Intensità e fragilità in “Human” di Marco Baliani e Lella Costa

RAVENNA 08/07/2016. RAVENNA FESTIVAL 2016. HUMAN Marco Baliani, Lella Costa Foto Fabrizio Zani / Daniele Casadio

SILVIA FERRARI | C’è una lanterna, che si accende e si spegne timidamente, che indica la strada, che è faro dell’anima. Ci sono due amanti, Ero e Leandro, amanti segreti, divisi dal mare. Mare che è speranza, via di fuga, morte. «Perché nell’animo uniti siamo dai flutti separati?». C’è sullo sfondo un muro di stracci bagnati di rosso, brandelli di storie, di strazi, di viaggi.
Parte da qui “Human” di Marco Baliani e Lella Costa, la nuova produzione firmata Mismaonda, Sardegna Teatro e Marche Teatro che ha debuttato l’8 e 9 luglio al Ravenna Festival e che è ora in tournée nei teatri italiani.

Human: una parola sola che è sé ma anche negazione di sé. Umano e non umano insieme, presenza e assenza. L’intenzione, si direbbe, è duplice: raccontare uno dei temi più difficili del nostro tempo, la migrazione di popoli, e farlo a partire dall’umano, profondo e fragile, sfaccettato e unico, e dal disumano, dal fallimento delle intenzioni e azioni dell’umanesimo nella sua forma più nobile.
La scelta registica di Baliani è quella di non presentare una drammaturgia univoca, ma di mettere in fila una successione di quadri singoli, che raccontano il rapporto con lo straniero attraverso le possibilità presenti e passate della relazione con esso. In scena si alternano lo stesso Baliani, Lella Costa e quattro giovani attori (David Marzi, Noemi Medas, Elisa Pistis, Luigi Pusceddu) in un susseguirsi di scorci di umanità accompagnati dalle musiche dense e discrete di Paolo Fresu e dalle scenografie e dai costumi sanguigni di Antonio Marras.

Le storie sono diverse, geograficamente e temporalmente. C’è Tecla, la signora veneta che ripete “ghe ne xe rivati troppi” e parla di “negri” e “quote di stranieri” con piglio sicuro e un misto di pudore cattolico e di diffidenza leghista.
C’è il ragazzo che prova a raggiungere l’Occidente nascosto nel vano del carrello di un aereo e non ce la fa: muore schiantandosi su un chiosco poco prima di toccare terra. C’è la giornalista che cerca la foto perfetta, immortalando tragedie umane in cerca dello scoop che potrà cambiare il mondo e muovere i potenti.
Ma ci sono anche Khaled, che nel suo paese è costretto a nascondere la propria omosessualità e Ottavia, “Taviòt”, una langhiana emigrata in America a inizio Novecento che piange perché nella sua nuova terra l’italiano è solo un idioma straniero e i pasticcini diventano “piccoli pasticci”.
A queste e ad altre storie si sommano scorci del mito di Ero e Leandro e del loro straziante amore diviso dal mare.

Il risultato finale è doppio e alterna momenti di grande intensità a quadri più fragili. L’efficacia è innegabile quando il coinvolgimento emotivo è all’apice, quando il confine tra umano e disumano si fa tangibile perché viscerale. Così, funziona Lella Costa, che porta se stessa e la propria riconoscibile arte teatrale al servizio di un tema che riesce indiscussamente e istintivamente a interiorizzare. È intensa, uterina, toccante, si incarna nei suoi personaggi con grazia e convinzione: nel suo trasformismo straordinario, è davvero la veneta Tecla, la langhiana Taviòt, la donna consumata dal dolore e dalla fame che non ha più latte per nutrire il proprio bambino e che si rivelerà essere Maria, madre di Gesù.
Risultano efficaci anche gli equilibrismi sugli stereotipi, che raccontano di un’umanità giudicante e ritratta perché spaventata, tanto verso lo straniero quanto verso il diverso, sia esso l’omosessuale o la donna in carriera.
Convincono anche le citazioni più estetiche, come il racconto della fuga in Egitto portato in scena attraverso un tableau vivant del quadro di Caravaggio.

È altrove che lo spettacolo risulta invece più fragile. Nei quadri che si propongono come adattamenti sul palcoscenico di situazioni di vita reale: quattro giovani che commentano il tg seduti su un divano o raccontano in crociera di quanto amano la cucina mediorientale; pescatori che discutono sulla necessità di soccorrere o meno un barcone di migranti; trovarobe che si avvicinano alla spiaggia il giorno dopo lo sbarco.
Qui l’impressione è che prevalga una didascalia un po’ arida. Si assiste a fotografie di storie, a istantanee di realtà riproposte un po’ freddamente, che, soprattutto nel contrasto con l’efficacia di altre parti, riescono troppo poco a spingere la riflessione oltre la visione. L’effetto è un po’ quello dell’assuefazione data dai servizi dei telegiornali: ennesimi racconti di orrore e morte a cui tutti, purtroppo, abbiamo fatto l’abitudine. Nei giorni di nuovi attentati, nei giorni in cui Aleppo brucia e in cui, come ha scritto Bernard Henri-Levy nei giorni scorsi, viene perpetrato un «nuovo olocausto», «il primo immenso crimine contro l’umanità del XXI», l’impressione che resta è che in queste parti Human non riesca nell’intento, esplicito nelle parole del regista, di «un teatro spietatamente capace di mettere il dito nella piaga», di «toccare i nervi scoperti».

Tanto alcuni quadri lasciano addosso, con sapienza e non senza un intelligente uso della leggerezza, il turbamento della verità, quanto a volte, invece, la visione sembra bloccarsi su se stessa.

Nel complesso Human resta al di là di tutto un lavoro coraggioso, che unisce i talenti di due straordinari artisti italiani e lo fa provando ad analizzare uno dei temi più difficili e frastagliati del nostro tempo. Il finale è monologo struggente e doloroso, che da solo, vale tutto lo spettacolo: «Con che coraggio potremo raccontare di noi? Come oseremo dirgli del nostro dolore? Potremo nominare mai con loro il mare? Di fronte a loro non abbiamo epica. Di fronte a loro come potremo mai più cantare?».
HUMAN
di Marco Baliani e Lella Costa
collaborazione alla drammaturgia di Ilenia Carrone
e con David Marzi, Noemi Medas, Elisa Pistis, Luigi Pusceddu
musiche originali di Paolo Fresu con Gianluca Petrella
scene e costumi di Antonio Marras
scenografo associato Marco Velli
costumista associato Gianluca Sbicca
disegno luci di Loïc Francois Hamelin e Tommaso Contu
Assistenti alla produzione Agnese Fois e Leonardo Tomasi
regia di Marco Baliani

Visto al Teatro Massimo di Cagliari il 10 dicembre 2016 all’interno della stagione di Sardegna Teatro

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