Più carati @ Gabriele Termine

Più carati @ Gabriele Termine

MATTEO BRIGHENTI | La realtà supera la fantasia. Anche quando la fantasia si fonda sulla realtà, ne è la continuazione o la traduzione. “La realtà – diceva Luigi Pirandello – a differenza della fantasia non si preoccupa di essere verosimile, perché è vera”. Cioè, non ha bisogno di travestimenti per essere creduta. La vediamo, la troviamo, la viviamo, perché è qui, intorno a noi. Di più, siamo noi. La fantasia, però, e l’immaginazione, la creatività, riescono a tenerle testa se inventano, scoprono una nuova realtà: non soltanto mia, tua oppure nostra, ma di tutti.
L’arte è in continua tensione con l’universale, il generale, finanche l’assoluto, è una delle risposte che l’uomo si è dato per spiegarsi il suo ‘particolare’. Altrimenti mima, ripropone in scala la cronaca, terreno su cui la realtà è maestra e regina. Per questo, una storia come quella dell’ambulante ‘eroe’ Abdul supera Più carati, lo spettacolo della compagnia Gli Omini che ha debuttato la settimana scorsa in prima nazionale al Bolognini di Pistoia. Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi e Luca Zacchini in scena non sono andati oltre la notizia, il fatto capitato a loro: una busta ritrovata per caso. Una busta con dentro 2460 euro e un anello.
Quando tornava ad Agrigento, nel primo decennio del secolo scorso, Pirandello faceva sempre visita all’amico Antonino De Gubernatis: il colto bibliotecario selezionava per future novelle gli eventi più ‘pirandelliani’ della cronaca locale. Oggi di quei fatti si è persa memoria, restano tra le righe a dar linfa sotterranea alla nuova realtà ‘collettiva’ creata dal Premio Nobel.
Il De Gubernatis degli Omini, Premio Rete Critica 2015, è stata fino ad oggi una folla di comuni mortali, gente incontrata al bar, in piazza, al mercato, alla stazione, come nel caso del Progetto T, intervistata, sbobinata, rimontata e poi rievocata sul palcoscenico. Un’antropologia socio-culturale del quotidiano, marginale e spesso emarginato, un’etnografia delle persone comuni elevate a simbolo, testimone, monito, che in Più carati Rotelli, Sarteanesi e Zacchini, affiancati nella scrittura da Giulia Zacchini e Armando Pirozzi, rivolgono direttamente a se stessi.
Un specchio rovesciato, insomma, che mostri l’interno riflesso nell’esterno. Annullando qualsiasi distanza critica di sicurezza, l’oggetto osservato (il fortuito ritrovamento) ha finito per coincidere e prendere il sopravvento sul soggetto che osservava (la Compagnia). Un indizio è nell’intervista che Luca Zacchini ha rilasciato a Sergio Lo Gatto su Teatro e Critica intorno a genesi e ragioni dello spettacolo: “A un certo punto ci siamo resi conto che la storia funzionava tantissimo – appena la raccontavi la gente pendeva dalle tue labbra”.
Un tavolo di legno, un portatile, una bottiglia d’acqua sulla destra, una lampada, anch’essa in legno, sulla sinistra, è l’arredamento stile Ikea che inquadra Gli Omini. Cominciano fermi, immobili, le sagome in controluce, forse le silhouette dei ‘figuri’, le proiezioni, i personaggi ricercati per la prima volta dal gruppo, come afferma sempre Zacchini. Il tempo e il luogo si confondono nei ricordi e nelle parole, serve ad aumentare l’attesa, la suspense, il mistero. Quel che è certo è che ascoltavano Un ragazzo di strada dei Corvi. Dovevano partecipare a un bando, Luca aveva finito la parte artistica, mancava solo quella amministrativa, e Francesca e Francesco erano in ritardo. La cornice è stretta fin da subito, il campo è ridotto al piccolo mondo del teatro: chi non lo conosce è già in parte tagliato fuori dal discorso.
Dalla ricostruzione si passa all’azione vera e propria. L’intreccio tra piani temporali diversi è l’elemento di più forte discontinuità con i lavori precedenti. Chi faceva cosa allora innesca le reazioni qui, adesso, tra gli altri. Dalla terza alla prima persona, dal tempo imperfetto al presente: Più carati è il racconto di una storia, e loro per riviverla se la raccontano.

Foto di Gabriele Termine

Foto di Gabriele Termine

È successo qualcosa, non si sa ancora cosa, ma è successa. Arrivano Francesca e Francesco e sembrano una coppia di genitori che rientra dopo una festa tirata per le lunghe, mentre il figlio è rimasto a casa a studiare. Lei ha un vestito nero e lo scialle, lui gli occhiali e la giacca, mentre Luca ha una maglia rossa con le maniche a strisce, e un vistoso impacco per curarsi la spalla. Sono maschere che non aderiscono perfettamente ai loro volti, sono troppo strette anche loro, rivelano chi c’è sotto: non siamo di fronte a un’interpretazione né tantomeno a quella sottile evocazione che è la cifra degli Omini, bensì a una rappresentazione, nel senso di rendere presenti eventi passati o lontani.
Di conseguenza, le numerose risate che si incontrano sulla via di “più carati, più soldi” (andare a far stimare l’anello dal capo del campo rom oppure permettersi di mettere su un ristorante e poi non andarci a mangiare) appaiono legate più alla riconoscibilità di chi dice le battute che non al perché le dice. E il sorriso dei tanti, mai così tanti, pare, accorsi al Bolognini, è di quelli che restano sulle labbra, che non si incrinano nel pensiero, perdendo la tipica misura ‘omina’ dell’ironia.
Francesca e Francesco nascondono il segreto che si svela a mano a mano che le domande di Luca si fanno più insistenti. La busta, i soldi, l’anello, ritrovati per terra al Caffè Gilli di piazza della Repubblica, a Firenze, sono la luce verde smeraldo, come la speranza, l’invidia, la rabbia, la gelosia, che acceca e incanta i tre, come prima aveva fatto con Francesca la salsa del panino con il lampredotto o le galosce di una bambina che giocava nelle pozzanghere.
Verde come il ritratto di Bettino Craxi dell’artista Marco Biffoli usato per il manifesto di Più carati e che prometteva una qualche forma di approfondimento cinico, analisi spietata o audace presa di posizione contro la morale variabile dei nostri giorni, che non sa, non vuole discernere tra il giusto e l’ingiusto, perché tanto quello che conta è il denaro. Invece, non è che un altro tassello strumentale al ‘thriller’ rivissuto sul palcoscenico, il guscio della tartaruga-teatro superata di slancio dalla lepre-cronaca: l’ambulante ‘eroe’ Abdul si è fatto 40 chilometri per restituire il portafogli trovato vicino al suo banco nel mercatino di Lecce.
Del resto, Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi e Luca Zacchini se lo dicono da soli alla fine: tra la cosa giusta e la cosa sbagliata, hanno scelto la cosa giusta sbagliata. Più carati, meno teatro.

PIÙ CARATI
uno spettacolo de Gli Omini
ideato e scritto da Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Giulia Zacchini, Luca Zacchini e Armando Pirozzi
con Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Luca Zacchini
produzione Associazione Teatrale Pistoiese Centro di Produzione Teatrale/Gli Omini
con il sostegno di Regione Toscana, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Armunia e Corsia OF – Centro di Creazione Contemporanea
un ringraziamento a La Tinaia per il ritratto in verde di Bettino Craxi gentilmente concesso dall’artista Marco Biffoli
Gli Omini sono compagnia in residenza presso l’Associazione Teatrale Pistoiese
Visto sabato 19 novembre 2016, Piccolo Teatro Mauro Bolognini, Pistoia.

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