“Corpus Hominis”: l’esposizione della bellezza secondo Enzo Cosimi

enzocosimi_corpushominis-3SILVIA FERRARI | Enzo Cosimi ci dice che la bellezza è ovunque, soprattutto dove ci dimentichiamo di cercarla. Dal 2015 sta lavorando su una trilogia intitolata “Ode alla bellezza. Trilogia sulla diversità”, un lavoro intenso e non facile che prova a portare lo sguardo oltre le apparenze. Dopo “La bellezza ti stupirà” (prodotto l’anno scorso in esclusiva per Cagliari Capitale italiana della Cultura 2015 e dedicato ai senzatetto) la seconda parte della trilogia, “Corpus Hominis”, è stata ospite sempre nel capoluogo sardo per Autunno Danza, festival dedicato alla danza e alle arti performative che da più di vent’anni è diretto da Momi Falchi e Tore Muroni: una delle vetrine più importanti per la danza in Sardegna e non solo.

“Corpus Hominis” è un’offerta sacra fin dal titolo: al centro della scena ci sono i corpi nudi di due uomini (Matteo Sedda e Lino Bordin), rappresentanti inermi di età diverse e di un diverso modo di viversi e vivere l’amore omosessuale. Esibiti, esposti, soli, i due uomini sono offerte sacrificali allo sguardo del pubblico. Fin dall’ingresso nello spazio scenico (lo straordinario spazio dei Grottoni di Cagliari), lo spettatore ha l’impressione di assistere ad un rito intimo di cui è nello stesso tempo complice e voyeur. Si entra al buio, in silenzio, cercando discretamente di trovare il proprio posto in uno spazio non predisposto secondo i canoni tradizionali: non ci sono sedie, non c’è definizione dello spazio scenico, non c’è delimitazione dei confini né tra interpreti e pubblico, né tra gli stessi spettatori.
Alcuni spettatori stanno in piedi, altri si siedono, si cerca di incastrarsi, di trovare la posizione migliore. Non sempre il risultato è comodo. L’effetto, si direbbe, è voluto: ci si ritrova un po’ impacciati, un po’ imbarazzati a osservare una performance che via via diventa metaforicamente anche un gioco di ruoli. Chi è davvero lo spettatore? Che cosa sta osservando? O forse si dovrebbe dire, che cosa sta spiando?

Il corpo di Lino Bordin è il primo traguardo della vista dopo il buio iniziale. Un accendino compone lentamente l’immagine di una nudità antica, quasi statuaria nel suo essere coperta da un telo, composta di rughe e pieghe che sono saggezza e solchi di esperienze e rivoluzioni cercate. A illuminare il corpo a pezzi interviene presto la torcia di un cellulare, citazione efficace di un voyerismo contemporaneo che riporta allo schermo come mezzo “spiatorio”, mai espiatorio. Qui lo spettatore si ritrova interpellato suo malgrado, rappresentante di una società indifferente, complice inconsapevole di un’analisi quasi violenta del corpo anziano. Ogni parte viene illuminata, esibita. È bellezza, ma bellezza che richiede uno sguardo nuovo, non estetico nel senso contemporaneo del termine, ma etico. E il fatto che Bordin sia un non professionista, un ex funzionario delle Nazioni Unite prestato, concilia la verità, la rende incredibilmente credibile.

D’improvviso il gioco si rovescia insieme alle luci e protagonista diventa il corpo dell’intenso Matteo Sedda, estremizzato interiormente ed esteriormente. C’è aggressività e fragilità nel suo assolo, c’è pulsione erotica e animale, paura e abbandono. I movimenti, violenti, sono canalizzatori di un’energia che rappresenta vigore, ma anche disagio. Anche qui la sensazione per lo spettatore è quella di un senso di colpa sotterraneo: ci si trova di fronte ad un’esposizione che genera quasi imbarazzo. Davvero possiamo assistere a così tanta esibizione d’anima oltre che di corpo?

Come di fronte alla tenerezza antica di Bordin, così di fronte alla violenza di Sedda, lo sguardo rimane sospeso, impacciato. Il passaggio successivo è un passo ulteriore nella creazione del sacrificio: l’immagine della Pietà, ricostruita con il corpo di Bordin che si fa Cristo e quello di Sedda che lo sostiene, lascia disarmati. C’è in quest’immagine scolpita sotto gli occhi del pubblico tutta l’intensità dell’amore, del dolore, del sacrificio dell’omosessualità vissuta oggi, nell’età matura (che è il tema portante della performance), ma in fondo, ancora purtroppo a qualunque età.

Cosimi non si ferma qui. Lascia solo il pubblico di fronte a un video che amplifica le mille domande che i due interpreti lasciano risuonare nella mente: immagini di violenze, di rivolte, di sassi scagliati contro l’omsessualità, di sesso esplicito. “What’s the point of a revolution?” è la domanda finale.
La risposta, prima ancora che lo spettatore possa elaborarla, sembra arrivare dalle voci delle interviste che risuonano in sottofondo, a scena vuota: le voci e i racconti di uomini in età avanzata provenienti da tutta Italia che portano la loro esperienza di omosessualità vissuta per un’intera vita o scoperta in tarda età, per necessità o libertà finalmente conquistata.
La rivoluzione (e anche la bellezza), sembra dirci Cosimi, è ovunque, anche dove non ce l’aspettiamo. Risiede trionfante dove c’è il coraggio della verità.

CORPUS HOMINIS
Ideazione, regia, coreografia: Enzo Cosimi
Immagini: Lorenzo Castore
Performer: Matteo Sedda, Lino Bordin
Disegno luci: Gianni Staropoli
Video: Stefano Galanti
Sound design: Enzo Cosimi
Montaggio suono e foto: Niccolò Notario
Cura spazio scenico: Enzo Cosimi, Gianni Staropoli
Organizzazione: Flavia Passigli
Produzione: Compagnia Enzo Cosimi e MIBACT
In collaborazione con: Festival Danza Urbana, Festival Teatri di Vetro
Con il sostegno per le residenze di: Armunia
Si ringraziano: Gender Bender e Il Cassero GLBT Center, Angelo Azzurro Circolo Mario Mieli
Produzione: 2016

Visto a Cagliari all’interno di Autunno Danza 2016

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