Alla deriva del teatro: l’Amleto di Roberto Latini/Fortebraccio

ESTER FORMATO  |  Amleto + die Fortinbrasmaschine è – come scritto nelle note di regia –  una riscrittura di una riscrittura che Heiner Müller fece dell’Amleto. Più che riscrittura, in realtà l’Hamletmaschine mulleriano risulta essere una scomposizione dell’opera scespiriana, organizzata in cinque episodi nei quali la scrittura scenica assorbe frammenti degli atti originari della tragedia tessendoli attraverso un’ottica estraniante. Si direbbe – leggendo il testo – che gli occhi del presunto Amleto e della presunta Ofelia sono fissi su uno scenario quasi apocalittico dell’Europa degli anni ’70  in cui Müller vive e scrive  e, in questo luogo e tempo, hanno smarrito la loro parte, il senso del proprio essere all’interno del dramma e procedono disarticolati verso un punto estremo della narrazione teatrale.

Ora, a noi pare che il lavoro di Fortebraccio Teatro, scritto ed interpretato da Roberto Latini, trovi la sua ragion d’essere proprio nella ricerca fra Müller e Shakespeare sul ruolo di Amleto e di Ofelia all’interno del contesto drammatico di riferimento. Latini riprende difatti ulteriori versi dal bardo inglese, reintegra nell’architettura mulleriana altre suggestioni dall’Amleto al fine di compiere un riscrittura altra che, messi da parte i riferimenti dell’Europa di quaranta fa, si focalizzi sullo scardinamento ruolo/personaggio e personaggio/attore.

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Io non sono Amleto. Non recito più alcun ruolo. Le mie parole non dicono più niente.” Latini, non a caso, inizia il suo Amleto + Fortinbrasmaschine con questa battuta che è presente nell’episodio IV di Hamletmaschine. Da un angolo buio del fondo dell’assito dove siede, la sua figura avanza per poi sfiorare lentamente la quarta parete. Microfoni differenti, disposti in diversi punti del palco, sono pronti ad accogliere la sua voce, accompagnata dalla tensione dei muscoli che investe l’intera scena di una corporeità eloquente. La sua voce, dunque, si sfibra nelle onde sonore modulate dalla sofisticata intelaiatura che veicola l’audio, trasmettitore delle variazioni tonali, che non può essere scisso dalla drammaturgia stessa. Del resto è nello stesso lavoro vocale e verbale che si coglie la fragilità che intercorre fra attore-personaggio, l’incapacità di riconfigurare con coerenza una tragedia, e quindi di recuperare parti e  personaggi ben netti, funzionali allo svolgimento regolare di un dramma familiare ed individuale insieme. Mantenendo la struttura episodica di Müller, Latini conduce la sua riflessione sul teatro e sulla relativa funzione, sfiorandone un punto di disfacimento.

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Ich bin Fortinbras/ich war Hamlet”; “Ich bin Fortinbras/ich war Ophelia”; “Ich bin Fortinbras/ich war Polidoro”, sono queste relazioni duali che scandiscono le parti dello spettacolo, scindono l’attore dal personaggio mediante i due tempi differenti del verbo essere, disarticolandone l’unità. Fortebraccio è in “Amleto + Fortinbrasmachine” il perno centrale da cui muovono le due “maschere” Amleto e Ofelia, punto di origine di una finzione scenica che smaschera se stessa. Del resto, chi è Fortebraccio? Fortebraccio allude a Fortebraccio Teatro, quindi alla idea di teatro che sottende questo lavoro; Fortebraccio è il testimone ultimo della tragedia del principe di Danimarca. Non solo. È un neo-usurpatore che rivendica il passaggio per la Polonia, nel tentativo di riconquistare i territori sottratti al suo genitore dal padre di Amleto. È – alla fine – l’unico sopravvissuto di una famiglia reale, orfano, erede illegittimo. È un tema secondario, spesso espunto, rispetto al dramma familiare sul quale, ora, riusciamo a percepire il suo sguardo esterno si, ma sempre pregno di una condizione di orfano.  Difatti, buona parte dello spettacolo di  Latini s’incentra sulla rivendicazione della filiazione che in Amleto diventa lacerante questione, specie nel terzo atto. Lo scontro fra Amleto e Gertrude, lo sdoppiamento metaforico di questi  nelle figure di Polidoro e di Ecuba, l’emblematica Ecuba del monologo che chiude il secondo atto;  difendere la madre dalla guerra della sua anima, vendicare suo padre e uccidere suo zio; azioni che significano per Amleto essere non più figlio, ma padre, adulto. Balzo che egli non riuscirà a compiere, lasciandosi in una condizione di orfano, di figlio quasi illegittimo, maschera scomposta attraverso lo sguardo di Claudio; è lo smembramento di una struttura naturale – la famiglia legittima – che riflette, quindi, lo scardinamento della forma teatrale in mutevoli flussi concretati nelle voce complessa e ricca di Roberto Latini.  Di contro Ofelia, quasi alter-ego dello stesso Amleto, una Cassandra in questo vuoto spazio scenico attraversato da onde sonore.

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“Accordare l’azione alla parola e la parola all’azione” recita ad un certo punto Roberto Latini che dà vita ad un flusso che accumula detriti, quelli dell’espressione teatrale, per condurli alla deriva. Eppure – infine – alla convinzione che le parole non dicano più niente, l’attore, oltre la sua maschera, ritrova dinanzi qualcuno che di fianco “fa quel che può” per porsi in suo ascolto. Quando si è alla deriva non si ritorna indietro, ma si procede forse verso un ulteriore punto di non ritorno, nuovo e inesplorato. Questo è Fortebraccio Teatro che torna a confrontarsi con un’idea per certi aspetti già sdoganata in Ubu Roi. Ma lì era proprio l’opera complessiva nella sua forma e nel suo linguaggio che suggeriva una visione entropica del teatro, un limite che coincideva con l’esaurimento definitivo dell’avanguardia e della sua annessa sperimentazione. In Amleto + Fortinbrasmaschine siamo invece catapultati dentro una soluzione drammaturgica estrema e contratta,  che rinviene nella lente della duplice riscrittura – peculiarità ma anche ragione di una minore intellegibilità – non più la forma, ma il fluttuare della parola in uno spazio ormai orfano di forme fisse e stabili con le quali rappresentare il nostro presente e futuro: “Il dialogo con i morti non deve interrompersi fino a che non ci consegnano la parte di futuro che è stata sepolta con loro”.

AMLETO + DIE FORTINBRASMASCHINE
Versione Radio
di e con Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
scena Luca Baldini
luci e tecnica Max Mugnai
drammaturgia Roberto Latini Barbara Weigel
regia Roberto Latini
produzione Fortebraccio Teatro                                                                                                            
foto di scena Fabio Lovino
in collaborazione con L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino; ATER Circuito Regionale Multidisciplinare-Teatro comunale Laura Betti; Fondazione Orizzonti d’Arte con il contributo di MIBACT e Regione Emilia Romagna.

 

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