Un trittico sull’identità: “Good Lack” di Francesca Foscarini

francescafoscarini

Foto di Laura Farneti

SILVIA FERRARI | Un trittico di assoli per indagare la relazione del corpo con se stesso, con l’assenza dell’altro e con l’assenza di sé.
Si intitola “Good Lack”, l’ultimo lavoro della coreografa Francesca Foscarini, andato in scena il 19 novembre a Cagliari all’interno del cartellone di Autunno Danza. Fin dal titolo la Foscarini rende leggibile la sua intenzione drammaturgica. Il gioco di parole buona fortuna/buona assenza presagisce un sistema binario di delineazione dello spettacolo: c’è l’augurio di buon auspicio, ma c’è anche – più in profondità, nascosto nella scrittura– il presagio di una mancanza.

“Good Lack” si compone di tre parti: “Back Pack”, “John Tube” e “Let’s Sky”. In tutte e tre, in modo diverso, emerge la relazione del corpo con qualcosa d’altro.

“Back Pack”, lo zaino, racconta la trasformazione del corpo attraverso la sovrapposizione e la successiva rimozione di strati di abiti e stracci. Il fisico longilineo della Foscarini diviene lavagna visiva su cui accumulare, uno dopo l’altro sfoglie di tessuti collezionati in uno zaino e rovesciati in terra. Un po’ alla volta la fisicità della Foscarini muta insieme alla sua libertà di movimento: il racconto è quello di una sovrapposizione, a tratti buffa, a tratti tragica, di io, prima portati e sopportati sulle spalle, poi indossati e dismessi nevroticamente. Anche il volto partecipa al rito di addizione, attraverso la somma di chewing-gum masticate in modo volutamente sfacciato.
Il quadro finale, terminato con un giubbotto di salvataggio e dei cerotti, restituisce il senso di una tragedia buffa di cui non si conosce, ma si intuisce la storia. C’è il grottesco, c’è il tragico, ci sono il reale e il possibile.
Nello spogliarsi della Foscarini, nel suo sfogliare le pagine delle identità, si intravede una palingenesi dell’io che la condurrà all’assolo successivo.

“John Tube” è forse, tra i tre, lo studio più debole drammaturgicamente. In scena la Foscarini dialoga con un tubo nero di plastica alto come lei. È totem, alter ego, estraneo, sé e altro da sé. Con questa presenza fisica la Foscarini prova a interagire, suonandolo, girandoci attorno, muovendolo in un gioco di reciprocità che risulta però molto sottinteso e poco esplicitato.

Decisamente più efficace l’ultimo quadro del trittico: “Let’s Sky”, una costruzione di muri che proietta altrove l’identità della protagonista. La Foscarini lentamente innalza un cubo attraverso gli scatoloni che per tutto lo spettacolo fanno da sfondo alla scena. La si osserva farsi muratrice di una stanza, attraverso un incessante lavoro di avanti e indietro, attraverso la verifica puntigliosa delle distanze e della precisione tra i mattoni/scatoloni che la compongono.
È un’esposizione del processo di costruzione del sé che, proprio nel momento in cui lo spettatore comincia a chiedersi in che direzione porterà, proietta quello stesso sé altrove. Più il muro/schermo si innalza, più la Foscarini in carne e ossa scompare lasciando spazio alla propria immagine, sempre meno reale, proiettata su quegli stessi scatoloni che sembrano racchiuderne i pezzi di identità. Ad ogni mattone, si direbbe, corrisponde una parte del suo io, ma più l’io si costruisce più la sua proiezione ruba la visibilità del reale. Sembra un pirandelliano gioco di sguardi. Chi è la vera Francesca Foscarini? Quella fisica o quella proiettata? Dove sta la verità?
L’equilibrio per lo sguardo è tra la proiezione e la realtà, in un gioco di bilance emotive e fisiche che risulta efficace, nonostante la voluta ripetizione del gesto a tratti possa risultare noiosa.

“Good Lack” è un lavoro che si nutre del grande magnetismo e della grande intensità della performer veneta e che indaga l’identità e la sovrapposizione delle possibilità dell’essere, con o senza lo sguardo dell’altro.

Nello stesso weekend è andato in scena per Autunno Danza anche “Nella pancia di Tera” di Spaziodanza, una creazione collettiva di Donatella Martina Cabras, Alessandra Giura Longo, Francesca Massa, Francesca Romana Motzo, con il coordinamento di Momi Falchi.
Si tratta di una performance liberamente tratta da “Communication”, una partitura per coro e danzatrici composta nel 1970 dalla musicista olandese Tera De Marez Oyens. Al centro l’interpretazione fisica e sonora che le quattro performer scelgono di attribuire ai 21 quadri che compongono la partitura. La musica e il movimento sono i mezzi espressivi scelti per raccontare il mondo inventato dalla compositrice: corpi, voci e strumenti si fanno rappresentazioni fisiche dei segni sulla carta, tratti colorati su un palcoscenico che è foglio bianco.
L’idea è buona, la realizzazione fantasiosa anche se a tratti, complice forse la non proiezione dei quadri ispiratori, si fatica a seguire il filo logico che regola la creazione dei quadri.

GOOD LACK
Progetto di e con: Francesca Foscarini
Videoinstallazione: Fiorenzo Zancan
Cura della tecnica: Luca Serafini
Accompagnamento alla ricerca: Ginelle Chagnon e Cosimo Lopalco
Produzione: VAN
Con il sostegno di: Centro per la Scena Contemporanea di Bassano del Grappa (I), Centro Jobel Residenza Teatrale (I), MiBACT
Alcuni materiali per questo lavoro sono stati sviluppati all’interno del progetto Dyptique promosso da: Circuit-Est Centre Chorègraphique di Montreal (QC) e Centro per la Scena Contemporanea di Bassano del Grappa (I)

Visto a Cagliari il 19 novembre 2016 all’interno del cartellone di Autunno Danza

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