Il mondo di G.R.R. Martin, le storie di Westeros

NANE CANTATORE | Uno scrittore di fantasy o, come vogliono farsi chiamare quelli seri come G.R.R. Martin, di “imaginative fiction” è, innanzitutto, un creatore di mondi. Martin stesso lo dice, nei suoi consigli ad aspiranti scrittori: “non scrivete nel mio universo, in quello di Tolkien, della Marvel, di Star Trek o in qualsiasi altro sfondo preso in prestito. Usare un mondo altrui è da pigri; se non utilizzate i vostri muscoli letterari, non li svilupperete mai” (LINK). Scrivere è inventare, e inventare è costruire mondi, prima ancora che immaginare storie.

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La migliore rappresentazione di questo tipo di invenzione letteraria, allora, non è data dalle opere letterarie stesse, ma da un genere peculiare di letteratura secondaria: l’enciclopedia, l’atlante, il repertorio di mondi immaginari. Nel caso del mondo del ciclo più celebre di Martin, ovviamente, si tratta di AWOIF (LINK), A wiki of ice and fire: un’enciclopedia del mondo dei romanzi e della serie TV, in cui le opere fanno da fonti canoniche per compilare le voci, ma queste hanno tutta l’autorevolezza dell’enciclopedia, per cui una volta messe giù e controllate definiscono in modo preciso la realtà che descrivono.

A questo punto, allora, le discrepanze tra la trama dei libri e quella della serie televisiva passano in secondo piano: l’importante è che il mondo sia lo stesso, per esempio che Braavos sia sempre una Venezia in mezzo a una laguna accessibile soltanto passando sotto le gambe del Colosso, o che gli abitanti delle Summer Islands non siano biondi con gli occhi azzurri e la pelle diafana, e le vicende dei diversi personaggi possono passare in secondo piano. Per meglio dire, è perfettamente accettabile che, per esempio, Stannis Baratheon sia stato sconfitto da Ramsay Bolton e ucciso da Brienne nella quinta stagione della serie e nel quinto volume sia ancora vivo e pronto a combattere con Ramsay nell’attacco a Dreadfort (non a Winterfell, che nei romanzi è stata distrutta). Lo è perché si tratta di varianti divergenti, come accade in ogni mitologia: Odisseo può essere figlio di Autolico o di Laerte, Ifigenia può essere morta in Aulide o sostituita all’ultimo momento con una cerva e portata in Tauride, tutto dipende dalla versione che piace di più.

Che la coerenza fondamentale sia quella del mondo, del resto, lo hanno capito bene Benioff e Weiss, gli autori della serie televisiva, che hanno deciso di ribadirlo, una volta per tutte, in un elemento centrale del cosiddetto paratesto, vale a dire nella sigla: come ogni romanzo della saga, prima di iniziare, mostra una cartina di Westeros e di Essos, così la famosa sigla ci fa vedere in quali parti del mondo inventato da Martin ci porterà il plot dell’episodio. Il mondo è lo stesso, ma la narrazione procede per linee diverse, dovute tanto al diverso medium, quanto alla differenza di talento e di obiettivi tra Martin e il due Benioff-Weiss. Lo si vede in particolare nell’ultima stagione uscita, che è certamente ben riuscita come prodotto televisivo proprio perché ha poco a che fare con i romanzi. Se Martin è specializzato nel complicare le trame, aumentare i personaggi e moltiplicare gli ambienti, gli sceneggiatori televisivi hanno fatto strage di personaggi secondari senza includerne nessuno di nuovo, ne hanno lasciato fuori un sacco, hanno tagliato un bel po’ di storie (forse) secondarie e hanno raddoppiato il carico di tette, draghi e sangue.

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In altre parole, Benioff e Weiss hanno dato al pubblico quello che (forse) voleva, facendo più o meno il contrario di quello che si aspettano i lettori di Martin, vale a dire il piacere dell’approfondimento, della scoperta e della divagazione, in un mondo sempre più ricco e dettagliato, nel quale le vicende delle grandi famiglie e del trono perdono di significato rispetto alla dimensione quotidiana, di espedienti e rivelazioni, di domande e di passioni, di tragedie, sofferenze e gesti di umanità, in cui l’erranza dei diversi personaggi acquista uno spessore, al tempo stesso, realistico ed esistenziale.

Insomma, le due diverse narrazioni si tengono insieme proprio perché sono diverse: come il Prometeo di Eschilo è diverso da quello di Esiodo o di Platone, e ne cambiano le vicende, così il diverso sviluppo dei fatti narrativi dà senso alle diverse esigenze di espressione, di messaggio e di contenuto. La domanda centrale, allora, è: perché costruire mondi? La risposta di Martin è lapidaria: perché quello che abbiamo non è un gran che. Anzi, per usare le sue parole:

“La fantasia è argento e scarlatto, indaco e azzurro, ossidiana venata d’oro e lapislazzuli. La realtà è fatta di plastica e compensato, rifinita in marrone fango e verde militare. La fantasia ha sapore di peperoncini habanero e miele, cannella e chiodi di garofano, carne rossa al sangue e vini dolci come l’estate. La realtà è fagioli e tofu, e cenere alla fine. La realtà sono I centri commerciali di Burbank, le ciminiere di Cleveland, un parcheggio coperto a Newark. La fantasia sono le torri di Minas Tirith, le antiche pietre di Gormenghast, le sale di Camelot. La fantasia vola con le ali di Icaro, la realtà con la Southwestern Airlines. Perché I nostril sogni diventano così piccini quando si realizzano?” (LINK)

Ma se i sogni si rimpiccioliscono realizzandosi, a volte gli incubi si ingrandiscono: ce ne siamo accorti l’8 novembre e, per citare ancora una volta dal blog di Martin: “Per i prossimi quattro anni, i nostri problemi diventeranno molto, molto più grandi. L’inverno sta arrivando. Ve l’avevo detto.” (LINK)

 

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