Nicht schlafen: il Guernica di Alain Platel

RENZO FRANCABANDERA | Teatro Grande a Brescia. Stucchi dorati. Scena aperta mentre il pubblico entra in sala. Un gruppo di attori si muove silenzioso intorno ad una grande statua animale. Suono di campanacci. A fare da fondale un sipario slavato, che ha perso la tinta rossa a favore di un pallido color carne: un drappo caravaggesco passato per le mani di Alberto Burri, tali da provocare ampie sdruciture e consunzioni.

Leggermente asimmetrico rispetto al centro della scena, sulla sinistra domina sul palco una possente scultura di carattere iperrealista, raffigurante i corpi moribondi di due o tre cavalli, a gambe aperte e con la pancia rivolta agli spettatori, con il collo reclinato verso terra e a cui verranno bendati gli occhi con uno straccio, quasi a non guardare la loro esecuzione. Attorno a questo possente eyecatcher si muovono i nove danzatori e performer che Alain Platel ha scelto per Nicht schlafen, evocazione tragica di un’imminente fine del consesso umano, piegato e piagato dalle sue stesse miserie, dalle liti per impadronirsi dei suoi propri inutili stracci.

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I nove sono figure già incontrate nelle recenti creazioni di Platel, e qui ciascuno porta il suo codice di movimento. Riconosciamo, ad esempio, le due presenze di origine africana del brevilineo e magnetico Russell Tshiebua, e dell’altissimo e più esile Bule Mpanya, già incontrati nel bellissimo Coup fatal, visto in Italia a Bologna nel 2014 a Vie Festival: il Guardian li definì i “dandy di Kinshasa”, ed in quello spettacolo era assistente alla direzione artistica anche Romain Guion, qui in scena, insieme ad altri sei danzatori di origine arabo-europea, uno solo dei quali donna, Bérengère Bodin (anche lei in Italia con Platel per Torinodanza 2014, con Tauberbach. Allora come ora danzando con Elie Tass). Fra i nove anche il siciliano Dario Rigaglia.

Ma per questa nuova creazione, Platel ha selezionato artisti che hanno già lavorato al suo fianco anche fuori dal palcoscenico, come Steven Prengels (direzione musicale), Hildegard De Vuyst (drammaturgia) e Dorine Demuynck (costumi).
Nicht schlafen (non dormire) parte dall’ispirazione non solo musicale dell’opera di Gustav Mahler, ma anche dalla sua biografia, dal tempo e dai luoghi in cui ha vissuto.

Appena iniziato lo spettacolo i nove iniziano una strenua lotta che li riduce alla quasi nudità, con i vestiti fatti a brandelli. Se ne rivestiranno, in modo miserabile, in un mondo che abiteranno da straccioni fino alla fine, delineando u’ antropologia pre o postbellica non importa ma in cui il valore è la sopraffazione, l’incomunicabilità, l’ineluttabilità del confronto violento che non lascia spazio ad altro, e su cui si adagia per contrappunto, è proprio il caso di dirlo l’Adagietto della Sinfonia n 5 per i suoi 10 minuti di durata, con la stessa filosofia estetica con cui Ford Coppola aprì Apocalypse now con i larghi e, tutto sommato calmi, suoni dell’organo Hammond di The End dei Doors. Il riferimento è infatti certamente ai problematici anni del Ventesimo secolo che portarono alle grandi crisi e tragedie delle due guerre mondiali, ma anche al nostro tempo, che pare maturare nell’aria una grande e imminente catastrofe di cui siamo tutti consapevoli ma che attendiamo con ineluttabile fatalità. Il mondo di bestie al macello trova evocazione anche qui nella figura del cavallo, e rimanda all’immaginario della Guernica di Picasso, dove le vittime sono gli uomini (e ancor prima, negli studi, il toro in alto a sinistra), ma a spiccare e a catturare l’occhio è il cavallo, con i suoi occhi sgranati.

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Nella creazione di Platel dal forte impatto drammatico, domina un cromatismo omogeneo che grazie ai corpi nudi trasmette un’idea quasi bicromia senza esserlo, intensificata dall’assenza di altri elementi se non i corpi degli esseri umani e il complesso statuario, che riverbera nei visi sfigurati dalla progressiva stanchezza dei danzatori, chiamati ad una prova di energia, di racconto della nobiltà e fierezza dell’uomo piegate alla brutalità della guerra. Seguiranno per tutto lo spettacolo trasfigurazioni di momenti di pietà (altro tema caro a Platel) in un contesto drammaturgico in cui il regresso della società rimane palese e inarrestabile, con un rimando costante fra composizione coreografica e installazione bestiale. Notevoli in questo anche gli altri performer,  David Le Borgne, Ido Batash, Samir M’Kirech, con il primo a fare davvero da cavallo e gli altri due a realizzare un complesso sistema di movimenti scenici di cui sono comunque parte sempre tutti, sistema che tesse una trama di inarrestabile caos, che arriva finanche in platea nel finale e che persino quando diventa caos calmo comunica un senso di inquietudine assoluta.

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Un complesso di simboli coreografici perfetto quindi, quello di Platel, per esprimere le terribili conseguenze generate dal conflitto ma ancor di più dell’attesa di questo momento, dove rimane potente, per contrasto, l’ancestralità africana dei due performer Mpanya e Tshiebua che ad un certo punto intonano canti tradizionali. Il cavallo agonizzante durante la loro frenetica danza con le cavigliere africane indosso sembra richiamare quasi il destino biologico delle specie viventi, quella luce violenta e inesorabile della savana che travolge la notte fonda dell’uomo, quasi a voler spiegare la brutalità come elemento inscindibile dalla vita, su cui però la ragione dell’essere vivente non riesce ad avere il sopravvento.

La visione dello spettacolo, sconsigliata ai minori di 14 anni, trasmette, con le sue coreografie volutamente imperfette, apparentemente disordinate, una sensazione di fragilità della nostra forza di volontà, ci lascia con il fiato ansimante del cavallo all’ultimo respiro e, come il protagonista di The Revenant, cerchiamo riparo nella carcassa calda della bestia che vediamo morta ma di cui conserviamo nelle orecchie il respiro degli ultimi attimi. Che è forse quello che Platel vuole forse raccontare.

 

Nicht schlafen

Direzione Alain Platel
Composizione e direzione musicale Steven Prengels
Creazione e performance Bérengere Bodin, Boule Mpanya, Dario Rigaglia, David Le Borgne, Elie Tass, Ido Batash, Romain Guion, Russell Tshiebua, Samir M’Kirech
Drammaturgia Hildegard De Vuyst
Assistenza artistica Quan Bui Ngoc
Assistenza alla Direzione Steve De Schepper
Scene Berlinde De Bruyckere
Luci Carlo Bourguignon
Suoni Bartold Uyttersprot
Costumi Dorine Demuynck
Direttore di palcoscenico Wim Van de Cappelle
Fotografia Chris Van der Burght
Direttore di produzione Valerie Desmet
Tour manager Steve De Schepper
Produzione les ballets C de la B

Coproduzione Ruhrtriennale, La Bâtie-Festival de Genève, TorinoDanza, la Biennale de Lyon, L’Opéra de Lil-le, Kampnagel Hamburg, MC93 Bobigny Paris, Holland Festival, Ludwigsburger Schlossfestspiele, NTGent, Brisbane Festival
Distribuzione Frans Brood Productions
Con la collaborazione di: Città di Ghent, Provincia delle Fiandre Orientali, Autorità Fiamminghe

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